15 Dic Introduzione alla lettura del racconto Il melo di John Galsworthy

“The Apple-tree, the singing and the gold.”
~ Murray’s “Hippolytus of Euripides
La lunga novella, Il melo, di John Galsworthy, è l’opera in cui, , «… quest’autore inglese dallo spirito fine – scrive Freud nel Disagio della civiltà – mostra in modo penetrante come, nell’odierna vita civilizzata, non c’è più posto per l’amore semplice e naturale di due esseri umani». Nello stesso passo è di seguito precisato che «per sua natura la funzione sessuale si rifiuterebbe per se stessa ad accordarci piena soddisfazione e ci costringerebbe a seguire altre vie».
Troviamo qui, nella versione freudiana, quella faglia, quel punto d’arresto che prefigura ciò che Lacan designa come l’inesistenza del rapporto sessuale.
Questo singolare racconto può esemplificare ciò che nel Seminario RSI, Lacan propone come «… verità primaria, vale a dire che l’amore è hain(e)amoration, odio-innamoramento. Giacché l’amore non è velle bonum alicui come enuncia Sant’Agostino, se la parola bonum ha il minimo supporto e vuol dire il benessere dell’altro; non che, certamente, all’occasione, l’amore non si preoccupi un pochettino, il minimo, del benessere dell’altro: ma è chiaro che lo fa fino a un certo limite… concepibile soltanto in termini di ex- sistenza»[1].
Dunque, precisa Lacan nel 1975, che l’amore si preoccupa certo un pochettino del benessere dell’altro, ma può solo farlo fino a un certo limite, oltre il quale c’è quel campo impossibile a dire e immaginare, un campo rischioso tanto più intimo quanto estraneo al soggetto, dove l’amore si congiunge con la sua fonte di scaturigine, la linea dell’odio, nel quale ognuno deve trovare il coraggio di sconfinare, se vuole realizzare un minimo di godimento.
Vero è che Lacan rappresenta topologicamente questo sconfinamento dall’amore nel contrario dell’amore, con una sinusoide che incontra il suo limite in un anello, che si ostina a superare in un giro vizioso.

L’oscillazione amore-odio fa sì che la sinusoide ciecamente avvolga a spirale il cerchio, annodandolo. Trovo che non ci sia modo migliore di scrivere la cattura e il rapimento dell’essere parlante nella ricerca senza fine del godimento.
Questa oscillazione, nell’amore, tra il volere il bene di qualcuno e al tempo stesso il suo contrario, che trova consistenza nel gioco letterale del dire, hain(e)amoration, è proprio la dit- mansion, la misura del detto, dove si sostanzia il Reale della scrittura nodale.
Il giovane protagonista di questo racconto, si arresta di fronte al limite del Reale erotico che avverte in se stesso come qualcosa di intimo e di estraneo e, per evitare di esporsi a questo pericolo oscuro che lo minaccia, si appella al suo ideale cavalleresco di gentiluomo, per proiettare sull’altro il rischio ch’egli sta correndo, allo scopo di proteggerlo e cercare il suo bene.
È questo trasferimento sull’altro l’alibi che Lacan ci indica, quando sostiene che per superare «questo limite, l’amore si ostina a tutto il contrario del benessere dell’altro».
Lungi dal superare questo limite, il giovane protagonista vi erge tutt’intorno la cortina del suo intimo eloquio, i cui mattoni sono tenuti insieme dalla malta segreta del suo spirito poetico, sotto l’egida del suo ideale cavalleresco.
La sensibilità per lo spettacolo incantevole della natura è in lui dominante al punto che ogni altro sentimento viene filtrato e attenuato dalla sua vena poetica; sicché al momento di corrispondere in modo adeguato all’appello appassionato che la giovane dagli occhi di rugiada, Mégane, gli rivolge con parole ineludibili, «… io morirò se non posso essere con voi», che lasciano ormai solo spazio all’atto che inequivocabilmente la parola implica, Ashurst non sa risolversi e le parla… d’inezie.
