26 Mar “Duce non sei più mio padre” – di Muriel Drazien
“TI ODIO, TI DISPREZZO…NON SEI PIÙ MIO PADRE.”
Queste sarebbero le ultime parole, così afferma il figlio Vittorio che dice di averle sentite dalla stanza adiacente, dette dalla figlia maggiore del Duce degli italiani, Benito Mussolini, a suo padre. La scena si svolgeva a Gargnano, sede del capo di governo della Repubblica di Salò, intorno al primo Gennaio del 1944. Qualche giorno più tardi, il 9 Gennaio 1944 alle 17 e 45 per l’esattezza (l’atto ufficiale della dogana svizzera non lascia dubbi questa volta), Edda Ciano Mussolini espatriava clandestinamente in Svizzera con un nome falso, quello della Duchessa d’Aosta, chiedendo lo statuto di rifugiata politica. Il 28 Aprile dello stesso anno Benito Mussolini fu scoperto mentre stava fuggendo dall’Italia davanti all’avanzare degli alleati, in un convoglio militare tedesco. Fu subito arrestato e ucciso dal partigiano Valerio, poi impiccato per i piedi in piazza Loreto a Milano insieme all’amante Claretta Petacci e a vari membri della gerarchia fascista. Nel frattempo, il marito di Edda, Galeazzo Ciano, ex ministro degli Affari esteri del Duce, cofirmatario del patto di Acciaio che legava la sorte dell’Italia a quella della Germania, era stato fucilato l’11 Gennaio 1944, come traditore del fascismo e del suo Duce, in seguito a un processo falsificato dai tedeschi. Mussolini non era intervenuto per salvarlo malgrado la richiesta di sua figlia.
Questi fatti sono risaputi in quanto appartenenti alla Storia; tutto salvo la prima frase che serve a introdurre la mia storia che è un sentito dire. Storia con una S maiuscola, storia con una s minuscola, quale rapporto può avere con l’isteria, messa a parte l’assonanzahystérique, historique? Non sapendo bene quello che si intende con “isteria collettiva”, pongo il problema da qualche parte tra la psicologia delle folle, l’identificazione dell’Io e l’isteria, alla quale siamo un po’abituati attraverso la nostra pratica e la lettura dei testi. Ricordo Freud che diceva nei Tre Saggi che siamo tutti degli isterici e Lacan che presentava l’isteria come un certo tipo di discorso, aggiungendo che l’inconscio è ciò che rimane bianco della nostra storia personale – questo può voler dire che è ciò che rimane non storiografato.
D’altronde la specificità della nostra disciplina non ci impone forse di procedere di particolare in particolare?
Il caso storico che ritiene qui la nostra attenzione è quello di una donna che ha fatto parte di uno dei grandi movimenti di massa della nostra epoca, il fascismo. Era la musa ispiratrice del regime, nel quale è stata immersa in quanto figlia del dittatore d’Italia. In nome di questo, ha rappresentato i valori del fascismo così come i miti propagati dal padre, incaricati di canalizzare il transfert collettivo sulla sua figura di Duce, Padre ideale del popolo. Lascio il lettore libero di giudicare se i fatti qui riportati aiutano a completare la nozione di isteria collettiva.
Ho comminciato dalla fine, la fine vissuta in primo piano dalla nostra protagonista (deceduta nei primi anni ‘90). È la fine d’un regime che aveva imposto per vent’anni una dittatura molto popolare – almeno nei primi anni – e che ancora oggi fa discutere molto gli storici ma anche i politici di ogni parte. Quanto a Edda Ciano, sembra che il pubblico italiano non si stanchi mai di sentirne parlare. Esercita un fascino che non si smentisce. Ha forse la funzione di agnello sacrificale del quale ognuno si sente in diritto di avere un pezzo? Ognuno, ossia tutti quelli che pensano di essere stati danneggiati dagli eventi dei quali, volente o nolente, Edda è stata una delle protagoniste maggiori: ex-fascisti, antifascisti o semplicemente nostalgici di yesterday. Ciò che quest’ultimo incontro ha di particolarmente sorprendente sono le parole che, anche se non le ha mai pronunciate, sarebbero potute benissimo uscire dalla bocca d’una Dora, se non avesse preferito andarsene semplicemente sbattendo la porta.
