Cose trovate leggendo Freud: Das Ding – Die Sache – di Johanna Vennemann

Per poter parlare di relazione d’oggetto – oggetto perduto, trovato, ritrovato, non si può fare ameno di chiedersi che cosa è quell’oggetto primordiale, La Cosa Das Ding del quale Freud ci parla per la prima volta nell’ENTWURF, ossia “Progetto di una Psicologia” del 1895, parte integrante della corrispondenza con Fliess. L’ENTWURF è uno scritto spesso citato da Lacan, uno scritto essenziale, difficile, sorprendente. Si potrebbe dire che è alla base della scoperta dello psichico, come prodotto dell’annodamento tra l’organismo ed il linguaggio, del ruolo del linguaggio per lo psichismo. Anzi, vi assistiamo proprio alla nascita del linguaggio a partire del grido e attraverso l’Altro.

di Johanna Vennemann

Per poter parlare di relazione d’oggetto – oggetto perduto, trovato, ritrovato, non si può fare ameno di chiedersi che cosa è quell’oggetto primordiale, La Cosa Das Ding del quale Freud ci parla per la prima volta nell’ENTWURF, ossia “Progetto di una Psicologia” del 1895, parte integrante della corrispondenza con Fliess.
L’ENTWURF è uno scritto spesso citato da Lacan, uno scritto essenziale, difficile, sorprendente.
Si potrebbe dire che è alla base della scoperta dello psichico, come prodotto dell’annodamento tra l’organismo ed il linguaggio, del ruolo del linguaggio per lo psichismo. Anzi, vi assistiamo proprio alla nascita del linguaggio a partire del grido e attraverso l’Altro.
Freud usa una terminologia che viene interamente dalla neurologia, dalla fisiologia cerebrale; si serve di quella terminologia nel modo in cui Lacan si serve della linguistica.
E’ pressoché impossibile leggere l’ENTWURF senza la “traduzione” di Jacques Lacan, la mia relazione si baserà sul commento che ne fa nel seminario sull’ETICA DELLA PSICANALISI.
Cercherò di trovarci solo tutto ciò che riguarda DAS DING e non mi occuperò del resto del funzionamento dell’apparato psichico che vi viene scoperto.
Penso che anche così vi chiederò già abbastanza pazienza da seguirmi.
Veniamo dunque alla COSA. Che cosa è DAS DING?
DAS DING è quella cosa che si cerca, non si smette mai di cercare e che cosa si trova? si trovano soltanto SACHEN, cosucce, cianfrusaglie che, dette, diventano oggetti.
La prima volta che Freud ne parla nell’ENTWURF è quando spiega che gli investimenti di percezioni presenti, o desiderati, non sono investimenti di singoli neuroni, ma di complessi di neuroni; una componente di questo complesso rimane sempre uguale a se stessa, costante; è il neurone ’a’, mentre l’altra componente ’b’ oppure ’c’ varia.
Freud aggiunge che è il linguaggio che darà poi a questa scomposizione il termine giudizio, e soprattutto, che è il linguaggio che troverà, stabilirà la somiglianza che esiste tra ciò che varia e ciò che non varia. Il linguaggio chiamerà neurone ’a’ DAS DING e neurone ’b’ la sua attività o la sua caratteristica; in breve il suo predicato. (in „Das Erkennen und reproduzierende Denken“ S. 334/5) „… die Wunschbesetzung ist vorhanden, daneben eine Wahrnehmungsbesetzung, die nicht ganz, sondern nur teilweise mit ihr übereinstimmt. Es ist nämlich and er Zeit sich zu erinnern, dass die Wahrnehmungsbesetzungen nie Besetzungen einzelner Neurone sind, sondern stets von Komplexen… Es wird aber ein Weg gefunden, die Ähnlichkeit zur Identität zu vervollkommnen. Der W-Komplex wird sich durch den Vergleich mit anderen W-Komplexen zerlegen in einen Bestandteil, Neuron a eben, der sich meist gleichbleibt, und in einen zweiten, Neuron b, der zumeist variiert. Die Sprache wird später für diese Zerlegung den Terminus Urteil aufstellen und die Ähnlichkeit herausfinden, die zwischen dem Kern des Ich und dem konstanten Wahrnehmungsbestandteil, den wechselnden Besetzungen im Mantel und deminkonstanten Bestandteil tatsächlich vorliegt; wird Neuron a das Ding und Neuron bdessen Tätigkeit oder Eigenschaft, kurz dessen Prädikat benennen“.
