La Nevrosi Ossessiva – di Charles Melman

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Conferenza tenuta dall’Autore il 1 maggio 2001 al Centro di Studi Italo-Francesi, P.za Campitelli 3, Roma, in occasione della presentazione del volume “La nevrose obsessionelle”, Paris, AFI, 1999.

di Charles Melman, fondatore dell’Association Lacanienne Internationale

Partiamo da questa constatazione: dai tempi di Freud e malgrado Lacan, non sappiamo molto di più sulla nevrosi ossessiva. Se qualcuno di voi ha sulla nevrosi ossessiva, un concetto in più rispetto a Freud, sarei molto contento che mi istruisse. Ciononostante nei suoi studi sull’isteria, Freud dice che la nevrosi ossessiva è molto più facile da comprendersi dell’isteria, perché nella nevrosi ossessiva non c’è quel salto nel somatico che c’è nell’isteria. Ciò vuol dire che non ci piace molto studiare la nevrosi ossessiva. L’isteria è spettacolare ed è una provocazione fatta al sapere, alla fabbricazione del sapere e perciò mostra l’impotenza. Il nevrotico ossessivo, invece, è assente dalla scena, è silenzioso, e non appena si pretende di trattarlo attraverso il sapere, egli risponde con un’arma notevole: il dubbio. Non il dubbio cartesiano che è generatore dell’esistenza del soggetto ma, al contrario, il dubbio omicida, il dubbio che dice: “Vedi non sai bene cosa stai dicendo”. E spesso si prova una sorta di violenza oscena quando si vuole penetrare la nevrosi ossessiva.

Un’altra difficoltà concerne il modo di pensare dell’ossessivo, in quanto molto simile al modo di pensare che noi definiamo normale ed abbiamo una certa ripugnanza a concepire che vi sia qualcosa di propriamente patologico nel pensiero che definiamo normale. Spero, per realizzare l’auspicio gentile di Jacqueline Risset, di portare un po’ di luce su questo punto.

Il caso più importante e conosciuto di nevrosi ossessiva è l’Uomo dei ratti di Freud. La chiave di questo caso sta nell’osservazione di Freud. Che cosa osserviamo, infatti? Che c’è un momento nella sua infanzia in cui scopre il brillio fallico, cioè scopre ciò che bruscamente da senso al gioco dei significanti. Ogni bambino passa per questo momento, ogni bambino ha questo momento di illuminazione in cui capisce che ciò di cui il significante parla è qualcosa di nascosto che non si può vedere o che non bisogna vedere: il sesso. E’ un momento epistemologico fondamentale per il bambino e nell’osservazione dell’Uomo dei ratti si vede molto bene che nei giochi che fa in bagno o con le sue governanti, ha questo momento di rivelazione. E’ una scoperta legata al sentimento di colpa e alla certezza, perfettamente logica, che ciò che gli è appena apparso, scomparirà subito e non lo rivedrà più. C’è dunque una sorta di angoscia e questo timore di non poterlo più rivedere. Ha ragione perché quest’istanza fallica è apparsa in tutto il suo brillio, per poi scomparire effettivamente per sempre.

Ciò che succede di particolare e di specifico nell’ossessivo, è che sarà lui ad accusarsi dell’omicidio, ad imputare alla propria colpa il fatto che questa istanza sia scomparsa dal campo della realtà. Ne dedurrà come lezione morale che d’ora in poi deve punirsi sacrificando in lui tutto ciò che ha a che fare con il desiderio sessuale. In ogni caso si vede la pertinenza di quella osservazione di Lacan quando dice che nella letteratura non vi è traccia di nevrosi ossessiva prima della istallazione della nostra religione. Nella letteratura antica abbiamo tutte le manifestazioni dell’isteria: la medicina di Ippocrate conosceva molto bene l’isteria e la chiamava come tale, i medici della formazione ippocratica erano molto intelligenti e conoscevano molto bene ciò che riguardava l’isteria. Non c’è invece nessuna traccia di nevrosi ossessiva prima dell’avvento della nostra religione, vale a dire del senso di colpa che prendiamo su di noi per la morte di Dio e del sacrificio che facciamo per farci perdonare della sessualità vissuta da quel momento in poi nel registro della colpa. Ma quest’operazione tipica della nevrosi ossessiva, va più lontano e ha conseguenze che sono molto più ampie e che ci conducono proprio sul terreno della logica.