Si tratta d’un voltafaccia improvviso, d’un brusco cambiamento di registro dal quale ella passa dall’amore intenso all’agressione, in un movimento che fa pendant a quello collettivo, che portò la folla a strappare le immagini del Duce per le strade di Roma il 25 luglio 1943, stesso giorno della sua destituzione e del suo arresto proclamato dal re. Quella sera stessa, tornando a Roma, Edda si confrontò con la testimonianza di questo cambiamento repentino del popolo e dice di aver avuto paura.
Edda provava per suo padre un’insieme di ammirazione e di orgoglio. Ai suoi occhi era l’incarnazione dell’onore, del coraggio e della lealtà stessa. Quando era stato un soldato pilotava il suo proprio aereo, quando era diventato Duce era stato amato da tutte le donne, Mussolini capo di stato aveva sempre vent’anni. È lui che ha insegnato a sua figlia la necessità di vincere la propria paura, di dominare i suoi nervi, di non piangere mai e di amare l’onore più di qualsiasi altra cosa, in tutte le situazioni, anche al prezzo della propria vita.
Era anche un padre che faceva sorvegliare la propria figlia da una polizia segreta per sapere ad ogni momento dove e con chi era. I suoi rapporti sentimentali erano oggetto di resoconti particolari trasmessi al Duce. Un segretario personale apriva tutte le lettere di Edda. Il biografo di Mussolini, Malaparte, scrive: “il duce si occupava minuziosamente di ognuno dei suoi gesti”. Scrive ancora in Kaputt, non esitando a portare questa preoccupazione eccessiva alle conseguenze più estreme, che lo scopo del padre era quello di “sorprendere sua figlia in un momento di abbandono”. ( Kaputt, scritto dall’agosto del 1941 al settembre del 1943, contiene varie pagine dedicate a Edda e a suo marito Galeazzo Ciano, che erano per Malaparte degli esempi perfetti: i personnaggi esemplari dei costumi e di una certa amoralità vigente all’epoca fascista.)
Dalla bambina che faceva passare innocentemente messaggi dalla prigione dove era detenuto suo padre, Edda diventò una ragazza che suo padre spediva ovunque come un pacco, ogni volta che lo riteneva necessario – che fosse per distrarla o per toglierla da situazioni imbarazzanti – contribuendo così a rinforzare in lei una certa instabilità che già la caratterizzava da piccola. Non era neanche una ragazza docile. Faceva delle “follie”, delle scelte sconvenienti, come per esempio quella di volersi fidanzare a tutti i costi con un ragazzo ebreo.( Edda era abituata a sentir parlare di ebrei per via della strana leggenda che girava intorno alla sua nascita, che faceva di lei la figlia di una donna ebrea russa chiamata Angelica Balabanoff, amante di Mussolini durante il suo soggiorno in Svizzera. Visto che i genitori di Edda non erano sposati al momento della sua nascita fu registrata allo stato civile, in conformità alla legislazione in vigore, come una bambina nata da madre sconosciuta. Ciò non fece che incrementare la credibilità di questa storia).
Interruppe gli studi prima della maturità e si ritrovò iscritta in una finishing school per principesse a Poggio Imperiale, dove probabilmente, considerando che ebbe un’infanzia povera, non si trovò al suo posto e non ci restò a lungo.