Cioè – è il linguaggio che stabilirà (e Freud non dice semplicemente ’chiamerà’ ma ’stabilirà’) questa distinzione! Senza il linguaggio tra neurone ’a’ ’b’ ’c’ vi sarebbe semplicemente caos, impossibilità di discernimento.
Il termine “predicato” indica inoltre nel linguaggio della grammatica il verbo (una frase consiste in ’soggetto – predicato – oggetto’), predicati sono “cose affermate”, ma vi può essere affermazione solo in parole.
Le “cose affermate” sono SACHEN cui etimo indica il legame con il dire: “sagen”. E’ come se Freud dicesse ciò che poi Lacan propone: DIE SACHE IST DAS WORT DES DINGES “la SACHE è la parola della cosa”.
E’ qui che possiamo già toccare la differenza tra la cosa cercata e le cose trovate. Nella frase “La SACHE è la parola della Cosa” il primo termine “Sache” possiamo designarlo come la parola del DING che dovremmo tradurre: “La cosa è la parola della Cosa” visto che in italiano non vi è il termine corrispondente di SACHE in rapporto a DING. (c’è roba mentre nel dizionario per DING troviamo cosa, oggetto)

Sono questi predicati, queste caratteristiche, le percezioni o le attività di DAS DING che più tardi saranno compresi dal soggetto tramite il lavoro del ricordo e che ritorneranno quindi tramite evocazione in parole.
E infatti, un po’ più avanti Freud completa la prima affermazione riguardante il DING ed i suoi predicati, parlando di un’altra divisione, questa volta quella del oggetto della percezione o del WUNSCH – desiderio. E’ la divisione del complesso del NEBENMENSCH, del uomo accanto, del primo Altro del bambino, in genere la madre. Freud dice: “E’ così che il complesso del NEBENMENSCH è diviso in due componenti di cui una si impone per la sua struttura costante, rimane compatto come DING, mentre l’altra può essere compresa tramite un lavoro di ricordo, cioè può essere ricondotta ad una notizia proveniente dal proprio corpo” (.Und so sondert sich der Komplex des Nebenmenschen in 2 Bestandteile, von denen der eine durch konstantes Gefüge imponiert, als Ding beisammenbleibt, während der andere durch Erinnerungsarbeit verstanden, d.h., auf eine Nachricht vom eigenen Körper zurückgeführt werden kann“.)
Vale la pena soffermarsi su ciò che è il NEBENMENSCH, il prossimo, primo Altro reale, la madre, ma il termine stesso di NEBENMENSCH ha qualcosa di inquietante perché indica nel modo più potente l’accanto ed il simile, la separazione e l’identità; il NEBENMENSCH ha il rapporto più intimo con il soggetto ma è anche la prima realtà esterna, estranea, ostile.
Inoltre, è insieme primo oggetto di soddisfacimento, la prima potenza, forza che aiuta, e il primo oggetto ostile, che può, cioè, rifiutare l’aiuto.
Ed è per questo fatto, dice Freud, che l’essere umano impara a “erkennen”, ri-conoscere, conoscere, distinguere, discernere, tramite il NEBENMENSCH, il prossimo, primo Altro.
DAS DING è dunque quella parte del NEBENMENSCH che rimarrà sempre estranea, inassimilabile, se non ostile, ma costante; sarà una cosa che si trova sempre allo stesso posto, definizione che conosciamo anche per il Reale – il registro lacaniano del Reale.
Eppure – o proprio per questo – è intorno ad essa che torna tutta la brama di un soddisfacimento , di una felicità – un GLUECK – perduto.
