06 Apr La Metafora Paterna – V Seminario – Le formazioni dell’inconscio
Carmen Gurnari
LA METAFORA PATERNA
V Seminario – Le formazioni dell’inconscio Cap. IX
All’esordio di questo capitolo Lacan dichiara la sua intenzione per l’anno di insegnamento in corso (ricordiamo che siamo nel ’57-58) di parlare di “questioni di struttura” a proposito delle formazioni dell’inconscio, vale a dire di ciò in cui ci si “impiglia” tutti i giorni senza neanche più accorgersene.
Si tratta dunque di rivisitare certe questioni centrandole meglio per renderle intellegibili.
La funzione del padre che, come è noto, occupa un posto importante nel discorso psicoanalitico, ha ricevuto il suo ruolo essenziale proprio grazie al complesso d’Edipo.
Si tratta di una concettualizzazione che Freud introduce fin dall’Interpretazione dei sogni dove dichiara che ciò che l’inconscio rivela di essenziale è proprio il complesso di Edipo. Il discorso si fonda sul fatto che l’amnesia infantile ruota intorno al desiderio infantile nei confronti della madre ed alla sua rimozione.
Questo desiderio represso è un desiderio primordiale ma è anche un desiderio sempre presente. E’ da questo che ha preso il via la psicoanalisi ed è a partire da qui che diventa possibile articolare gli aspetti fondamentali della clinica psicoanalitica.
Lacan distingue tre poli storici del complesso d’Edipo nella storia della psicoanalisi.
Primo polo: il complesso di Edipo era stato riconosciuto da Freud come elemento fondamentale nella nevrosi ma era diventato anche qualcosa di universale in quanto, nella sua funzione normativa, veniva a riguardare anche la persona normale. Allora si poteva pensare che a provocare la nevrosi fosse un incidente dell’Edipo ma anche chiedersi se ci fossero nevrosi senza Edipo.
In causa era il rapporto esclusivo con la madre sospettato di essere la possibile fonte della perturbazione nevrotica del soggetto. Identificando infatti l’Edipo con la questione del padre, si poteva concludere che in certi casi non ci fosse traccia di Edipo.
La questione della nevrosi senza Edipo veniva allora correlata a quella di un Super io materno che sembrava contraddire quel Super io di origine paterna di cui aveva parlato Freud, allora ci si chiedeva: può essere che dietro il super io paterno possa nascondersi cito: “un super io materno ancora più esigente, più opprimente, più devastante, più insistente?” (p.163).
In effetti nella linea cosi detta “evolutiva” del pensiero post-freudiano, sviluppatasi dopo Melanie Klein, si è affermata l’idea di una struttura più originaria che, essendo più primitiva, non verrebbe mitigata dalla funzione paterna apparsa per
seconda nell’evoluzione di un soggetto in progressione dagli stati psichici più arcaici a quelli più evoluti. Per questo il Super Io materno, visibile in filigrana dietro al Super io paterno, apparirebbe ben più intransigente e feroce fino al punto di svolgere per il soggetto una vera e propria funzione persecutoria.
Il secondo polo è quello del così detto “preedipico”.
Nella visione evolutiva l’Edipo è visto come una fase: se c’è stata maturazione del soggetto l’Edipo avviene sempre.
Cinque anni dopo l’Interpretazione dei sogni però, Freud scrive I tre saggi sulla teoria sessuale (1905) da cui si evince l’importanza sessuale di quanto accade anche prima dello strutturarsi dell’Edipo e c’è un punto importante di cui tener conto, vale a dire il fatto che il valore sessuale di queste esperienze si qualifica come tale solo a posteriori, grazie all’entrata in gioco del complesso di Edipo.
E’ la Nachtraglichkeit tradotta in francese con aprés coup, vale a dire l’effetto retroattivo di qualcosa che accade cronologicamente dopo ma che esplica il suo effetto su ciò che è accaduto prima, è la questione del participio anteriore.
Questa nozione sfuggiva, ci dice Lacan perchè, cito: “non si teneva conto che delle esigenze del passato temporale” (p.164).
Come è noto, il campo del preedipico è quello in cui trovano posto la psicosi e la perversione. La perversione ci dice Lacan: “era per taluni lo stato primario, lo stato incolto. Ma grazie a Dio non siamo più a questo punto” (ivi).
La perversione come malattia era infatti vista come legata ad una fissazione abnorme alle tappe preedipiche dello sviluppo. Era definita come una nevrosi rovesciata ma piuttosto corrispondeva ad un’ assenza di rovesciamento dal momento che il contenuto sessuale, non essendo rimosso, rimaneva patente. E’ la proverbiale perversione del bambino perverso polimorfo, la quale, non essendo passata attraverso l’Edipo rimane esplicita come un inconscio “a cielo aperto”.
A questa concezione nessuno si ferma più ci dice Lacan, ma questo non significa che siamo andati oltre.
Dunque nel campo preedipico si collocano la psicosi e la perversione, in entrambi i casi è in gioco la funzione immaginaria infatti in entrambi i casi si percepisce l’importanza che ha l’immagine seppure sotto due angolazioni diverse.
Che si tratti di una “invasione endofasica fatta di parole udite” (le allucinazioni verbali) o dell’ “ingombro parassitario di un’immagine perversa”, ad essere in gioco, in entrambi i casi, è un profondo scompaginamento del campo della realtà ad opera dell’effetto di immagini.
Nella storia della psicoanalisi è nel preedipico che sono state collocate le perturbazioni più profonde del campo della realtà intese come invasioni dell’immaginario e questo termine, afferma Lacan, si è rivelato più adatto di quello di fantasma per descrivere quanto accade nella perversione e nella psicosi, per questo tutta una direzione della psicoanalisi si è ingaggiata nell’esplorazione del campo preedipico ed è essenzialmente qui che si sono fatti i progressi della teoria dopo Freud.
