Sin dall’origine in psicanalisi ricerca e cura insieme stanno e cadono insieme – di Antonello Sciacchitano

Antonello Sciacchitano

Comunicazione tenuta al 6° Congresso della Fondation Européenne pour la Psychanalyse (Padova, 29-20 ottobre 2005)

di Antonello Sciacchitano

Dedicherò i pochi minuti che il congresso mi concede al tentativo di spiegare le ragioni che mi hanno indotto a mettere in circolazione i testi che avete trovato nel sito Internet, grazie anche alla benevolenza di Moustapha Safouan, che li ha apprezzati.

È da otto anni che ho cominciato a interessarmi al problema degli antecedenti filosofici di Lacan. Nel 1997 alla Columbia University di New York, a un congresso sui matemi lacaniani della sessuazione, ho esposto una tesi sulla possibilità che gli antecedenti filosofici di Lacan fossero intuizionistici. Questo credo che sia vero per l’ultimo Lacan. Per il primo Lacan occorrono altre ipotesi. Oggi mi interessa sondare la possibilità che gli antecedenti filosofici di Lacan siano fenomenologici, come quelli di qualunque psichiatra della sua – e della mia – epoca e come quelli di qualunque psicanalista, se è vero – ma lo ritengo discutibile – che la filosofia implicita della psicanalisi sia, a giudizio del maggior fenomenologo francese, Maurice Merleau-Ponty, proprio la fenomenologia.

Ma prima di entrare in argomento, concedetemi due riflessioni preliminari. Perché interessarsi agli antecedenti filosofici di uno psicanalista come Lacan? Rispondo in primo luogo perché ci sono e sono davanti agli occhi di tutti. In secondo luogo perché gli antecedenti filosofici – che ci sono – introducono inevitabilmente nel discorso una componente metafisica, che impedisce al discorso di evolvere e che è meglio espungere. La metafisica, infatti, serve a non pensare.

Il problema non è solo del pensiero di Lacan. Gli antecedenti filosofici esistono anche in Freud. La metapsicologia freudiana ha come antecedente filosofico la fisica di Aristotele. Il movimento pulsionale è un movimento aristotelico. Ha un un’origine nella zona erogena, un bersaglio nella meta della soddisfazione pulsionale, e un motore nella forza costante della pulsione. È importante ricordarlo perché questo modello arcaico di moto è alla base del principio eziologico, o di causalità psichica, che ricorre anche in Lacan. Lacan aveva appreso Aristotele da Freud. A sua volta Freud aveva appreso Aristotele alla scuola di Brentano, che negli anni Settanta teneva degli affollati seminari a Vienna sul tema della psicologia empirica. Quei seminari erano frequentati da Freud e da Husserl. Il tentativo freudiano di uscire dall’aristotelismo, verso un al di là del principio di piacere, con la pulsione di morte era destinato a fallire sul nascere. La pulsione di morte non ha alcuna giustificazione scientifica, ma è pura metafisica (malamente mutuata da Nietzsche).

Il mio interesse per gli antecedenti filosofici dei nostri maestri non è puramente accademico, ma pratico. Questi antecedenti vanno ben conosciuti per meglio espungerli dal discorso e dalla teoria analitici, a costo di perdere alcuni frammenti di teoria, per esempio la teoria freudiana delle pulsioni, che va urgentemente riformulata in termini non aristotelici. (Lacan ci ha provato con la sua topologeria, ma si può fare di meglio). Gli antecedenti filosofici di Freud e di Lacan vanno perciò coraggiosamente espunti, perché impediscono alla psicanalisi di progredire. Dimenticare il Freud aristotelico e il Lacan husserliano – o meglio, consegnarli alla storia – può fare solo bene alla psicanalisi, magari promuovendo la sua diffusione in ambito scientifico.

