21 Apr Recensione sul libro di Virginia Zullo, Ti amo da morire
Posted at 14:48h
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Recensione sul libro di Virginia Zullo, Ti amo da morireGabriela Alarcón
Amori et Dolori Sacrum (luogo sacro all’amore e al dolore) è la frase che il barone e poeta francese Jacques d’Adelswärd-Fersen fece iscrivere sul frontone della sua dimora italiana, Villa Lysis, incastonata in uno dei punti più alti della magnetica isola di Capri. Luogo dove visse nei piaceri più deliziosi e dove incontrò il godimento di darsi morte. Questa frase riassume in modo magistrale il connubio inscindibile tra eros e thanatos, amore e morte. E’ attorno a questo enigmatico e costitutivo legame che, in modo molto originale la psicoanalista Virginia Zullo avanza una lettura psicoanalitica di fenomeni come i femminicidi e gli infanticidi che purtroppo si ripetono oggigiorno con troppa frequenza, scuotendo le nostre società.Ti amo da morire, recentemente pubblicato in Italia per Compagnia editoriale Aliberti si addentra negli oscuri meandri di alcuni eventi di cronaca recenti, cercando di gettare luce sulle molle inconsce che soggiaciono a questi gesti estremi. Il pregio di questo saggio sta nel procedere squisitamente psicoanalitico, ovvero, non impartisce una lezione su come è “corretto” interpretare questi fatti ma punta a scardinare dei luoghi comuni con cui solitamente si interpretano socialmente questi fenomeni. Per esempio, l’autrice fa vacillare l’idea che queste violenze siano solo il retaggio di una cultura patriarcale ancora radicata, come spesso si sostiene, e quindi che siano il frutto di una risultante culturale per la quale l’uomo agisce uccidendo la partner a partire da un senso di superiorità e di possesso. Zullo ci avverte, “ci si dovrà riferire alla struttura clinica della perversione per intenderli e poi considerare il passaggio all’atto, l’uccidere come una manifestazione della pulsione distruttiva che non ha trovato nella storia del soggetto nessuna modalità di sublimazione”(pag.15).Dal lato della donna, ci si chiede spesso perché non abbia colto dei segnali prima che le cose precipitino oppure perché sia rimasta a subire (collusione fantasmatica) all’interno di una relazione di simili caratteristiche: “le ragioni sono strutturali: si gode nel male”(pag.23). Questione che socialmente non è facile da assimilare.
Ancora più sgomento provocano le madri che uccidono i loro figli. Anche qui l’autrice si cala sulla singolarità di alcuni casi recenti per analizzare ciò che sembra non aver alcun senso. “Le madri assassine sono sempre uno scandalo culturale…più che l’amore fusionale, ritroviamo il legame sadico che il soggetto può instaurare con l’oggetto d’amore”(pag.37). Che posto occupa il bambino all’interno della soggettività di quella madre se non quello di oggetto scarto, già perduto? “Il figlio perde la funzione di dono simbolico e, scarnificato da ogni investimento fallico, diviene oggetto perduto” (pag.42).
Questi fenomeni mostrano in modo drammatico il legame tra l’amore e la morte, diremo con Freud, il momento di disimpasto pulsionale (in tedesco Triebentmischung). “Nel discorso sociale si assiste di continuo a manifestazioni di odio; ma il legame fortissimo tra amore e morte, centrale in quello della psicoanalisi, sembra essere misconosciuto” (pag. 50). Zullo è incisiva nel ribadire, prendendo piede sulle tesi freudiane, che la pulsione di morte agisce quanto più è in atto la pulsione erotica. In tal senso, l’amore non si presenta mai da solo all’incontro perciò l’autrice fa appello alla clinica, perché è nella clinica dell’amore, che possiamo afferrare la presenza di eros ma anche quella silenziosa di Thanatos. Zullo segue il tracciato della ricerca analitica che dimostra in che modo l’amore affonda le sue radici nella morte, nella misura in cui le pulsioni sadiche e distruttive agiscono parallelamente alle pulsioni vitali.(pag.69)
Questo punto non è facilmente assimilabile dal discorso sociale e, Zullo constata “…gli unici a essercene accorti sono stati gli artisti, i poeti, gli scrittori che dalla notte dei tempi hanno cantato l’amore e la morte, il potere della vita e della morte, il loro intrecciarsi e fondersi, il loro alimentarsi reciproco”(pag.49).Zullo ci ricorda che la psicoanalisi resta clandestina, ai margini del discorso sociale, in un luogo di bordo, di extra-territorialità e se ha una funzione è quella di sovvertire ogni altro discorso, “La psicoanalisi di muove con l’idea di operare una sorta di ribaltamento del discorso sociale sull’amore sbarazzandosi di ogni immaginario dell’apologia del discorso amoroso tanto detestata da Lacan”. La psicoanalisi è avvertita sul fatto che il fare Uno con l’Altro è un fantasma fusionale che fonda le sue radici nel godimento corpo a corpo con la madre.
L’autrice esplora nel saggio le diverse forme d’amore: narcisistico, cortese, di transfert, mistico, le mette a confronto. L’amore di transfert, l’amore per l’Altro, permette di uscire dall’amore narcisistico perché permette di uscire dal miraggio dell’immagine e di interrompere la ripetizione. “E’ parlando che si fa l’amore, dice Lacan”. In questo senso la psicoanalisi permette un tipo di legame nuovo basato sulla parola che sprigiona la sua potenza nel dire, e che a volte, sfoccia in poesia. In parole dell’autrice, “La psicoanalisi ci insegna a costruire con la parola, con il nostro discorso, un’opera d’arte permanente”.