A questo punto Lacan sottolinea il valore di paradosso che viene ad assumere, per tutto questo discorso, l’opera di Melanie Klein.
Ci sono due piani: quel che si vuol dire (cioè che si intende dire) e quello che si
dice. Si dice di più di quel che si vuol dire, l’importante è coglierlo, cogliere ciò che si dice al di là, è questo il nostro approccio, dichiara Lacan.
L’opera di M.Klein ci parla attraverso certe contraddizioni interne ai suoi testi, testi criticabili che infatti, sono stati criticati, ma in più c’è quello che si dice senza volerlo dire.
Una delle cose più sorprendenti e più importanti per il nostro discorso è il fatto che più la Klein lavora in epoche precoci dello sviluppo, epoche definite preedipiche, dovendo affrontare in termini anche preverbali bambini quasi alla nascita della parola, più fa questo, più si trova confrontata con l’interrogazione edipica.
Nel suo lavoro sul complesso di Edipo la Klein descrive lo stadio di formazione degli oggetti cattivi, lo stadio schizo-paranoide anteriore alla cosiddetta posizione depressiva in cui il soggetto si trova confrontato con l’oggetto totale, vale a dire, dice Lacan: “con l’apparizione del corpo della madre nella sua totalità” (p.166).
Aggiungo una notazione sulla Klein che mi è sempre parsa interessante, ella non parla di fasi ma di posizioni. La differenza è sostanziale perchè arricchisce non di poco l’ottica evolutiva caratterizzata da un prima e da un dopo, cioè dalla successione di stadi progressivi ordinati su di un asse diacronico che va dal più primitivo, più semplice, più arcaico al più evoluto e complesso.
La visione kleiniana delle posizioni intende invece la dinamica psichica come un alternarsi, per non dire una lotta, di due situazioni fondamentali, due stati mentali che la Klein chiama posizione schizo-paranoide e posizione depressiva. Quella più evoluta quanto a complessità è quella depressiva in cui è stato raggiunto l’oggetto totale, cioè in cui il soggetto, andando oltre l’alternarsi del rapporto con l’oggetto parziale: seno buono – seno cattivo li ha integrati in un “tutto” che è la madre nella “sua totalità”, vale a dire un “al di là” rispetto agli oggetti parziali che li contiene e li travalica. Questa posizione depressiva non è mai raggiunta una volta per tutte, può sempre dissolversi ed il soggetto può venire a ritrovarsi nella persecutorietà della fase schizo paranoide dominata dalla scissione e dalla proiezione, cioè da quei meccanismi di difesa arcaici che rientrano in gioco laddove la pressione pulsionale divenga insopportabile. Il soggetto è dunque concepito, nella sua vita psichica, come sospeso all’altalena tra questi due stati o meglio “posizioni” a seconda delle vicissitudini pulsionali cui va incontro.
Tornando ora a Lacan apro un’altra parentesi per ricordare il successivo seminario VII (1959-’60) dedicato all’Etica della psicoanalisi in cui Lacan riprende ancora la Klein proprio nei passi in cui parla della “creazione” ex-nihilo, questione importante per l’ottica del significante che in questo seminario viene alla luce come legata al grande tema freudiano della sublimazione. Qui Lacan riprende la Klein a proposito di una certa analista Karin Micailis che pubblica un articolo dal titolo: Lo spazio vuoto in cui racconta un caso clinico che Lacan definisce: “piccante”.(Sem.VII p.148).
Una malata che soffre di crisi depressive si è sempre lamentata di avere uno “spazio vuoto” dentro di lei che non può mai riempire. Aiutata dalla sua psicoanalista si sposa ed i primi tempi le cose vanno bene. Tuttavia, a partire da un certo momento gli accessi melanconici si ripresentano. Di quale momento si tratta? Di quello in cui nella parete di casa sua, tappezzata di quadri del cognato, appare un improvviso
spazio vuoto causato dalla imprevista vendita di uno di quei quadri.
Dice Lacan: “questo vuoto viene a svolgere un ruolo polarizzante, precipitante rispetto alle crisi di depressione melanconica che rispuntano nella sua vita” (p.149).
E’ così che ella compra colori e pennelli e dipinge, senza averlo mai fatto prima, una serie di soggetti (una negra nuda, una donna vecchia, e soprattutto l’immagine della propria madre negli anni più smaglianti) riempendo quel vuoto in un modo strabiliante ed inverosimile per una principiante (il cognato non voleva credere che ne fosse stata lei l’autrice..). A parte l’incontrollabile attendibilità del racconto, la Klein vi trova un’esemplare illustrazione della sua tesi che il corpo della madre sia il luogo di qualunque sublimazione e Lacan che sta trattando della “Cosa”, Das Ding, trova in questo racconto clinico una testimonianza della trasformazione da oggetto a cosa (come la famosa scatola di fiammiferi che, nelle mani di Prévert assume una “dignità” che non aveva prima). Ricordo a questo proposito la tesi lacaniana: “La Cosa è quel che, del reale, patisce del significante” (VII Seminario p.151).
Sappiamo che l’oggetto di Freud è un oggetto ritrovato, cosa paradossale, dice Lacan, dato che non viene detto che questo oggetto era stato perduto, l’oggetto è per sua natura un oggetto ritrovato, che sia stato perduto è una conseguenza, ma a posteriori. Per noi non vi è altro modo di sapere che è stato perduto se non après coup, attraverso i suoi ritrovamenti. Ricordiamo l’aforisma di Picasso: Io non cerco, trovo! E’ il trobar dei trovatori, il trovare che sopravanza il cercare.