Ciò che l’ossessivo in effetti non può accettare, qui sono obbligato ad utilizzare un concetto lacaniano indispensabile e al quale non si può girare intorno, è il concetto di grande Altro. L’ossessivo non può accettare che nel grande Altro ci sia una mancanza per il fatto che lui se ne accusa in virtù del suo omicidio, del suo assassinio. È convinto che sarebbe lui il responsabile della sua mancanza nell’Altro. Nella clinica ciò significa che il bambino si sente responsabile della ferita della madre e le madri hanno spesso il dono particolare di ricordare ai bambini che loro hanno dato ai figli tutto ed è per questo che loro hanno una ferita. C’è dunque nella nevrosi ossessiva un’operazione di difesa nei confronti di questa mancanza nell’Altro ed è ciò che Lacan chiama la forclusione della castrazione. Questa forclusione della castrazione, quando ho parlato di questo qualche mese fa in Brasile, i miei colleghi brasiliani mi hanno domandato quale sia allora la differenza con la forclusione del Nome del Padre, poiché la forclusione sembra un processo che conduce alla psicosi. Lacan parla in modo molto semplice di forclusione della castrazione nella nevrosi ossessiva, vale a dire di una forclusione che concerne un significante che non è il Nome del Padre, e che ritrovate nel grafo lacaniano del desiderio: il significante di una mancanza nell’Altro. Penso che voi siate come me e che quando avete visto nella concettualizzazione di Lacan e nella scrittura del grafo del desiderio l’apparizione di S(%), vi siate chiesti che cos’è questo significante di una mancanza nell’Altro, qual è il nome di questo significante della mancanza nell’Altro. Il Padre appunto ha un nome, qual è il nome di questo significante? Ogni significante è il significante di una mancanza nell’Altro, giacché qualsiasi significante è il segno di una pura perdita. Che cos’è l’ordine simbolico se non l’insieme dei significanti nella misura in cui ciascuno di tali significanti è la misura di un bel niente? Ci sono solo gli psicoanalisti per formulare una proposizione così difficile da accettare.

A Parigi ci sono state delle giornate dedicate al simbolico. I miei colleghi hanno invitato degli antropologi, dei teologi, tutta una serie di ricercatori che sono interessati a ciò che voglia dire il simbolo. Il simbolo è il segno rappresentativo di un’istanza che non è presente nel campo della realtà ma che, ciononostante, è essenziale anche alla mia stessa vita. La bandiera nazionale, ad esempio, è il simbolo di un’istanza, di una potenza invisibile, ma che può essere essenziale alla mia vita. Lo stesso dicasi per la croce, simbolo di una potenza invisibile ma che può essere essenziale alla mia vita. Ebbene, il significante è il simbolo di un bel nulla, e questo nulla è essenziale alla mia vita perché senza di esso il gioco dei significanti non è più possibile, e quando tale gioco non è più possibile, sono morto. Affinché io viva e possa desiderare, è necessaria questa possibilità del simbolico propria del significante, che autorizza le metafore e le metonimie, che mi permette di desiderare e di pensare. Se l’ossessivo si presenta così frequentemente come qualcuno che è già morto è perché in lui c’è stata questa forclusione che ha riguardato il significante in quanto marca di una mancanza nell’Altro e ciò comporterà in lui conseguenze che domineranno tutta la sua esistenza. Ve ne evoco solamente qualcuna che ci conduce sul terreno della logica. La prima conseguenza è la concatenazione della catena significante, cioè non c’è più rottura nella catena significante, vale a dire che nell’esercizio della lingua non c’è che metonimia. Ogni significante è sempre agganciato, in contatto con un altro significante, e – come sapete – una delle grandi sofferenze dell’ossessivo è il contatto, la contaminazione. Non c’è più intervallo, cesura, spazio. Tutti gli elementi della catena sono in contiguità, vale a dire che il simbolo in gioco che riunisce tutto ciò, è una e rovesciata.