Perché in Freud, più che di un oggetto perduto, è di una prima esperienza di felice incontro – mitico – perduto, che si tratta. GLUECK, come p. es. “Bonheur” contiene già nel etimo questa accezione di “incontro riuscito”.
Ma niente vi è ne nel micro ne nel macrocosmo, scrive Freud nel “Disagio della Civiltà” che prepari l’essere umano ad una tale felicità … e quindi la ricerca del “oggetto perduto, mai posseduto”, di un bene, viene allucinato seguendo le leggi del principio di piacere.
Ciò che si cerca è un’identità tra pensiero e percezione, identità mai raggiungibile. E’ qui la radice del desiderio inconscio – il cogito freudiano.
E il desiderio (inconscio) può trovare riconoscimento solo attraverso l’articolazione in parola.
Tutto l’ENTWURF ruota intorno a questa questione.
Il pensiero si trova nel sistema che in seguito sarà chiamato inconscio. Ogni pensiero si esercita per vie inconsce; nella coscienza si percepiscono solo i segni di piacere e di dispiacere, e solo nella misura in cui si producono delle parole vi è passaggio dei movimenti inconsci nella coscienza.
Torniamo all’esempio del ENTWURF dove si può seguire pari passo la nascita del linguaggio.
Il primo oggetto, NEBENMENSCH, può rifiutare l’aiuto – di dare aiuto.
L’oggetto ostile allora si segnala al livello della coscienza solo in quanto il dolore fa emettere al soggetto un grido, un grido gli scappa; senza il proprio grido ci si avrebbe di quel oggetto nemico solo la nozione la più confusa – e ciò con cui Freud segue è una cosa eccezionale – ciò vuol dire che l’esistenza stessa del oggetto come tale è il grido del soggetto. Il grido stesso caratterizza l’esistenza del oggetto.
Là dove per il dolore non ci si avrebbe alcun segno di qualità del oggetto, la notizia del proprio grido lo caratterizzerà come ostile, cattivo.
E qui Freud aggiunge: ora non ci vuole più molto per inventare il linguaggio: il grido, oltre ad essere scarica, ha il ruolo di stabilire un ponte tra qualcosa che resterebbe oscuro e inconscio e la risonanza che esso trova negli oggetti più importanti; per il fatto che questi parlano, potrà associare altri suoni. Ciò permette al soggetto del grido di vedersi rivelare nel discorso dell’altro i processi che abitano effettivamente il suo inconscio.
E’ così che l’inconscio è strutturato come un linguaggio ed è il discorso dell’Altro.
Il grido dapprima emesso automaticamente sarà usato poi più tardi dal bambino come domanda, diventa domanda perché da parte della madre viene già accolto come appello.
Il “che vuoi?” della madre, che la madre invia, diventerà un “che mi vuoi” del bambino: quale è il tuo desiderio – e di conseguenza il mio? Quale oggetto sono per quel tuo desiderio … E’ qui che inizia il dramma del desiderio umano, del suo essere desiderio dell’Altro.
Per il nostro piccolo d’uomo l’esperienza di soddisfacimento è interamente sospesa al NEBENMENSCH, all’Altro dal quale emerge con un grido e al quale si indirizza con un grido.
E’ tramite il NEBENMENSCH in quanto essere parlante, desiderante quindi, che tutto ciò che si rapporta ai processi di pensiero può prendere forma nella soggettività del soggetto.
E’ quest’Altro, simile e radicalmente altro, che funziona come prima apprensione della realtà per il soggetto.
Ma la prima esperienza della realtà è segnata da un originaria divisione.
Ritroviamo questa divisione originaria dell’esperienza della realtà nella VERNEINUNG, la denegazione, titolo di un articolo che Freud scrive nel 1925.