Quello che è trovato è cercato, ma lo è per le vie del significante, per l’uomo si tratta di ritrovare le cose nei segni afferma Lacan e per questa strada arriva al vaso, primo strumento, utensile che testimonia la presenza umana. Passando per Heidegger e per la linguistica, in Lacan il vaso da utensile diventa un significante, un primo significante, plasmato dall’uomo: il vaso plasma un vuoto centrale, supporto di ogni possibilità di creare (VII Sem. p.154).
Tornando al quinto seminario, qui Lacan cita il ruolo che ha per la Klein l’interno del corpo della madre nella sua funzione di contenitore (accostabile ad un concetto insiemistico) che si configura come l’universo del bambino che contiene gli “oggetti”, oggetti che appaiono alquanto disparati, Lacan li elenca: “i rivali, i corpi dei fratelli, delle sorelle passati, presenti e futuri..” e tra di essi, meraviglia delle meraviglie, vediamo apparire anche il padre, cito: “rappresentato sotto la forma del suo pene” (p.161).
Ricordo lo stupore che mi provocava, ai tempi, leggere nella Klein tutto questo senza riuscire a trovare una logica ferrea, perchè l’eterogeneità di un tale insieme mi suscitava, da una parte, l’inquietante impressione di un quadro surrealista, dall’altra il ricordo di ciò che a scuola era del tutto vietato, per esempio sottrarre i cavoli dalle carote… Ho poi compreso che la forza della Klein era riportare fedelmente quanto andava “empiricamente” raccogliendo nelle sue osservazioni cliniche senza darsi lo scrupolo di fondare sopra questo una logica che è invece quanto Lacan si propone di fare.
Lacan riconosce alla Klein il valore della sua ricostruzione, a partire dai detti e dai disegni, della psicologia del bambino e della sua esplorazione delle prime fasi dei rapporti immaginari cui sono riferibili le formazioni schizofreniche e psicotiche in generale, ma soprattutto le riconosce una “trovata” a sorpresa, vale a dire quella di
collocare il padre, sotto forma di pene, nell’elenco degli oggetti contenuti nel corpo materno.
Si tratta dunque di una esplorazione piuttosto importante della funzione dell’immaginario ma notiamo che M. Klein parla di pene piuttosto che di fallo, in un esplicito riferimento all’organo inteso come oggetto parziale.
E’ proprio qui che la contraddizione sopra citata relativa agli stati preedipici assume tutta la sua portata, dice Lacan: “più ella risale sul piano immaginario e più constata la precocità – che è ben difficile da immaginare fermandosi ad un concetto puramente storico dell’Edipo – dell’apparizione del terzo termine paterno, e questo a partire dalle prime fasi immaginarie del bambino. Per questo vi dico che l’opera dice di più di quel che intende dire” (ivi).
Ecco dunque collocati i primi due poli della storia dell’Edipo in psicoanalisi: il primo relativo al Super Io ed alle nevrosi senza Edipo entrambi riconducibili al rapporto col materno, il secondo relativo alle perturbazioni del “campo della realtà” vale a dire perversioni e psicosi in quanto legate a queste prime fasi immaginarie.
Il terzo polo è il rapporto del complesso di Edipo con la cosiddetta genitalità.
Poichè il complesso di Edipo, grazie al suo legame col Super Io, ha una funzione normativa, ciò significa che esso ha un peso non solo nella struttura morale del soggetto o nei suoi rapporti con la realtà ma anche nell’assunzione del proprio sesso.
Per Lacan tale assunzione rimane però, in analisi, sempre in una certa ambiguità, infatti da un lato la funzione genitale è stata vista come soggetta alla maturazione in relazione alla spinta organica, dall’altra è stata intesa come assunzione del proprio sesso da parte di un soggetto che viene ad identificarsi col tipo virile o col tipo femminile, quindi come un’assunzione per identificazione.
Nei termini di Lacan, cito: “La virilità e la femminilizzazione sono i due termini che traducono ciò che è essenzialmente la funzione dell’Edipo” (p.167). Ciò significa che l’Edipo ha a che fare con la funzione dell’Ideale dell’io dal momento che, cito ancora: “la genitalità, una volta assunta, diventa elemento dell’Ideale dell’Io” (ivi).
Così il primo paragrafo di questo IX capitolo si conclude con la dichiarazione che Edipo e funzione del padre sono la medesima cosa.
Non c’è Edipo se non c’è padre e viceversa.
Insomma l’Edipo è un nodo centrale che strutturalmente rende ragione di diverse, fondamentali, istanze ed azioni psichiche: la realtà, l’Ideale, il Super Io, l’assunzione del sesso, l’identificazione.
Paragrafo 2
Per andare avanti partiamo dall’assunzione del sesso che, dice Lacan: “riguarda il complesso di castrazione proprio in ciò che c’è di poco chiaro” (p.168).
Ricordo che, nei primi anni della mia formazione alla SPI, a me sembrava un concetto difficile da mandare giù, una forzatura della teoria che Freud applicava ricorrendo al mito non potendo fare di meglio per spiegare logicamente qualcosa che osservava nella clinica, tuttavia la storia della minaccia di castrazione applicata ai
casi individuali pareva un racconto non così convincente né così universale.
In ogni caso, la tendenza ambientalista in psicoanalisi ha portato in primo piano la questione della presenza o assenza del padre e del suo carattere benefico o malefico condensandola in una formula: la carenza paterna.
Afferma Lacan: “quando si cerca la carenza paterna a che cosa ci si interessa a proposito del padre? Le questioni incalzano sul registro biografico. Il padre era presente oppure non era presente? Viaggiava? Si assentava? Tornava spesso? Ed anche: un Edipo può costituirsi in maniera normale quando non c’è un padre?” (ivi).
Sono questioni che hanno prodotto i primi paradossi, infatti ci si è resi conto che l’Edipo poteva costituirsi anche in assenza del padre.