Vi ho detto prima che il significante è il simbolo di una pura assenza. Nella nevrosi ossessiva è diventato simbolo di che cosa? Non è più il simbolo di un’assenza pura, perché è proprio quello che l’ossessivo non sopporta, ciò di cui si accusa. Il significante è divenuto il simbolo di un Uno. Ciò che Lacan chiama anche almeno Uno (nella serie dei numeri lo zero che rappresenta la pura assenza e che deve sempre essere contato come Uno). Ma nella logica dell’ossessivo questo Uno non è più situato nel reale in quanto l’ossessivo rifiuta la dimensione del reale, tant’è che quest’Uno per lui è sempre attaccato all’estremo della catena. Per onorarlo e rispettarlo l’ossessivo non ha altra possibilità che quella di tenersene a distanza; mentre per rispettarne la virilità non ha altra possibilità che femminilizzarsi. Ritroviamo qui un altro grande tratto clinico dell’ossessivo: ha sempre paura di andare troppo lontano. Perché siccome nella catena non c’è niente che lo fermi, nessuna cesura, nessuno stop, corre sempre il rischio di andare troppo oltre, cioè di arrivare fino alla fine.

Vedrete che nell’osservazione dell’Uomo dei ratti, l’eroe ha sempre paura di arrivare al termine: non può terminare i propri studi, non può sposarsi, non può essere inserito nella vita sociale, deve sempre mantenersi ad una certa distanza, nei confronti di ciò che per lui sarebbe un compimento, un arrivare allo scopo.

Se tutti gli elementi della catena sono solidali, all’ossessivo si pone un grande problema etico: cosa è ammissibile e che cosa deve essere respinto? Perché se tutti gli elementi della catena si tengono insieme, come può qui operare una rimozione? Essendo la rimozione un taglio nella catena, l’ossessivo ha questa particolarità nei suoi processi di difesa per cui non sa rimuovere. Ha un solo meccanismo di difesa, la negazione e l’annientamento. Ma un elemento che viene annullato, comunque resta là. E oggi tutti hanno sufficientemente degli elementi di psicoanalisi per sapere che, quando io pongo una formula marcata dalla denegazione, è una formula che potrebbe molto bene significare l’opposto. Se gli dico: “Ah, non gliene voglio”, tutti sanno che poiché questo pensiero mi è venuto in mente, non ho potuto che formularlo in questo modo, marcato dalla denegazione e che il vero pensiero inconscio è che invece io ho dei sentimenti ostili nei suoi riguardi. Altrimenti non mi sarei espresso con questa formula. Il che fa sì che l’ossessivo sia molto imbarazzato per trovare dei meccanismi di difesa contro i propri sentimenti aggressivi. Perché l’aggressività è uno dei tratti maggiori dello psichismo dell’ossessivo?

Perché, a partire da Lacan, l’amore è un movimento dell’anima che è ordinato dalla mancanza nell’Altro. Non è affatto lo stesso meccanismo del desiderio. Uno dei tormenti delle persone della nostra cultura è quello di non poter far coincidere le figure dell’amore e del desiderio. Perché ciò che io desidero in qualcuno è retto da questo oggetto piccolo ache è installato dal mio fantasma e che provoca in me questo movimento di desiderio, ma l’amore è comandato da questa debolezza, da questa mancanza nell’Altro. Il problema dell’ossessivo è che vive l’amore come un imperativo super egoico proprio per porre riparo con il proprio amore alla mancanza nell’Altro.

L’Uomo dei ratti ama una signora, questa signora ha tutto ciò che occorre per essere amata, perché è povera, malata, non è molto intelligente, allora lui semplicemente la adora. E’ evidente che non farà mai del sesso con una persona così notevole, ma lo fa con la sartina che viene a casa. L’ossessivo vive l’amore come un dovere e dunque l’espressione dell’odio è in lui eminentemente interdetta.

Ma voglio arrivare alla fine di queste osservazioni. Nella logica c’è un’associazione tra questa, che si scrive come vu rovesciato (Ç) e un altro operatore logico che è la disgiunzione, cioè la vu dritta (È), la disgiunzione che vuol dire: o… o… . In logica esistono due forme di disgiunzione, una inclusiva e una esclusiva. Cioè quando dico o… o…., può essere “a”, può essere “b”, può essere una o l’altra. Nella disgiunzione esclusiva, se questo “a” non è “b”, se è “b” non è “a”. Ebbene l’ossessivo non conosce che la disgiunzione inclusiva, o l’uno o l’altro, ma non può respingere nessuno dei due elementi. Ora riflettete su questo punto. Come si forma in noi l’idea della certezza? Si fonda sulla certezza di ciò che non bisogna, per esempio, fare. Si fonda sulla certezza di ciò che va respinto. Ciò che per noi organizza il campo della realtà è ciò che è stato respinto, rifiutato. Non sono sempre sicuro della realtà, ma sono sempre sicuro di ciò che devo rifiutare. Ebbene l’ossessivo è preso in un sistema in cui non può rifiutare più nulla. Per questo è costipato e non può rifiutare più nulla, perché equivarrebbe per lui a ripetere l’omicidio originale che ha commesso ed è per questo che è preso in un sistema infernale che al tempo stesso gli ordina di rifiutare ciò che non si deve, come ad esempio i desideri sessuali o l’aggressività, e allo stesso tempo non può farlo perché equivarrebbe a ripetere un’operazione omicida. Vale a dire che finisce per non sapere più che cos’è il bene e che cos’è il male.