“Non sentirsi al suo posto” è un tema riccorrente nella vita di Edda, soprattutto se ammettiamo che il “posto” in questione è in buona parte definito dal proprio nome. Ed è la prerogativa del padre quella di assegnare il posto al proprio figlio, perché è lui che trasmette il nome. Forse nel caso di Edda l’importanza di questo padre, invadente e geloso, il quale nome si confuse per un periodo con quello dell’Italia, potrebbe venire, almeno in parte, dal fatto che sia stata registrata come nata da madre sconosciuta. A proposito del nome e della nascita, si può citare qui L’Enfance d’un chef di Sartre, dove il figlio d’un capo, il piccolo Lucien, in un momento dove sente che tutti quelli che gli stanno intorno recitano una parte, chiede a sua madre: “ma tu almeno sei la mia vera mamma?”.
Che importanza allora avrà avuto per lei il fatto d’essere stata iscritta a scuola con un falso nome per proteggerla visto le attività politiche di suo padre, o più tardi per questa ragazza di origine molto umile di aver preso il titolo di contessa Ciano di Cortelazzo quando sposò Galeazzo? Durante la sua vita da telenovela, ci sarà una cascata di nomi falsi: Santos, Pini, Duchessa d’Aosta, sempre per proteggersi dal pericolo legato alla sua vera identità. Si può pensare al modo nel quale Lucien, il figlio del capo, si aggrappa al suo nome quando non è più così sicuro di non essere una bambina. Ma Edda invece sapeva bene quanto il nome avesse un’importanza simbolica e ne da una prova magistrale nell’ultima lettera di disperazione e di sfida che fa mandare a suo padre in un estremo tentativo per salvare la vita di suo marito Galeazzo, lettera che firma con il suo nome da sposa, Edda Ciano. Nella sua vita, non è forse mai stata così convinta come in quel momento, di essere al suo posto. Questo è un momento altamente significativo che si ricongiunge con ciò che si può dire dell’isterica: il modo che ha di trovare la forza di lanciare una sfida al suo idolo per difendere una causa perduta, in questo caso la testa di suo marito, uomo debole che doveva tutto a questo stesso idolo. Era infatti riuscito a rendersi ridicolo davanti a tutti per via della sua servilità nei confronti del Duce, del quale imitava perfino le attitudini e il modo di parlare, tanto che si inventò per lui un neologismo: “mussolinizzare”.
Il ruolo di Edda fu molto importante durante “gli anni neri” per ciò che riguarda la propaganda, settore molto curato dal regime. Le capitò di essere mandata in missione da Mussolini in Inghilterra per annunciare la possibilità che l’Italia entrasse in guerra, in Germania per intrattenere buoni rapporti con Hitler e i suoi, ma sempre in veste diambassadrice de charme più che come un vero emissario.
I giornali non facevano altro che parlare di lei. Nel 1940, la sua foto era sulla prima pagina del Time magazine, con questo titolo: “Edda Ciano, la donna più pericolosa d’Europa, tiene suo padre in un stretta di ferro”.
Si facevano commenti sui suoi vestiti, sul suo taglio di capelli, sulla sua macchina, sulle sue vacanze a Cortina o a Capri. Fissava la moda, soprattutto negli ambienti popolari, essendo sempre stata snobbata dagli aristocratici.
Era lei che ogni mese distribuiva i premi per le nascite e le pensioni militari alle famiglie meritevoli e bisognose, essendo poi ricambiata con una reale devozione e un sostegno popolare.
Una vera e propria leggenda si era formata intorno a lei, la leggenda della figlia del capo. Ma per la parte più estremista del partito fascista, non era mai abbastanza fascista: vollero vedere in lei una Messalina dai gusti depravati e dai mille amanti, che conduceva una vita scandalosa. La sua villa a Capri era troppo lussuosa, accumulava privileggi inammissibili in un paese in guerra: da lei si mangiavano bistecche e si beveva vero caffè. Passava le sue notti in sale da gioco spendendo somme importanti che suo padre, e poi suo suocero, pagavano per lei.
