30 Mar Il tratto del caso – di Marcel Czermak
Conferenza tenuta a Roma, il 20 febbraio 2009
di Marcel Czermak
Mi sembra che il caso, così come è stato esposto, ci permetta di reperire un certo numero di tratti che non sono necessariamente presenti in Lacan. Il primo tratto su cui mi soffermerei, dal momento che è stata posta la questione del padre, è se sappiamo davvero cosa intendiamo quando ne parliamo. Continuo con altre osservazioni perché le vostre mi permettono di entrare in altre questioni. Per esempio potete constatare che la donna di cui si è trattato non ha diritto all’errore, non può mentire, non può, come la maggior parte delle donne e degli uomini, dire qualche piccola bugia ed è incapace di essere ambivalente. Sappiamo che i sentimenti non sono mai puri, anche per coloro che ci sono più vicini. In sintesi possiamo dire che questa donna non può mai prendere una via traversa e, in più, quando è confrontata con la questione dell’ambivalenza, della menzogna, dell’inganno, dell’infedeltà risponde con un transfert senza resistenza.
Infine quando è confrontata con la questione sempre presente del sessuale in che modo vi risponde? Comunemente il transfert di un nevrotico è intessuto di più fili, come quello dell’amore, dell’odio ecc. Nel caso della paziente assistiamo ad una decomposizione di tutti questi elementi abitualmente annodati nel transfert. Quando questo si scatena sulla scena (il fidanzato, la guardia di finanza che va ad esaminare i conti correnti e immagino che, come in Francia, i conti non siano sempre troppo chiari) comincia a perdere “liquidi”. In quel momento appare quindi una dimensione persecutoria, ossia da un lato l’intrusione dello sguardo dell’altro in alcuni conti non molto chiari scatena una modalità paranoica con la prevalenza abituale dello scopico; dall’altro una dimensione disgiunta erotomaniaca. Da una parte è perseguitata dallo sguardo e dall’altra c’è il medico che la cura che, come tutti i medici, si suppone si mantenga tranquillo con le donne, per questo ama. Non è un caso che le storie di erotomania riguardino degli uomini importanti, medici o comunque persone di alta estrazione sociale in quanto teoricamente questo dovrebbe permettere loro di gettare uno sguardo privo di concupiscenza sulla donna. D’altra parte non è certo lei che l’ha potuto eventualmente desiderare, ma è lui che l’ha fatto. Ecco il versante paranoico, erotomaniaco ed in certi momenti anche quello della gelosia, sia che si tratti della collega d’ufficio o della madre del fidanzato (del resto con la suocera non è sempre facile andare d’accordo, ma in genere ci si riesce).
Si vede come in lei tutto si decomponga: la rivalità impossibile con l’altra donna, che sia della stessa generazione o di una precedente, la sua difficoltà nel rapporto sentimentale con un uomo, cioè la difficoltà di sopportare un aspetto della castrazione, ossia il fatto che, in quanto donna, non potrà avere tutto.
In terzo luogo, nel momento in cui si fissa su un personaggio importante, vediamo anche la disgiunzione del sessuale e dell’amore. Freud, essendo lui stesso un nevrotico, nel trattare di uomini nevrotici aveva messo l’accento sul fatto che nel momento in cui amavano facevano fatica a desiderare e quando desideravano non era certo che potessero amare. Nella letteratura psicanalitica non è mai stato osservato se questo vale anche per gli psicotici perché quando lei è amata vediamo che l’amore si esprime dal lato del medico sotto forma di erotomania mentre il versante sessuale assume carattere persecutorio. Non è certo una donna che si possa “bloccare” in quanto tutto assume subito un aspetto imperativo, sia che si tratti dell’amore sia della dimensione paranoica del sessuale.