C’è un’ultima figura logica che è quella dell’eguaglianza, ma non posso parlarvene diffusamente. Nell’ossessivo c’è una grande aspirazione a poter realizzare l’uguaglianza con l’Altro. L’uguaglianza in questo sistema non arriva mai ad essere realizzata e, come possiamo verificare nelle nostre esistenze coniugali e sociali, l’uguaglianza è un’aspirazione le cui conseguenze non sono sempre la migliore aspirazione.

Per terminare farò ancora due brevi osservazioni.

1) Perché la logica si impone come modo di regolazione del pensiero dell’ossessivo? Perché ci sono due modi per far valere l’autorità di un proposito, di una sentenza. O l’autorità deriva dalla persona che la formula, per esempio Lacan dice delle cose che sono spesso incomprensibili, dice che non c’è rapporto sessuale. Forse domani vi chiederò di spiegarmi un po’ questa frase. Lo dice lui, per cui o ci si fida o non gli si crede. In ogni caso è la sua autorità che rende valida la sua affermazione di cui, tra l’altro, vi mostrerò l’esattezza. Ma nell’attesa, o gli si crede o si dice che è un po’ … . L’altro elemento che assicura l’autorità di un’affermazione è la sua consistenza logica. Se scrivo a = b, b = c, dunque a = c, poco importa chi sia a dirlo, non c’è nemmeno bisogno di qualcuno che lo dica, è sicuramente vero. Ebbene nell’ossessivo, nella misura in cui c’è in lui forclusione di una mancanza nell’Altro, non c’è più nell’Altro quel luogo dove lui può venire ad ex-esisterecome soggetto e dunque a manifestare una parola e a fare sì che la verità di tali proposizioni sia fondata sulla propria parola. Nella misura in cui ha operato questa forclusione ha a che fare solo con una catena consistente e la cui validità può essere solo quella della sua stessa scrittura, della catena. E’ per questo che un ossessivo pensa come si scrive, che cerca la validità della sua proposizione nell’intervento di operatori puramente logici. Sono operatori che funzionano in modo inconscio in lui, ma che sono presenti ed attivi. Il problema della logica è che essa in primo luogo obbliga il logico ad andare sempre indietro per verificare la consistenza di ciò che egli ha scritto, ed è ciò che fa sempre l’ossessivo: è obbligato ad andare sempre indietro lungo il percorso dei suoi pensieri. Questo è un primo punto che è molto evidente.
2) Parafrasando ciò che diceva Russel a proposito della matematica, non si sa mai di che cosa parli e se sia vera. Ciò è proprietà di ogni processo logico, ma è anche ciò che fa sì che l’ossessivo sia perduto per quanto riguarda l’esattezza e la verità cui aspira. Vorrebbe pensare in modo corretto e giusto ma non è mai sicuro del proprio pensiero, e come si sa ciò lo impegna in un grande tormento.
L’ultima osservazione riguarda molto rapidamente un punto della topologia. Siete sicuramente interessati alla figura del cross-cap, una sfera bucata in cui si può passare dall’esterno all’interno senza oltrepassare un bordo. Ebbene, ciò che l’ossessivo realizza è di sostituire alla figura del cross-cap la figura della sfera e l’ossessivo è dentro questa sfera e si protegge da tutte le aggressioni che potrebbero frantumare la sfera nella quale si è messo per proteggersi. Evidentemente questa sfera assomiglia molto ad un utero, cioè alla possibilità di restare con un grande Altro in una relazione di amore e scambio reciproci e senza alcuna rottura. Ciò testimonia che in lui vi è sempre un grande ideale, mentre il mondo è fuori, all’esterno, con il sesso, dall’altra parte della conchiglia. Quando ha fatto bene il proprio lavoro ed è scesa la notte, l’ossessivo si permette di fare capolino di fuori e di avere delle attività sessuali che sembrano un po’ bizzarre se si tiene conto della sua morale e della sua personalità. Ed è per questo che si può dire che in questo tipo di nevrosi c’è una sorta di doppia personalità. Questo pensiero, questi ideali dell’ossessivo, sono i nostri, ed è per questo che è così difficile parlarne. Inoltre quando se ne parla si ha la percezione di esercitare una violenza in questa conchiglia nella quale ci piacerebbe tutti vivere e proteggerci, vale a dire che tutti abbiamo sempre questa difficoltà a sopportare la mancanza nel grande Altro. Nemmeno l’isterica rispetta questa mancanza nel grande Altro. Dice che è uno scandalo, dice: “Guardate quello che mi è stato fatto, guardate la mancanza di cui sono portatrice”, e poiché ha spesso la fortuna di incontrare un ossessivo, avrà la generosità di votarsi a colmare questa mancanza. Ma quando si cerca di colmare una mancanza questa mancanza diventa sempre più grande, per cui le difficoltà non sempre si risolvono. Ecco il genere di tragicommedia in cui siamo immersi, perché – come dice Lacan – siamo dei parlesseri. La questione posta cento anni dopo Freud è: siamo capaci di uscire da questa scena, da questo teatro e cercare di recitare nuovi pezzi teatrali, o amiamo a tal punto il nostro repertorio da restare attaccati alla nostra sedia? Nonostante che il sipario sia già calato, noi rifiutiamo di uscire, vogliamo ancora lo stesso pezzo. Credo che al lavoro degli psicoanalisti, che è un lavoro molto privato, spetta di verificare con ognuno dei loro pazienti e con loro stessi se sia possibile o meno uscire da questo teatro. In ogni caso ciò che Lacan ha cercato negli ultimi otto anni della sua vita, con il nodo borromeo, era proprio questo: capire se si può averne abbastanza del pezzo teatrale e uscire un po’ di fuori. Ecco, io non ho risposta.