Anzi, la prima idea è stata che fosse qualche eccesso di presenza del padre o qualche eccesso del padre a causare dei danni. Era l’idea dell’immagine terrificante del padre (sul modello di Crono) come causa di lesioni. Poi si è compreso che la lesione era più grave quando il padre era troppo gentile… e per questa strada ci si è ritrovati ad interrogarsi sulla carenza paterna, cito: “padri deboli, padri sottomessi, padri castrati dalla propria moglie, padri infermi, ciechi, storpi…” (p.169).
Ma per poter andare avanti e progredire, dice Lacan, bisogna trovare delle formule minimali che colgano l’essenziale che accomuna tali disparate situazioni.
Innanzitutto è possibile rendersi conto che il padre è presente anche quando non c’è ed il bambino si ritrova solo con la madre, in questi casi possono istituirsi dei complessi di Edipo normali, normali nei due sensi, precisa Lacan: “in quanto normalizzanti ed anche in quanto denormalizzanti (per un effetto nevrotizzante)” (ivi).
Insomma, per quanto riguarda la carenza del padre, non si sa mai troppo bene in che cosa il padre sia carente (se troppo gentile o troppo violento) e ciò ha permesso di stabilire che, cito: “il padre è uno che deve tenere il suo posto in quanto membro del trio fondamentale della famiglia” (ivi).
Questo si è visto senza però arrivare a formulare meglio ciò di cui si tratta.
L’anno precedente, nel IV seminario, Lacan si era soffermato sul padre del piccolo Hans per nulla carente quanto a presenza né quanto a ruolo nel trio genitoriale anzi, così sollecito da condurre, con l’aiuto di Freud, una sorta di analisi edipica del figlio. Questo padre così civile ed illuminato era tuttavia implicato in quella “carenza paterna” che si riscontra nell’insorgere della fobia.
La questione della carenza paterna è dunque un mondo piuttosto incerto e Lacan precisa: “la sua ricerca pecca non in ciò che trova ma in ciò che cerca”(p.170).
Si confondono due cose che, pur essendo in relazione tra di loro, tuttavia non coincidono: il padre in quanto normativo ed il padre in quanto normale. Di certo un padre non “normale” può essere molto denormativizzante, ma questo significa buttare la questione a livello della struttura nevrotica o psicotica del padre e questa è un’operazione che si vede spesso, ad esempio nella presentazione di casi clinici. Va distinta la normalità del padre da quella della sua posizione in famiglia.
Inoltre la sua posizione nella famiglia, cito: “non si confonde con una definizione esatta del suo ruolo normativizzante. Parlare della sua carenza nella famiglia non vuol dire parlare della sua carenza nel complesso” (ivi).
Per affrontare questo terzo punto, vale a dire la sua carenza nel complesso bisogna fare un altro passo introducendo un’altra dimensione oltre a quella realistica
definita in modo biografico, caratteriologico ecc.
Riassumendo abbiamo tre punti: normalità del padre (come struttura clinica) – sua posizione in famiglia (normale o meno nel trio) – sua posizione nel complesso.
E’ allora da chiedersi se sia pensabile che di fronte ad una normalità dei primi due punti (struttura del padre e sua posizione in famiglia) ci possa comunque essere una “carenza paterna” legata alla sua posizione nel complesso. Potrebbe essere di un certo interesse riconsiderare quello che in psiconalisi è stato chiamato il “transgenerazionale” alla luce di queste distinzioni.
Con questo interrogativo affrontiamo ora il terzo paragrafo di questo capitolo dedicato alla metafora paterna.
Paragrafo 3
Per introdurre più correttamente il ruolo del padre, ci dice Lacan, dobbiamo interrogare il complesso e farlo partendo dagli elementi fondamentali su cui è costruito.
All’inizio abbiamo “il padre terribile”, è il padre che, innanzitutto proibisce la madre, per questo il padre è legato alla legge primordiale che è quella della proibizione dell’incesto.
Il padre rappresenta questa proibizione, Lacan afferma che egli ha l’incarico di rappresentare questa proibizione. Dunque è un ruolo rappresentativo quello che il padre svolge nel complesso, egli rappresenta un divieto e su questo si fonda il suo rapporto con la legge.
Non necessariamente però egli è chiamato ad intervenire realmente a questo proposito, talvolta deve farlo per limitare effusioni eccessive o, ad esempio, per evitare l’eccessiva permanenza del bambino nel letto genitoriale ma non è questo l’essenziale, piuttosto, dice Lacan: “E’ con tutta la sua presenza, con i suoi effetti nell’inconscio che egli porta a termine la proibizione della madre” (ivi).
Presenza o piuttosto esistenza, perchè come abbiamo detto egli può essere altrove, distante, persino morto (dice Lacan nella Questione preliminare…) ma deve esistere come istanza, seconda istanza, come vedremo, cioè oltre la madre.
Ma andiamo per ordine: la proibizione paterna freudianamente si appoggia sulla minaccia di castrazione, se il padre è la legge, cito: “il legame della castrazione con la legge è essenziale” (p.171).
Cominciando dal lato del maschietto la paura della castrazione, come prima esperienza del complesso di Edipo, si presenta come una ritorsione all’interno di un rapporto aggressivo. Se l’oggetto privilegiato è la madre e questo oggetto gli è interdetto, è verosimile pensare che l’aggressività del bambino si rivolga contro il padre, ma poiché si tratta del rapporto duale immaginario dominato dalla specularità questa aggressività gli si ritorce contro sotto forma del timore di subire lui stesso la castrazione da parte del padre. Tutto questo gioco proiettivo era quello già ben descritto da Melanie Klein.
Afferma Lacan: “E’ sotto questa angolatura che l’esperienza ci ha ben presto insegnato che doveva essere misurata l’incidenza del timore provato nell’Edipo nei confronti del padre” (ivi).