C’è un altro punto interessante che è evocato molto rapidamente nel certificato medico, ossia la sua difficoltà nel riconoscimento su cui avrei preferito saperne di più perché sono pronto a fare una scommessa. Suppongo infatti che era lo stesso uomo che vedeva nei diversi partner che frequentava, cosa che i classici avevano chiamato “sindrome di Fregoli”. Si tratta di un aspetto molto interessante sul piano della teoria, in quanto si vede come l’altro non possa così mai essere perduto. Infatti se mi lascia lo ritroverò in ogni angolo di strada in persone vestite diversamente, ma si tratterà sempre dello stesso oggetto nell’altro. Questo potrebbe essere un modo per affrontare la questione dell’oggetto piccolo a che può essere considerato dal lato dell’erotomania, della paranoia, della gelosia o della stessa “sindrome di Fregoli”.
La funzione dello sguardo rappresenta qualcosa di dominante in questo caso, per esempio rispetto al posto che possa aver occupato nella sua giovinezza, compreso il mestiere di fotografo del padre (ci si può chiedere che tipo di fotografie facesse), che in ogni caso era un fotografo privato. Così quando il fidanzato fa delle fotografie per inviarle alla casa della madre avviene proprio come un furto dell’oggetto. A maggior ragione, trattandosi di una donna, psicotica o meno, si conosce bene la sensibilità che hanno tutte rispetto alla loro casa, per cui è come se il fidanzato le fosse stato infedele attraverso lo sguardo, la captazione ottica.
Dr Drazien: Il titolo della sua composizione è “Gioiello”. Penso che si tratti proprio di lei.
Dr Czermak: È lei di certo, in quanto è regolarmente confrontata con il fatto che l’altro è forcluso, anche se non può farne a meno. Così capita spesso il caso dello psicotico che ha finito il colloquio e vi deve salutare, ma le sue mani rimangono attaccate alle vostre. È una questione che riguarda il transitivismo: l’uno è l’altro. Penso che si guadagnerebbe molto se ci si chiedesse se si tratta di un bouffée delirante o altro, se ci si occupasse solo di quel punto che permette di riunire il caso. Un caso così, infatti, fa giocare a cielo aperto tutti i fili abitualmente nascosti, come una corda nautica di cui avessimo sciolto le fibre. Non hanno tutti lo stesso colore, per cui uno sarà rosso, uno blu, un altro bianco, ma si tratta sempre della stessa corda. Vi è evidentemente una dimensione di automatismo mentale che rappresenta la firma stessa del “decapitonaggio”.
Sarebbe interessante sapere cosa le dicessero le voci dell’automatismo mentale perché quando ci chiediamo verso cosa tendono le psicosi femminili, dato che per quelle maschili si dice che vanno verso la femminilizzazione . Per le donne è lo stesso. H. Ey l’ha chiamata sindrome “SVP” (salope, troia; vierge, vergine; putain, puttana), anche se non ha mai osato scriverlo.
In ogni caso si tratta di una donna che non è in grado di entrare in conflitto ed è questo che rende problematica la sua vita amorosa ed anche un eventuale matrimonio.
Dr Albarello: A proposito di i (a), cui ci riporta la questione della sindrome di Fregoli. Nel suo caso, per esempio, c’era il problema di unire la lettera con il pacco.
Dr Czermak: Le mancava proprio la lettera, quella che hanno tutte le donne, cioè quella che permette di poter raccontare una menzogna. È troppo rigorosa; sappiamo che la sola lettera che permette di mancare a scuola è il fallo perché è ciò che dà un po’ più di respiro. È quello che capita quando si fa stendere sul divano uno psicotico pensando che sia un nevrotico e gli si propone di “dire tutto”. Si assiste così ad una deflagrazione, in quanto tutti i pazienti mentono, mentre gli psicotici non possono farlo.
Dr Jerkov: Vorrei che ci dicesse qualcosa in più su questa spinta della donna dal lato della donna.