Seconda e più rapida riflessione preliminare in forma di autodifesa. Sia ben chiaro. Io non sto cercando di superare né Freud né Lacan. Sarebbe da parte mia ingenuo e forse anche stupido. Credo che il buon allievo debba comportarsi nei confronti del maestro più da scultore che da pittore, lavorando più “a togliere” che “a mettere”, per esempio attraverso commenti pedanti e prolissi. Fuor di metafora, lavoro ai sacri testi in modo darwiniano, selezionando quel che è fecondo ed eliminando quel che è sterile. In questo senso mi preoccupo di restaurare sia Freud sia Lacan, ripulendoli dalle incrostazioni metafisiche, che impediscono a Freud di essere Freud e a Lacan di essere Lacan. Detto nei miei termini, mi preoccupo che Freud e Lacan diventino più rigorosamente scientifici di quanto non sia loro riuscito in vita. Pertanto – vi prego – non andate in giro a dire che Sciacchitano non è più freudiano e non è più lacaniano, solo perché “uccide i maestri”. Certo, non appartengo a scuole lacaniane o freudiane, ma questo depone a favore del mio freudismo e del mio lacanismo. Fine dei preliminari.

Ci sono parecchi indizi che fanno pensare alla matrice fenomenologica del pensiero di Lacan. Vi accenno rapidamente senza approfondire l’argomento. Certamente gli studi sui complessi familiari sono pesantemente fenomenologici. All’epoca Lacan era psichiatra. La psichiatria del primo Novecento, non solo quella francese, è pesantemente debitrice della fenomenologia. In Francia il padre di tutte le fenomenologie è Bergson. Da lui discendono Sartre e Merleau-Ponty, da cui discendono Foucault e Derrida. Da Bergson proviene quell’interesse per la filosofia del tempo soggettivo – la durata – che, attraverso il tempo vissuto di Minkowski, arriva tempo logico e al tempo di sapere di Lacan.

Il Lacan dello stadio dello specchio è fenomenologo. Nello stadio dello specchio, piratato a Wallon, un altro psicologo fenomenologico, si tratta meno della formazione del moi, come ingannevolmente propone il titolo, e più della soggezione del soggetto allo sguardo dell’altro. Lo sguardo è l’oggetto fenomenologico per eccellenza. Arriviamo così al Seminario XI, che è in riferimento costante all’ultima opera di Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile, dove il secondo fonda il primo. La famosa riformulazione lacaniana del cogito,sono dove non penso e penso dove non sono, incorpora buona parte della fenomenologia della visione, dove il soggetto vede là dove non si vede. È, infine, fenomenologica la concezione dell’oggetto come anamorfosi.

Qui e ora, tuttavia, non voglio entrare nei dettagli della posizione fenomenologica di Lacan, una questione, per altro, che può interessare più ai filosofi che agli psicanalisti. Voglio solo sottolineare una conseguenza della fenomenologia di Lacan, pertinente al tema del nostro congresso, La psicanalisi e la scienza. Si tratta di una conseguenza che inibisce a Lacan stesso lo sviluppo del suo pensiero. Poco fa abbiamo sentito Dumezil affermare che la scienza esclude il soggetto, (che sarebbe riconvocato nel discorso dalla psicanalisi). Questo non è falso, è semplicemente fenomenologico. Mi spiego, perchè questo è un punto delicato.

Il fenomenologo, tipicamente l’iniziatore della fenomenologia, Husserl, aveva un’immagine falsata della scienza. Aveva l’immagine della scienza del suo tempo che era la scienza positivista. Si trattava di una scienza:
a) strettamente quantitativa, cioè basata su misure strumentali;
b) strettamente deterministica, cioè ogni effetto aveva una causa e una sola;
c) strettamente oggettiva, cioè doveva per principio eliminare ogni interferenza soggettiva che turbasse il quadro introducendo fattori imponderabili e non riproducibili;
d) strettamente riproducibile, cioè i suoi risultati dovevano potersi ripetere tali e quali in ogni tempo e in ogni tempo e in ogni luogo.
Insomma, era una scienza “stretta”. (I tedeschi direbbero argutamente “a quadretti piccoli”).

Giustamente, contro questa scienza asoggettiva si appuntavano le critiche dei fenomenologi. Un po’ ingenuamente essi miravano a:
1) reintrodurre nella scienza il soggetto, che non del tutto a torto ritenevano fuorcluso dalla scienza dell’epoca, e a
2) fondare una filosofia come scienza rigorosa che tenesse conto del soggetto. Così Husserl nella Crisi delle scienze europee e non solo.