Vale la pena soffermarsi un attimo su quel testo nel quale si legge che il primo “fuori, esterno” in cui viene portato qualcosa dall’interno del soggetto non ha niente a che fare con la realtà nella quale il soggetto dovrà poi cercare i “segni di qualità” che gli indicano che è sulla strada giusta per la ricerca del suo soddisfacimento; il primo scopo della prova di realtà non è di trovare nella percezione reale un oggetto che corrisponda a ciò che il soggetto si rappresenta (immagina) in quel momento, ma è di RITROVARLO, di convincersi, letteralmente “sich ueberzeugen” ossia “testimoniarsi” che è ancora presente nella realtà.„…der erste und nächste Zweck der Realitätsprüfung ist (also) nicht, ein dem Vorgestellten entsprechendes Objekt in der realen Wahrnehmung zu finden, sondern es wiederzufinden, sich zu überzeugen, dass es noch vorhanden ist.“
L’esistenza stessa di una rappresentazione – VORSTELLUNG – è già la garanzia per la realtà del rappresentato, dell’immaginato, perché il pensiero ha la capacità di rendere di nuovo presente qualcosa di percepito una volta, DAS DING, tramite riproduzione nella rappresentazione anche se l’oggetto non esiste più nel fuori, nel esterno.
E’ questo il ’famoso’: l’oggetto viene, sì, ritrovato, ma solo nella VORSTELLUNG – o – detto con Lacan: ciò che è trovato è cercato ma cercato nelle vie del significante. “Non cerco, trovo; come cercherei se non avessi già trovato…”- nella VORSTELLUNG, nella rappresentazione, letteralmente in tedesco: ciò che è messo davanti; viene tradotto con rappresentazione, ma è anche immaginazione, nel senso di “me lo immagino, come te lo immagini” contiene quindi della fantasia.
Lacan la chiama “elemento immaginario dell’oggetto”, la sostanza dell’apparenza, un materiale di inganno vitale, ciò che forgia quel “VOR”, quel terzo, che si produce a partire di DAS DING, il terzo è sempre il terzo della parola.
Lacan continua: è essenzialmente la fantasia, ed è qualcosa di scomposto, ma Freud lo prende nel suo carattere radicale: in riferimento alla conoscenza, situandolo nel sistema psichico tra la percezione e la coscienza, là dove si inseriscono i processi dei pensieri che tramite il principio di piacere regolano l’investimento della VORSTELLUNG.
Sotto invece, nella struttura dell’inconscio, non vi è semplicemente VORSTELLUNG, ma VORSTELLUNGSREPRAESENTANZ, rappresentante della rappresentazione – significante – traccia mnestica nel ENTWURF di Freud.
La stessa Vorstellung, rappresentazione si modula quindi secondo le leggi della catena significante: condensazione (metafora), spostamento (metonimia).
In questo campo si ri-trova l’oggetto in quanto TROUVAILLE (il WIEDERZUFINDEN), cose trovate – non ho trovato altro modo di tradurre “trouvaille” – nell’accezione che conduce fino al etimo di “trovare” “trovatore”: cioè ’giro di parole’. Sono le cose trovate al posto delLa COSA, e sono trovate nei giri della parola – così come il riconoscimento del desiderio avviene unicamente attraverso un detto.
Cose trovate, il trovare stesso nel senso del WIEDERZUFINDEN, tale è per Freud la definizione fondamentale dell’oggetto nella sua funzione direttrice di cui ha mostrato il paradosso: perché di questo oggetto non ci viene neanche detto che è stato realmente perduto. L’oggetto per la sua natura è oggetto ritrovato, che sia stato perduto ne è la conseguenza, ma dopo – après-coup, a posteriore. E’ perché si tratta di ritrovarlo che noi lo definiamo come oggetto perduto! Non è mai stato perduto!
E’ dunque ritrovato senza che noi sappiamo altrimenti che di questo RITROVARE che è stato perduto.
Perché ciò che il soggetto cerca di ritrovare più che ogni altra cosa, non è tanto l’oggetto primordiale in sé quanto le TRACCE MNESTICHE lasciate dalla prima esperienza di soddisfacimento attribuito a questo oggetto. Detto con Lacan: ciò che è trovato è cercato ma cercato nelle vie del significante.