Dr Czermak: È la spinta ad essere “tutta” e, nel momento in cui va a cercare l’unità, si decompone. C’è simultaneamente l’aspirazione a fare Uno con l’Altro e quindi la polverizzazione.
Dr Jerkov: Sempre sulla questione della spinta alla donna nelle psicosi femminili. Pensavo al caso di una paziente paranoica che ascolto: a lei piacciono le donne per cui è spinta a “toccare loro il culo” (come lei si esprime) ecc. Il racconto della sua vita sta ora assumendo la caratteristica di una storia di incontri traumatici con il desiderio sessuale da parte di altre donne nei suoi confronti.
Dr Czermak: Farei molta attenzione a non fare vibrare queste corde perché potrebbe essere il modo per far esplodere la situazione. Se infatti si tratta di una psicotica cosa significa allora l’omosessualità, dato che è sempre lo stesso oggetto nell’altro? Per quello che riguarda le psicosi, il termine di omosessualità non è ben lavorato e, quando poi la funzione fallica non è presa nella possibilità di certi margini di manovra, il colpo in testa avviene rapidamente.
Vorrei ora aggiungere qualcosa a proposito di una mia formulazione forse non ben esplicitata. Si tratta di un’osservazione che devo a J. Cacho. L’espressione mi era venuta a proposito del delirio di negazione, dovrei parlare piuttosto di delirio di affermazione perché si presentava come l’affermazione di un pieno e di una compattezza molto solida. Per poter parlare correttamente di affermazione e di negazione occorre riprendere il testo di Freud sulla Verneinung riguardo la differenza tra il giudizio di affermazione e quello di esistenza e di attribuzione. Ma se qualcuno non è mai entrato né nell’affermazione né nella negazione che senso possono avere entrambe quando ciò che si presenta come “affermazione” è la presentificazione di un corpo completamente rotondo, molto carambolesco, che si sposta sul tavolo del biliardo ruotando in base ai colpi che riceve? Abbiamo quindi a che fare con una sfericità che viene a modificare tutte le rappresentazioni che abbiamo di ciò che è un corpo, per cui uscire o entrare non ha nessun senso e nemmeno aprire o chiudere, tanto che i pazienti possono arrivare ad uno stato stuporoso cessando anche di alimentarsi, per cui non c’è più niente che abbia significazione. Non è per il fatto che guardo che posso veramente vedere perché anche se l’apparato visivo è intatto questo non impedisce che la significazione di ciò che vedo sia scomparsa, cioè che non abbia più sguardo. Si tratta quindi di una specie di cieco che occorre accompagnare prendendolo per mano e che si trova in uno spazio non più vettorizzato. Così non si possono contare i passi perché si tratta di uno spazio a suo tempo circolare e che dal lato che la paziente di cui abbiamo parlato chiama “bloccato” si incontra con la questione di cosa le permetta, per esempio, di mangiare. Tutto questo presuppone, infatti, una vettorizzazione spaziale e temporale che in questo caso è identica al rapporto che il soggetto intrattiene con il proprio corpo. Si tratta di una lingua davvero strana perché ha forse mai detto no o sì a qualcuno? Per lo stato in cui si trova può essere anche catatonica e indica anche la propria impossibilità a identificarsi con qualcuno. Sul piano della teoria dell’identificazione in generale funzioniamo da un punto di vista schematico con le tre identificazioni di Freud, ma questo è un po’ poco. Per esempio in un caso come questo, dal momento che deve sempre essere accompagnata o che vuole che le si mostrino i gesti da compiere, si può dire che il mimetismo abbia qualcosa a che vedere con l’identificazione?