L’ingenuità dei fenomenologi fu un errore con conseguenze non da poco, che arrivano fino a noi oggi nell’aula di questo congresso. Innanzitutto, l’immagine di scienza positiva era già obsoleta ai tempi di Husserl. Il determinismo positivista fu fatto saltare dalla meccanica quantistica, che è sì meccanica, cioè segue delle regolarità e rispetta delle simmetrie, ma non è deterministica, cioè gli eventi in essa registrabili sono solo probabilistici, come il risultato del lancio di una monetina. Evidentemente la coniugazione di meccanicismo e indeterminismo era difficile da concepire non solo per i positivisti, ma anche per i loro nemici, i fenomenologi, che a loro volto si dichiaravano “i veri positivisti”. Sta di fatto che oggi abbiamo a che fare con una scienza più morbida e più variegata che ai tempi di Freud e di Husserl. Perciò l’epistemologia di Husserl non si applica al nostro caso.

Ma c’è un secondo errore, più grave, nella posizione fenomenologica di fronte alla scienza. Il fenomenologo non si accorse che la scienza autentica – quella che io ritengo cartesiana – non solo non fuorclude il soggetto, ma addirittura lo mette all’opera per produrre sapere, ivi compreso il sapere inconscio – aggiungo io. Allora il fenomenologo commette l’errore che Lacan stigmatizzava nel sofisma dei tre prigionieri. Con la sua epochè il fenomenologo si comporta da psicastenico. Dubita del dubbio che genera la scienza. Così facendo si comporta come il prigioniero che, a partire dalla propria e altrui incertezza, prima conclude di essere bianco e poi mette di nuovo in dubbio la conclusione. A quel punto il fenomenologo, come il prigioniero, perde definitivamente la certezza cartesiana acquisita attraverso il dubbio e, soprattutto, non potrà mai più acquisirne un’altra, né più né meno rigorosa di quella cartesiana. L’epoché fenomenologica è come la folie du doute, ma con conseguenze culturalmente più gravi.

Lo stesso soggetto che funziona nella scienza funziona nella psicanalisi. Non lo dico io, lo dice Lacan, almeno fino al seminario XIII. (Poi perché smette?) è un soggetto impegnato nel lavoro epistemico. Freud lo direbbe un soggetto impegnato nel lavoro della civiltà, laKulturarbeit. Questo soggetto risale al cogito cartesiano. Condivido al cento per cento l’analisi lacaniana del cogito cartesiano. Apprezzo la sua finezza, là dove raddoppia ilcogito dell’enunciato (cogito ergo sum) nel cogito dell’enunciazione (cogito “cogito ergo sum” ergo sum). A partire dall’analisi lacaniana faccio risalire il cogito dell’enunciato al soggetto della scienza moderna, e il cogito dell’enunciazione al soggetto del romanzo moderno, ma di questo purtroppo non posso parlare qui. Ridotta all’osso l’argomentazione lacaniana si formula così. Il soggetto del cogito è il soggetto dell’inconscio, ergo quella particolare attività del soggetto dell’inconscio, che si chiama psicanalisi, è scientifica.