Il termine “timore” evoca il titolo di una nota opera di Soren Kierchegaard che potrebbe forse dirci qualcosa in merito. Essa affronta la questione etica e religiosa dell’ubbidienza assoluta di Abramo a Dio e, non per niente, la perdita, il sacrificio ha proprio a che fare col figlio, ad essere in gioco è un mandato tra padre e figlio: Dio e Abramo – Abramo e Isacco.
Inoltre nell’incidenza di questo “tremore” potremmo intravedere qualcosa di quell’esperienza soggettiva che, sottraendosi alle circostanze ed alle congiunture della vita del soggetto, appare legata a quell’ ”insondabile decisione dell’essere” di cui parla il giovane Lacan, a proposito della psicosi, nel Discorso sulla causalità psichica, lavoro di apertura delle giornate psichiatriche di Bonneval del settembre 1946 poi pubblicato nel primo volume degli Scritti.
Qui Lacan ricostruisce, sulla scorta del concetto sartriano si scelta originale, ingiustificabile e contingente (come dice Clotilde Leguil nel suo Sartre con Lacan) la dimensione della decisione inconscia a fondamento della posizione soggettiva. Tra il determinismo organicista ed il decisionismo fenomenologico esistenziale, egli propone una terza via: la causalità psichica che pone come irriducibile tanto alla logica scientifica della spiegazione quanto a quella umanistica della comprensione.
Tornando alla castrazione, termine scelto da Freud in relazione al mito edipico, termine “forte” e radicale tanto da essere piuttosto ostico da digerire (dal momento che, al di là dell’assuefazione cui esso è andato incontro nell’uso della teoria, indica qualcosa di lontano dalla nostra esperienza diretta), ebbene potremmo intendere la castrazione in relazione alla proibizione dell’incesto, come un taglio, taglio di un legame, qualcosa che sancisce una perdita irrevocabile.
Il termine evoca infatti l’immagine truculenta del taglio dell’organo genitale inteso come trait d’union del rapporto sessuale e condensa in sé il riferimento al desiderio (o meglio alla pulsione nella sua ambiguità tra desiderio e godimento), alla sua proibizione quindi alla legge, ed alla perdita in quanto perdita simbolica.
La questione della perdita è un tema che Lacan tratta in seminari successivi, segnatamente quello sull’angoscia (il seminario X). Non per niente un noto aforisma lacaniano recita: “Il rapporto sessuale non esiste”, questo ha proprio a che fare con la castrazione.. ne è una formulazione, cioè è un modo di dire la castrazione.
E’ importante tradurre la castrazione in questi termini, altrimenti essa rischia di rimanere una sorta di omaggio al padre fondatore della psicoanalisi ma di sbiadire come termine operativo, infatti direi che nel mondo post-freudiano dell’IPA esso ha perso di incisività. Non voglio arrivare a dire che è considerato un termine datato, un pò estremo, dal sapore mitico, tuttavia, in assenza della distinzione del registro simbolico da quello immaginario e della messa in valore del fallo come strumento operativo centrale per la significazione, il concetto non viene colto nella sua portata teorico-clinica di meccanismo psichico ma inteso come qualcosa di immaginario su cui si gioca l’angoscia del nevrotico. In questa ottica, la castrazione, facendo la sua comparsa nei sogni e nei sintomi del paziente, si riduce per l’analista ad una paura immaginaria da combattere per aiutare il paziente a vivere.
Questo in linea con la posizione che Freud esprime in una delle sue ultime opere: Analisi terminabile ed interminabile (1937) in cui la castrazione è presentata come lo zoccolo duro, il fondo invalicabile che si tocca in analisi segnando il suo
limite.
Al contrario per Lacan, l’angoscia di castrazione è ciò che segna l’apertura dell’analisi, il suo punto d’inizio e non la sua fine. Certo è da discutere cosa abbia di mira l’analisi lacaniana, cosa possa produrre quel “toccare il reale” che viene indicato come finalità delle sedute e se essa, l’analisi, sia pensabile come terminabile. Sappiamo dell’invenzione lacaniana della passe e delle luci ed ombre che l’hanno accompagnata, ma questo è un altro tema…
Tornando ora al nostro testo vediamo che Lacan, descrivendo la prima fase dell’Edipo del maschietto, riprende la castrazione proprio a livello immaginario dicendo: “la castrazione, benchè profondamente legata all’articolazione simbolica della proibizione dell’incesto, si manifesta dunque in tutta la nostra esperienza ed in particolare nei soggetti che ne sono gli oggetti privilegiati, vale a dire i nevrotici, sul piano immaginario”(ivi).
Infatti, avverte Lacan, il nevrotico non la avverte come un comandamento del tipo di quello formulato dalla legge di Manu.
Cito a proposito di questa legge quanto riporta la Treccani: “Codice di leggi indiano attribuito a Manu, progenitore del genere umano nell’antica mitologia indiana. La sua datazione, incerta, si può porre all’incirca tra gli ultimi secoli prima di Cristo e l’inizio dell’era volgare. Nella stesura a noi pervenuta è suddiviso in 12 libri e contiene varie norme relative all’ambito sociale, politico, morale e religioso. Conquistò notevole importanza e autorità in tutta l’India”.
La legge recita così: “Colui che giacerà con la propria madre si taglierà i genitali e, tenendoli in mano, andrà verso ovest finchè morte non ne segua” (ivi).
Nel nevrotico questa legge rimane nell’ombra, potremmo dire che resta sottesa mentre quello che può apparire nei sintomi e nei sogni ha a che fare con i suoi prodotti immaginari che abbiamo visto legati all’aggressione immaginaria ed al timore della sua ritorsione: dato che Zeus desidera castrare Crono, è legittimo che egli tema di essere castrato da Crono.
A questo punto l’esame del complesso di Edipo ed il modo in cui è stato introdotto ed articolato da Freud porta Lacan a considerare ancora qualcos’altro: l’Edipo rovesciato.