Tranne Malaparte, numerose personalità di grande prestigio s’interessarono a lei. Per esempio, il dottore André Répond, psichiatra, presidente della Federazione mondiale per la salute mentale, pioniere nel campo della psichiatria sociale e della profilassi mentale, fondatore nel 1930 del primo centro medico-psychologico dell’infanzia. Répond, allievo di Bleuler, di orientamento psicanalitico, introdurrà nei servizi diretti da lui, dei trattamenti che a volte eseguiva lui e a volte affidava ai suoi allievi. Répond era assolutamente adorato da loro. La storica svizzera Renata Broggini riferisce una testimonianza di uno degli allievi di Répond che dice che in lui trovavano non solo un maestro ma anche “un uomo dalla personalità ricca, aperta ed estremamente affascinante.”
Questo medico illustre annunciò alle autorità federali che avrebbe accolto Edda nella sua casa di riposo di Malévoz, nello stesso momento in cui le stesse autorità comminciarono ad accorgersi del peso del personaggio al quale avevano accordato lo statuto di rifugiata politica. Era scomoda. Visto che “il caso di questa rifugiata poteva interessare vivamente” il medico in questione, Edda che soffriva di una seelische Depression, fu immediatamente mandata da Répond. Quest’ultimo sembra essere stato subito affascinato da Edda al punto che, alla fine della “cura di psicoterapia” (imposta da Répond e condotta da lui stesso), scriverà in un rapporto alle autorità (ricordiamo che occupando un posto in ospedale era un funzionario e doveva rendere dei conti alle autorità): “Edda non ama la verità, non ha imparato niente e non modifica in niente il suo comportamento”. Peggio ancora, dal suo punto di vista “preferisce fuggire il medico”. Si lamenta dunque che il transfert – che funzionava così bene per lui – non aveva nessuna presa su di lei. Acconsentì allora alla sua espulsione dalla Svizzera. (Da una minuziosa descrizione di Renata Broggini, si sa che Répond volle accompagnare Edda alla frontiera. Un po’ commosso la guardò, appena consegnata agli alleati che si facevano carico di lei, andarsene senza mai voltarsi!)
Quando Carlo Levi, in veste di rappresentante del Giornale del Comitato di liberazione nazionale della Toscana, andò ad intervistarla nel settembre del 1947 a Lipari dove, dal momento del suo ritorno in Italia, aveva obbligo di domicilio, dichiarò: “non mi parlate di psicanalisi – tutte idiozie. Ho vissuto trentacinque anni con i miei complessi e sto bene così”.
Levi osservò qualcosa in lei che chiamò “il vuoto” sotto a delle parole che definisce “antisentimentali”. “Si può percepire” scrive “che il punto centrale in lei, se ce n’è uno, si situa nel rapporto con suo padre, nell’importanza decisiva che ha avuto su di lei, sul suo essere. Ma se a sua volta Edda è interrogata sul rapporto con il padre, si ha la sensazione che non segue il filo del discorso. Non che non voglia perché è reticente, ma perché non capisce. Sotto la superficie c’è un vuoto. Tutto per lei è riportato a una serie di luoghi comuni, in un mondo di idee poco elevato in mezzo al quale evolve senza essere mai veramente coinvolta…Quello che prova sotto questa posizione antisentimentale, non saprei dirlo.”
Malaparte, Répond, Carlo Levi, ognuno di loro aveva individuato in questa donna un grande potere di seduzione e un interesse limitato per l’introspezione. Sono gli altri che s’interrogano sul suo conto. Non è forse questo un tratto che possiamo riconoscere?
Come post-sciptum, propongo queste frasi di Marina Tsvetaeva: “Amare un’uomo – è vederlo come Dio lo ha concepito e come i suoi genitori non lo hanno realizzato. Non amarlo – è vederlo come i suoi genitori lo hanno realizzato. Non amarlo più – è vedere al suo posto un tavolo, una sedia”.