Tramite la sparizione di DAS DING l’oggetto appare come effetto di qualcosa che è proprio la materialità del pensiero, cioè il significante.
E DAS DING è ciò che del Reale patisce del significante.
Al livello stesso della VORSTELLUNGSREPRAESENTANZ, del rappresentante della rappresentazione, DAS DING NON E’, è assente, estraneo; è una funzione primordiale che si situa al livello iniziale dell’instaurarsi della gravitazione delle rappresentazioni inconsce.
E’ un elemento del Reale, e in quanto tale COSA MUTA, muta ma ciononostante iscritta in un mondo di linguaggio, muta volendo solo dire “parola non pronunciata, niente risposta”.
Per il semplice fatto che ciò che è conosciuto è conosciuto in parole, lo sconosciuto ha struttura di linguaggio!
Le rappresentazioni inconsce del pensiero sono rappresentazioni di parole, costruzioni in discorso, ed è solo per questo che ne possiamo sapere qualcosa.
Ed è proprio quando passiamo al discorso che DAS DING si risolve in una serie di effetti – cose – nel senso in cui si può dire “le mie cose”, cose mie, cianfrusaglie.
Ed è ben altra cosa che DAS DING.
E’ allora chiaro che per la sua stessa natura DAS DING è perduto. Non sarà mai trovato ma qualcosa è là ad aspettare: che vi sia qualcosa verso cui possiamo tendere tutte le attese, tutti i desideri; che quest’oggetto sia LA’ quando tutte le condizioni saranno alla fine adempite.
Si tende a ri-trovarlo, ma mai a raggiungerlo, perché non si sopporterebbe ne l’estremo bene, ne l’estremo male che gli viene attribuito in quanto primo Altro assoluto, estraneo, ostile.
Sarà tutt’al più ritrovato come rimpianto, non lui, ma le sue coordinate di piacere.
Intorno a questo DING, si effettuerà la prima scelta del soggetto, la scelta della nevrosi – NEUROSENWAHL.
Nella nevrosi isterica questo primo oggetto è stato oggetto insoddisfacente; infatti, ciò che caratterizza la “modalità” di desiderio dell’isterico è l’insoddisfazione, il desiderio di avere un desiderio insoddisfatto.
Nella nevrosi ossessiva questo primo oggetto ha letteralmente apportato troppo piacere e ciò che regola il comportamento del ossessivo nei confronti del desiderio è l’evitare e senso di colpa.
Il paranoico invece gli negherà semplicemente il credo. Così si spiega che non c’è stata prima affermazione BEJAHUNG di DAS DING, e quindi non ci può essere rimozione ma solo forclusione – buco.
E’ intorno all’Altro assoluto, quel Altro preistorico, indimenticabile, mai più raggiunto che per il soggetto ruoterà tutto il movimento di ricerca, di controllo, di riferimento in rapporto al mondo dei suoi desideri.
Il desiderio fondamentale, essenziale dell’uomo è il desiderio del incesto. Ma il Supremo Bene, che è DAS DING, che è la madre, l’oggetto del incesto, è un bene interdetto.
La legge dell’incesto si situa come tale al livello del rapporto inconscio con DAS DING. Il desiderio per la madre non saprebbe essere soddisfatto perché è il termine, la fine, l’abolizione di tutto il mondo della domanda, mondo che struttura il più profondamente l’inconscio dell’uomo.” (Lacan in “ETHIQUE …”).
Senza articolazione di domanda nessun desiderio esiste, nessuna parola esiste.
L’interdizione dell’incesto non è altro che la condizione che la parola possa sussistere.
La molla, il movente della legge dell’interdizione dell’incesto è il fatto che l’uomo cerchi sempre ciò che deve ri-trovare ma non saprebbe raggiungere.
Che l’uomo cerchi sempre ciò che deve ritrovare ma non saprebbe raggiungere – è là che si trova, che giace l’essenziale, la molla, il movente della legge dell’interdizione dell’incesto.