Si dà a volte il momento in cui la dimensione della parola non ha altro luogo disponibile che per l’atto che la concerne: essere con, suneinai, è l’espressione con la quale Aristotele, nei Primi analitici, designa l’atto sessuale.
Egli si sottrae a questo “essere con voi” quattro volte ripetuto, e oppone alla giovane contadina infiammata il muro di parole della sua chiacchiera, evadendo nell’alibi di una costruzione artificiosa di frasi con la quale si perde, alla ricerca di un qualche bene dell’altro, nella nebbia del proprio conforto.
John Galsworthy, celebre autore della Saga dei Forsyth, è uno scrittore già affermato all’epoca in cui incombe la guerra del 14-18. Egli ha orrore della guerra ma si sente colpevole di non prendervi parte; per di più egli non tollera nemmeno l’idea di separarsi dalla moglie. Nella sua ideologia personale tuttavia, dove è contemplato “che bisogna pur tentare di essere gentiluomo”, la soluzione è infine trovata nel 1916 arruolandosi nella Croce Rossa come fisioterapista e può così partire per la Francia all’ospedale militare di Bénévole a Die, dove può portare con sé sua moglie, nel ruolo di massaggiatrice. Di questo suo rapporto con la moglie i biografi riportano una frase rivelatrice: «… Ada mi paralizza, lei mi ha sempre paralizzato».
Che cosa può voler dire questa frase se non che quando ci si arresta al limite del benessere dell’altro, l’amore è paralizzato dal senso di colpa?
È in questo clima della colpa, di fronte al dramma della guerra, che John scrive, all’età di cinquant’anni, questa storia di avventura giovanile, dove ritrova forse la vera radice della sua colpa, rivelandoci infine che è sempre in un errore di conto, che bisogna cercare la traccia dell’evento in cui si è ceduto sul proprio desiderio.
Probabilmente è solo un caso ma il racconto principia con due personaggi che sono in viaggio, i coniugi Stella e Frank Ashurst, che festeggiano con una gita in macchina le loro nozze d’argento e che arrestano la vettura in un luogo da lei giudicato idoneo a fare una sosta per il suo estro acquarellista e per il pranzo e dove lui compie meccanicamente le piccole azioni che conseguono a ciò che lei ha deciso, giacché lui non decide mai nulla.
Solo dopo che si è attardato per qualche tempo nelle sue vaghe riflessioni, compreso il tempo che ci è voluto per leggere l’Ippolito di Euripide che, rapito infine dalla visione incantevole del paesaggio, è scosso e turbato da un rigurgito improvviso di memoria, e gli sovviene che proprio lì, in quel tratto di strada, era cominciata venticinque anni prima una sua straordinaria e toccante avventura giovanile, completamente dimenticata.
Di fronte all’emersione improvvisa del rimosso Frank si trova stretto in un nodo di cui non sa bene chi sia l’artefice, perché come articola Lacan in un passo della lezione sopra citata : «La nozione d’inconscio si supporta su questo, che questo nodo, non solo lo si trova già fatto, ma non si sa come : “Si è fatto!” . Si è fatto di quell’atto X per cui il nodo è già fatto. Non c’è altra definizione, a senso mio, possibile dell’inconscio. L’inconscio, è il Reale, … in tanto che esso è afflitto dalla sola cosa che faccia buco…il simbolico»[2].
Un grande vuoto si è prodotto nell’esistenza di questo giovane dell’alta borghesia londinese, che, transfuga dall’inquietante fattoria del desiderio, si è rifugiato nella rassicurante ospitalità dorata offerta dal suo vecchio amico e dalle incantevoli sorelline di 10, 12 e 17 anni, “Diana e le sue ninfe”, nel suo più consono habitat cittadino, dove si è lasciato avvolgere dai fili d’oro dell’eloquio della fulgida Stella, rinunciando per sempre alla forza volitiva della propria domanda.
[1] J. Lacan, RSI, 15 aprile 1975.
[2] J. Lacan, ivi.