Mai assente nel complesso d’Edipo, questa sua configurazione testimonia che la componente di amore per il padre non può essere elusa. In Freud essa segna la fine del complesso edipico ed il suo declino appare in una dialettica ambigua tra amore ed identificazione.
Amore ed identificazione sono due cose legate ma non sono la stessa cosa, sono legate perchè l’identificazione ha le proprie radici nell’amore ma tuttavia, cito: “ci si può identificare con qualcuno senza amarlo e viceversa” (p.172) Lacan lo dichiara senza aggiungere altro.
Nel suo lavoro Il declino del complesso edipico (1924) Freud dichiara che l’amore per il padre e l’identificazione che ne consegue rappresenta la via d’uscita dall’Edipo, è nella misura in cui il soggetto può amare il padre ed identificarsi con lui che trova la soluzione del complesso grazie, cito: “ad una composizione della rimozione amnesica e dell’acquisizione di quel termine ideale grazie al quale egli diventa il padre” (ivi).
Non lo diventa subito ma ne acquisisce “i titoli”, tanto che al momento della pubertà, cito: “egli avrà il suo pene già pronto con tanto di certificato – E’ papà che me lo ha dato, al momento giusto”(ivi).
Nel caso del nevrotico però, questi titoli non sono del tutto a posto, la via dell’amore per il padre è infatti infida, per esempio, in luogo di una “benefica identificazione” il soggetto può sviluppare “una posizione passivizzata sul piano inconscio” che riapparirà al momento giusto. Si tratta di una condizione piuttosto comoda in cui il soggetto si ritrova, cito: “verso questo padre terribile che ha proibito tante cose ma che è però tanto gentile in una buona posizione per ottenere i suoi favori, vale dire farsi amare da lui” (p.172).
Tuttavia, dal momento che questo farsi amare dal padre consiste nel passare al rango di donna e che il soggetto, secondo Freud, conserva sempre un po’ di amor proprio virile, c’è il rischio di essere castrato. Per questo il soggetto si trova sospeso ad una omosessualità inconscia che lo mette in conflitto per il ritorno costante della posizione omosessuale e della sua rimozione.
Lacan riprenderà il tema nel terzo paragrafo della seconda lezione sui tre stadi dell’Edipo, qui dichiara che tutto questo non è semplice e ci costringe a cercar di concepire le cose in modo più rigoroso riprendendo la tabella a tre ingressi che articola l’agente (cioè il padre reale, la madre simbolica ed il padre immaginario) con l’oggetto (nelle tre versioni: immaginario, reale e simbolico) in tre azioni possibili: castrazione, frustrazione, privazione.
Cosa proibisce in sostanza il padre? Il soddisfacimento reale della pulsione genitale, vale a dire le velleità che il piccolo pene del bambino manifesta, tuttavia per questo il padre non è essenziale, basta la madre, ad esempio quella del piccolo Hans che gli dice: “Rimettilo dentro! Questo non si fa!” oppure: “Se continui così chiameremo il dottore che te lo taglierà!” (p.173).
A livello della minaccia di castrazione si tratta dell’intervento reale del padre riguardo ad una minaccia immaginaria. Capita di rado, fortunatamente, che glielo si tagli, mi tornano però in mente alcuni raccapriccianti racconti sui comportamenti di certi soldati americani in Vietnam.. a riprova del perdurare di certe “fantasie inconsce” che possono attualizzarsi e passare all’atto per un’attenuazione della rimozione legata, ad esempio, al contesto della guerra.
Consideriamo ora la tabella:
- Nel primo livello abbiamo la castrazione che è un atto simbolico, l’agente è reale (il padre o la madre) e l’oggetto è immaginario. Afferma Lacan: “ se il bambino sente il taglio è perchè se lo immagina” (p.174).
Cosa proibisce il padre? Egli proibisce la madre: “come oggetto lei è sua, non è del bambino” (ivi). Questo vale per il bambino come per la bambina che entrambi passano attraverso questa rivalità per il padre che genera l’aggressione.
- Il padre dunque frustra il bambino o la bambina dell’oggetto che è la madre, ecco il secondo piano dello schema, quello della
Qui il padre che interviene come “avente diritto” è il padre simbolico non il padre reale, l’azione della frustrazione è immaginaria e l’oggetto è reale. Basta che il padre chiami la madre al telefono perchè si realizzi uno schema del genere.
- Infine il terzo livello è quello della privazione (l’azione è reale, il padre è
immaginario, l’oggetto è simbolico) che interviene nell’articolazione del complesso edipico. E’ il suo sbocco: il padre si fa preferire alla madre e questo permette l’instaurarsi dell’Ideale dell’io. Dice Lacan: “Che ciò accada per la via della forza o per quella della debolezza il padre deve diventare un oggetto preferibile alla madre per potersi stabilire l’identificazione terminale” (ivi).
E’ a questo livello che si stabilisce la possibilità dell’Edipo rovesciato ed è qui che si centra la differenza dell’effetto del complesso di Edipo sul bambino e sulla bambina.
Per i due sessi la funzione del complesso non è infatti simmetrica: la difficoltà per la bambina è all’entrata e non all’uscita perchè il padre non ha difficoltà a farsi preferire alla madre in quanto portatore del fallo. Per questa via il padre diventa l’Ideale dell’io e si produce nella bambina il riconoscimento che lei non ha il fallo.
Afferma Lacan: “Quel che succede al livello dell’identificazione ideale, livello in cui il padre si fa preferire alla madre e punto di uscita dell’Edipo, deve letteralmente sfociare nella privazione” (175).
Questo risultato è, cito: “ammissibile e conformizzante per la bambina, sebbene non sia mai completamente raggiunto, perchè le rimane sempre un piccolo retrogusto, chiamato Penisneid, prova che tutto questo non funziona veramente in modo rigoroso” (ivi).