Ecco, infine, vorrei riassumere ciò che ho detto nelle parole più semplici possibili seguendo pari passo un bellissimo articolo di Lucien Israel “La Cosa ed il Fantasma”.
L’ingresso del soggetto nel mondo significante (del linguaggio) è condizionato, accompagnato dall’uccisione della COSA.
Che cosa è DAS DING? E’ ciò che noi non riconosciamo per il fatto di non averlo nominato.
E’ quindi un pezzo del REALE, senza alcun rapporto con la realtà. Perché il reale è, certamente, il mondo delle cose nel quale viviamo ma che noi non riconosciamo come cose, cose ed altro. Un esempio che cita spesso Lucien Israel è il seguente:
Prendete un cacciatore che caccia per sopravvivere. Lui riconosce delle tracce che per noi sono impercettibili se non ci sono mostrate, nominate. Questi pezzi del reale che dapprima siamo incapaci di leggere, sotto forma di segni, queste tracce acquisteranno un’esistenza per noi.
Ma la nominazione che costituisce queste cose, le farà anche sparire in quanto cose per farne dei segni, anzi, dei significanti. E’ questo l’uccisione della Cosa: cioè, la Cosa non ha più bisogno di essere necessariamente presente per essere individuata. E’ stata rimpiazzata dal suo significante. Il significante non si sostituirà naturalmente alla cosa, ma permetterà di evocarla e di farla passare allo statuto d’oggetto. La cosa, DAS DING, diventa SACHE il che in tedesco ha lo stesso etimo di SAGEN, dire. La SACHE, dirà Lacan, è la parola della COSA. E la Cosa detta è l’oggetto.
Per inciso: in tedesco esiste un altro termine per oggetto: ed è l’oggetto contro il quale ci si urta e che attesta così non il suo essere reale, ma la sua realtà tramite la sua presenza.
Nel passaggio di DING a SACHE si tratta d’altro: a partire del momento della nominazione una certa ingenuità primaria è perduta. Il reale essendo, diciamo idoneo al riconoscimento perde le sue qualità di cosa e costituisce una parte del paesaggio nel quale viviamo, aggiungendovi una dimensione di conoscenza a scapito di una dimensione di mistero.
Ma che cosa è che sparisce così per fare posto, se non al significante, almeno al supporto sul quale il significante potrà iscriversi? (E’ anche una questione sulla rimozione primaria)
E’ la prima relazione ’mitica’: è la Cosa che esiste tra la madre e il bambino, prima che il “rappresentante dell’ordine sociale” (nonché Altro della madre) il padre, non interrompa questa diade, rompa quest’accoppiamento per aprirlo su delle convenzioni sociali, sulle esigenze di un discorso. Ciò che sarà perduto è questa relazione, questa coesistenza, questo legame parassitario, questa diade ineffabile, inesprimibile che mai più niente sostituirà. E’ un’esperienza che mai più potrà ripetersi.
Quindi, qualcosa per l’essere umano muoia fin dall’inizio.
Qualcosa sparisce che è suscettibile di lasciare come traccia la possibilità di un desiderio; e al prezzo della perdita di quest’esperienza indicibile che non sarà mai detta, altro si crea che sarà il luogo d’iscrizione d’ogni ulteriore esperienza.
Un passo fondatore del soggetto è p.es. il fantasma $<>a perché nel fantasma il soggetto – parlante – non è più legato alla COSA ma all’oggetto. Ad un oggetto, causa del desiderio, che non servirà ad altro che a far sì che il desiderio consista, un oggetto che è l’ostaggio, il pegno del desiderio. E non la sua meta ultima.
Ma se succede che nessuno viene a separare il legame arcaico tra la madre ed il bambino, assistiamo alla nascita di una psicosi, alla produzione non di un soggetto parlante ma di un oggetto incluso nel fantasma della stessa madre.
DAS DING. la madre, il supremo bene è interdetto. La legge dell’incesto è la condizione che parola vi sia, la distanza del soggetto a DAS DING è la condizione della parola.