Capite allora il mio sconcerto. Pur avendo avuto questa formidabile intuizione, che solo un grande psicanalista poteva avere, Lacan fu timido a compiere l’ultimo e decisivo passo, affermando tout court che la psicanalisi è scienza. Perché questa mancanza di coraggio? Credo di sapere la risposta. Perché ancora a 65 anni – la mia età di oggi – Lacan era soggetto all’influenza nefasta della fenomenologia, la filosofia che gli inculcarono i suoi maestri psichiatrici e che il suo maestro di hegelismo, Kojève, non riuscì a indebolire. (Tra parentesi, l’hegelismo di Lacan, di cui parla tanto Zizek, non esiste, ma anche su questo non posso diffondermi.) La conseguenza grave dell’errore fenomenologico, di cui ho discusso prima e che ho già annunciato, è di aver propagato e fissato nel senso comune, anche in quello di noi psicanalisti, persino in una testa pensante come quella di Lacan, l’immagine falsa e inattuale di scienza senza soggetto. Insomma, grazie ai veri positivisti, che furono i fenomenologi, si è imposta nell’immaginario collettivo un’immagine di scienza positivista, sopravvissuta agli stessi positivisti. Gli allievi di Lacan – il suo sintomo in vita durante 25 anni di seminario – hanno ereditato la ritrosia del maestro a tuffarsi coraggiosamente nel fiume della scienza. Dico, allora, che si sono istericamente identificati alla debolezza del maestro. Con il risultato che ancora oggi sentiamo l’erede ufficiale del lacanismo, J.A. Miller, parlare di scienza come psicosi paranoica, che sutura il soggetto (sic).

Immagino che queste mie affermazioni suscitino in voi parecchie resistenze. Anche questo aveva previsto il buon Lacan. Infatti, Lacan aveva capito che le maggiori resistenze alla psicanalisi provenivano da noi analisti. Come è vero! Io mi limito ad aggiungere un dettaglio. Ma attenzione! È una definizione. Le resistenze all’analisi degli analisti, le mie comprese, sono niente di meno e niente di più che resistenze alla scienza.

Potrei fermarmi qui, perché so di stare sollevando un vespaio. Per mettermi a tacere potrei approfittare del monito del presidente che mi informa che ho solo due minuti di tempo. Ma decido di continuare, sfruttando il tempo residuo per sollecitare la vostra attenzione su una caratteristica, diffusa ed evidente, da cui si può facilmente riconoscere il soggetto della scienza. Ancora una volta si tratta di una caratteristica che riesco a individuare grazie al lavoro stesso di Lacan. (Insisto sul punto perché qualche “resistente” può cogliere il destro per affermare che il mio discorso sia contro Lacan.)

E’ facile certificare la preclusione del soggetto da parte della scienza, mi dicono i filosofi. Noi, nel nostro cursus studiorum, incontriamo tanti nomi: Cartesio, Spinoza, Kant, Hegel. Nella scienza non è così. I nomi sono secondari e servono solo per ricordare certe formule, la più famosa la formula di Einstein: E = mc2. Per certi filosofi questo vuol dire che la scienza fuorclude il soggetto. In un certo senso hanno ragione. La teoria della relatività ristretta, tanto per fare un esempio, è secondario che sia di Einstein. Poincaré mandò alle stampe al Circolo matematico di Palermo il suo articolo sulla dinamica dell’elettrone qualche giorno prima di Einstein nel 1905, il famoso annus mirabilis della fisica. La teoria della relatività ristretta, se non l’avesse inventata Einstein, l’avrebbe inventata qualcun altro. Tuttavia, proprio la teoria della relatività generale, che generalizza la ristretta, pubblicata da Einstein quindici anni dopo, frutto di un diuturno lavoro del genio, è l’esempio paradigmatico di un lavoro collettivo. Ciò non toglie che sia l’espressione di un genio individuale. Il lavoro finale fu firmato da Einstein, ma fu reso possibile dal lavoro dei matematici italiani Ricci Curbastro e Levi Civita, che fornirono ad Einstein, deboluccio in matematica, gli strumenti del calcolo tensoriale, necessari a formulare le famose equazioni di Einstein, croce e delizia dei cosmologi moderni.

Concludo affermando che questo è un tratto caratteristico della dialettica del soggetto della scienza. È un tratto che voi stessi testimoniate qui con la vostra stessa presenza. Il soggetto della scienza è un soggetto collettivo. Introduce un legame sociale che coinvolge tanti. A differenza di quello fenomenologico, il soggetto della scienza non è solipsistico, ma è sin dall’inizio collettivo. Sulla collettività del soggetto della scienza Lacan ebbe intuizioni decisive già sessant’anni fa nel 1946, all’epoca del Tempo logico. Nella nota finale, infatti, Lacan affermava che il collettivo è il soggetto dell’individuale.