Dibattito

– Perché la nevrosi ossessiva è sul lato maschile mentre l’isteria è piuttosto sul lato femminile?
M: Quando la bambina capisce come vanno le cose, si ritiene vittima di un danno irreparabile, allora reclama. Il bambino si ritiene vittima di una malattia e d’altronde va dalla mamma a dire: “Guarda soffro di un’erezione!”. Il maschietto ha una sola preoccupazione: come sbarazzarsi del sesso?. Dunque la relazione è fra qualcuno che lo reclama e un altro che non pensa che a sbarazzarsene. Bisogna ben dire che le nevrosi sono un tentativo, un mezzo per sbarazzarsi del sessuale. Credo però che questo quadro abbastanza semplice, non si ami troppo rappresentarlo per un gran numero di ragioni.
Nella clinica esistono uomini isterici e donne ossessive. Il versante su cui ci si pone, il versante logico, non dipende necessariamente dall’anatomia, l’anatomia non fa il destino. Ciò che fa il destino nella sessuazione è da quale versante ci si mette, ed è certo che si possono avere delle donne sul versante uomo e degli uomini sul versante donna, senza per questo che il loro comportamento sessuale manifesti delle trasgressioni. Certo ci sono molti uomini isterici, ma naturalmente i casi più frequenti sono di donne. C’è anche qualche donna ossessiva. Ciò che possiamo sottolineare è che si possono vedere delle nevrosi ossessive complete in un bambino di otto anni. Tutto il sistema è lì. Mostra tutta la forza della struttura che si stabilisce nell’infanzia.

– Vorrei tornare sulla figura logica dell’uguaglianza in quanto avete detto che la nevrosi ossessiva cerca di realizzare quest’uguaglianza con l’Altro. Ma quale altro, grande Altro o piccoli altri? A volte penso alle conseguenze della nevrosi ossessiva nel sociale, questo modo logico di relazionare dove un oggetto vale l’altro, che non appartiene ad una struttura perversa, che però va a produrre degli effetti perversi. Non dico niente di strano, è quello che Lacan riprende nel transfert su questa caduta nella perversione, o con le modalità perverse che può produrre la nevrosi ossessiva.
M: Dovrei cominciare un’altra conferenza! La Sua domanda è molto buona ma non posso rispondervi con una o due frasi. C’è tutto un paragrafo molto importante che Lei affronta a proposito della nevrosi ossessiva ed è il rapporto di questa con la perversione. Ci vorrà un’altra occasione per affrontare questo punto.

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