Come che sia, questo per la bambina è ancora ammissibile ma per il maschietto la privazione legata allo spostamento sul padre ed all’istallazione dell’ideale potrebbe essere un’uscita disastrosa sul piano sessuale (passivizzazione) e qualche volta è proprio quello che accade.
Dunque ciò che dovrebbe accadere al momento dell’uscita normativizzante dell’Edipo è diverso nei due sessi: per la femminuccia si tratta di accettare di non avere ciò che non ha, per il maschietto invece si tratta di non avere veramente ciò che ha. Come si vede ad entrare in gioco, in entrambi i casi, è una mancanza.
Tuttavia, attenendoci a questo schema, il maschietto, ci dice Lacan, “dovrebbe essere sempre castrato. C’è qualcosa che non va, che manca nella nostra spiegazione” (ivi). Ecco perchè se, per la bambina, la difficoltà è all’entrata, per il maschietto è piuttosto all’uscita dal complesso dato che, per lui, cito: “è lì che rimane beante l’apertura” (p.175). E Lacan arriva a dire che il complesso di Edipo risulta meno normativizzante per il maschietto che per la femminuccia, cosa che contraddice quel che normalmente viene detto in psicoanalisi vale a dire che il complesso sul piano della legge funziona più per il maschio che per la femmina grazie all’identificazione con l’ideale dell’Io. Ma sappiamo che Lacan rimescola sempre le carte per rilanciare uno sguardo più approfondito.
Per capirne di più si tratta dunque di sapere che cos’è un padre, ma non nella famiglia ma, come abbiamo detto, nel complesso di Edipo.
Nell’Edipo il padre non è un oggetto reale (anche se deve intervenire come tale per dar corpo alla castrazione), non è neanche, soltanto, un oggetto ideale, è un simbolo.
Il padre è il padre simbolico ma per precisare meglio ciò di cui si tratta, diremo che è una metafora. Cioè è un significante che viene al posto di un altro significante. E’ questo il padre nel complesso di Edipo, vale a dire che è questa la sua sostanza, la
sua portata, è ciò che lo rende il perno di una organizzazione strutturale.
E’ dunque il significante sostituito al primo significante introdotto nella simbolizzazione, vale a dire al significante materno, che è quel significante legato alla madre che va e che viene cioè l’alternanza di quella presenza-assenza che svuota la “cosa” reale.
Sappiamo che è su questo che si struttura per il bambino la possibilità di giocare: Fort-Da.
E’ dunque questa la molla, l’unica molla dell’intervento del padre nel complesso di Edipo cito: “e se non è a questo livello che cerchiamo la carenza paterna non la troveremo da nessuna parte” (ivi).
Un significante che va al posto di un altro significante, l’accento cade sulla sostituzione, è questa la funzione del padre.
Lacan, riprendendo la formula della metafora nella quale S va al posto di S’ e c’è una x legata ad S’, pone al posto di S’ la Madre e a quello di S il Padre ed in questo modo la x, l’incognita legata alla madre, diventa la scrittura di ciò che il bambino non sa, vale a dire il significato dell’andirivieni materno cioè il fatto che ella possa essere presente ma anche assente, ed è questo ciò che deve essere significato.
Così descrive la cosa Lacan: “io la sento e non la sento, il mondo varia a seconda del suo arrivo, e può anche svanire… Qual’è il significato? Lei cos’è che vuole? Vorrei tanto essere io quello che lei vuole,,, ma è chiaro che lei non vuole solo me. C’è qualcos’altro che la agita. Ciò che la agita è la x, il significato. E il significato dell’andirivieni della madre è il fallo” (p.177).
Dunque questo andirivieni materno che sta per l’alternanza presenza-assenza ha a che fare con quell’opposizione fondamentale su cui si fonda il sistema significante cioè il Simbolico. Si tratta di significare una x, la x è un posto vuoto (che per Lacan corrisponde al posto dell’oggetto..) che in questa formula ha a che fare col fallo, è l’incognita del desiderio materno come vedremo nei capitoli sull’Edipo.
Dichiara Lacan: per questo “è una “stupidaggine mettere al centro della relazione oggettuale l’oggetto parziale (sappiamo quanto, per i post-freudiani, si sia chiusa la comprensione della significazione fallica dal momento che il fallo è stato inteso come oggetto parziale). E’ innanzitutto perchè il bambino è, lui, l’oggetto parziale, che è portato a chiedersi che cosa voglia dire il fatto che lei va e che viene. Ciò che vuol dire è il fallo” (ivi).
Nella dinamica speculare soggetto-oggetto c’è un transitivismo tale per cui il soggetto si vede nel luogo dell’oggetto e viceversa. Ciò che dobbiamo cogliere è il meccanismo dell’identificazione immaginaria nel passaggio in cui diventa un meccanismo simbolico. E’ questo il senso della metafora paterna.
Vedremo in tutto questo il ruolo cruciale che gioca il desiderio materno ma anche il suo rischio.
Con “abbastanza astuzia” ci dice Lacan, il bambino può intravedere che cos’è la x immaginaria e per questa strada arrivare a “farsi fallo” cioè a mettersi, per la madre, nella posizione del fallo.
Naturalmente non si tratta di qualcosa che avviene una volta per tutte ma di un funzionamento che si rinnova costantemente nella nostra vita psichica nel rapporto con l’altro/Altro, anche se ciò che accade agli albori della vita rimane fondamentale
nell’aprirne il gioco e nel determinarne le conseguenze strutturali.
Lacan afferma che si tratta di un meccanismo ineludibile e fondamentale, ma non sufficiente, è quello alla base delle cosi dette “fissazioni”, se se ne rimane prigionieri ci si chiude nella perversione.
Infatti, cito: “Questa via immaginaria di rapporto all’altro non è la via normale, non è mai pura, non è mai completamente accessibile, essa lascia sempre qualcosa di approssimativo e di insondabile, perfino di duale, da cui deriva tutto il polimorfismo della perversione” (ivi).
Perversione clinica ma ricordiamo anche che il bambino freudiano non è altro che un perverso polimorfo, quindi nella nevrosi questa dimensione “perversa” gioca comunque un ruolo.
Tuttavia, di norma nello sviluppo, a questo si aggiunge un’altra possibilità che è la via simbolica, quella metaforica e Lacan ne scrive la formula dicendo: “L’elemento significante intermedio (S’, la madre) cade e l’S entra in possesso per via metaforica dell’oggetto del desiderio della madre che si presenta allora sotto forma del fallo” (ivi).
Se S sta per Padre ciò significa che la x (l’elemento enigmatico della madre) diventa fallo nel momento in cui avviene la sostituzione cioè quando si avvia il meccanismo simbolico, dunque il fallo immaginario diventa strumento simbolico grazie all’intervento della metafora paterna.
Se si parla di fallo simbolico e di fallo immaginario lo si fa per la necessità logica di distinguere due momenti o meglio due aspetti in una dinamica sostanzialmente unica, dinamica di cui il fallo immaginario è, per così dire, il supporto, ed il fallo simbolico è il meccanismo (la sostituzione).
L’enigmatico desiderio della madre ha ora un oggetto, sempre enigmatico ed irraggiungibile, ma tale da guidare, di significante in significante, la ricerca del soggetto e questo, al contempo, dà al soggetto la possibilità di identificarsi con fondamento simbolico.
Dunque al posto dell’oggetto del desiderio della madre si è instaurato il fallo grazie all’intervento di un secondo significante che Lacan chiamerà Nome del padre.
E così si conclude il terzo paragrafo con un’affermazione forte e categorica: “io pretendo che tutta la questione delle impasse dell’Edipo possa essere risolta ponendo l’intervento del padre come la sostituzione di un significante ad un altro significante” (p.178).
Ecco perchè, come vedremo meglio, fallo e nome del padre sono strettamente
legati.
IV paragrafo
Afferma Lacan: “la metafora si situa nell’inconscio” (ivi) e nell’ultimo paragrafo si chiede come mai, essendo l’inconscio sempre lì, non sia stato scoperto prima. Neanche la filosofia del periodo classico ha mai posto quella dimensione essenziale che possiamo chiamare: l’Altra cosa.
Ne abbiamo già parlato perchè Lacan ha ripreso nella Questione preliminare
questo modo particolare di manifestarsi dell’inconscio.
Si tratta di una dimensione presente nel desiderio ma che compare in diversi stati, ad esempio nella veglia. E’ ciò che Freud evoca nel saggio sul presidente Schreber dove cita lo Zarathustra di Nietsche ed è ciò di cui Lacan ha parlato nel III Seminario a proposito della “pace della sera”.
Qui si chiede se siamo certi che prima dell’alba sarà proprio il sole ad apparire. Quello che è latente e che attendiamo nella veglia è l’Altra Cosa, vale a dire qualcosa di altro..
Poi la claustrazione. E’ una dimensione essenziale. Cito: “l’uomo appena arriva da qualche parte, nella foresta tropicale o nel deserto, comincia a rinchiudersi… si tratta di insediarsi all’interno, ma non è semplicemente una nozione di interno o di esterno, è la nozione dell’Altro, di ciò che è Altro come tale, di ciò che non è il luogo dove ci si ritrova ben tappato” (p.179).
Esplorando la claustrazione ci si accorge quanto la paura non si limiti alla relazione con un pericolo esterno, basta considerare la fobia per accorgersi che l’angoscia insorge proprio quando il soggetto perde la sua paura. Si percepisce la relazione tra paura e sicurezza, perdendo la paura si perde la sicurezza. E’ il caso del piccolo Hans.
Un’altra dimensione alla quale non si pensa abbastanza è la noia, così frequente, così abituale per noi, non è altro che la dimensione dell’Altra cosa che arriva a formularsi, ci dice Lacan: “nel modo più chiaro – si vorrebbe altra cosa. Si può mangiare perfino la merda ma non sempre la stessa..” (p.179).
E ancora la preghiera… Sono tutti quegli elementi che riprende nella Questione preliminare…
Ed infine le formazioni collettive, chiamate tali proprio in rapporto al soddisfacimento che possono dare a queste diverse modalità di relazione con l’Altra Cosa. Potremmo dire che si tratta di manifestazioni dell’Altra cosa istituzionalizzate, cito: “Ovunque l’uomo arrivi instaura un bordello ed una prigione, vale a dire un luogo dove c’è veramente il desiderio, ed aspetta qualcosa, un mondo migliore, un mondo futuro, sta lì a vegliare e ad aspettare la rivoluzione. Ma soprattutto, appena arriva da qualche parte, per l’uomo è molto importante che tutte le sue attività grondino noia” (ivi).
Al punto che un’attività diventa seria solo quando, iniziando a diventare regolare, diventa noiosa. Basta pensare, aggiunge provocatoriamente Lacan, alla nostra attività: le cosiddette regole tecniche, fatte per darci le garanzie di uno standard professionale, a ben guardare servono a mantenere la funzione della noia al cuore della pratica.
Ed è proprio a livello di questa Altra cosa, di questo Altro come tale che si situa, cito: “la dialettica del significante ed è da lì che conviene affrontare la funzione, la pressione, l’effetto di induzione del Nome del padre” (p.180).
Se per l’uomo è così importante la dimensione dell’Altra cosa, dell’Altrove, dell’Altro, ebbene il Nome del padre ha a che fare proprio con questo.
E’ così che Lacan conclude questo capitolo IX dedicato alla metafora paterna e siamo così arrivati ad i tre tempi dell’Edipo.