A proposito poi dell’oggetto piccolo a, l’identificazione con quest’ultimo ha delle conseguenze molto strane. In primo luogo non è possibile trattare il caso di cui si è parlato senza la teoria dell’oggetto a, motivo per cui il Cotard per più di un secolo è stato considerato come un pezzo da museo. Se prendiamo la questione dal lato del nevrotico diciamo che la perdita di quest’oggetto, che per lui costituisce un buco, una pura mancanza, lamentandosi del fatto che l’altro non rappresenta mai il buon oggetto, rappresenta nello stesso tempo per lui la sua chance perché gli permette la vettorizzazione spaziale e temporale e l’attuazione di una pulsione che gira proprio intorno ad una mancanza. Ma se questo buco, che è contemporaneamente un pieno, cioè uno dei paradossi topologici, è divenuto il soggetto, diventa anche qualcuno che colpisce tutti ma non prova nulla in quanto si pone al di fuori degli affetti. Si tratta di quello che i classici descrivevano attraverso il termine di “analgesia dolorosa”. Non vi è infatti dolore più grande che quello di non essere colpiti da nulla.
Si parlava anche di perdita della visione mentale, un’espressione un po’ contorta che indica molto bene che a un certo momento il paziente è diventato uno scarto, un blocco. Siamo quindi di fronte ad una grande questione: fino a che punto ci troviamo qui ancora nell’“umanità”? Che cos’è un essere vivente e parlante? Tuttavia abbiamo delle ambizioni terapeutiche e in ogni caso si pone la questione: si può curare l’oggetto piccolo a? Nell’ultimo numero della “Rivista Lacaniana” (n° 3 ) dedicata al tema del silenzio vi è un articolo di un collega che parla del celebre aforisma di un chirurgo, Leriche, secondo cui “la vita è la salute nel silenzio degli organi”. Il collega si interroga su cosa sia la salute. Mi rammarico che non abbia ascoltato il mio consiglio perché molto spesso mi è capitato di dire, contrariamente al chirurgo, che possiamo morire nel silenzio degli organi e soprattutto che la salute è la vita nel silenzio dell’oggetto piccolo a.
Questo pone un problema dottrinale enorme tanto che suggerirei di dedicare un capitolo nei trattati di medicina sull’oggetto piccolo a. Se l’oggetto piccolo a è all’origine della possibilità per noi di contare 1, 2, 3, 4 ecc. e se l’oggetto piccolo a non è mai caduto abbiamo a che fare con un uno che non è l’uno contabile, ma l’uno della globalizzazione, del tutto. Allo stesso tempo il soggetto esce da ogni discorso e può anche morire. Se la significazione è sempre fallica, in un caso come questo vediamo invece che nulla ha più significazione, mentre tutto il mondo intorno a noi assume un valore strano e la lingua prende un andamento neologistico. Contemporaneamente con questo paradosso la paziente riesce a scrivere e sarebbe interessante sapere cosa scrive. Non è un robot e forse proprio per la forza della lingua ci permette l’accesso ad una topologia davvero strana. Questo rende conto dell’insegnamento di Lacan senza il quale non saremmo in grado di venire a capo di questa situazione. Nell’Enciclopedia medico chirurgica francese, alla sezione “psichiatria”, troviamo un articolo molto interessante di G. Lantery Laura sui deliri in cui osserva che la dottrina non riesce a dar conto del transessualismo, della sindrome di Cotard, della sindrome di Fregoli e del delirio a due. È interessante che si tratti proprio delle questioni su cui abbiamo lavorato a lungo seguendo il pensiero di Freud secondo cui, se si sposta una questione, ne risente tutta la dottrina. Riguardo la questione dello sguardo di cui parlavamo prima, quando lei guarda è incollata dallo stesso sguardo, si sostiene su questo incollamento, cioè è “nella colla”. Questo pone la questione di cosa significhi per lei vedere e se ha un rapporto con l’immagine perché per parlare di immagini occorre che queste assumano significazione. Gli alienisti del passato parlavano di “perdita della visione mentale”, ma qui come possiamo interpretare questo fenomeno di “incollamento visivo”? È lei come oggetto che reintegra l’immagine, dal momento che l’oggetto che normalmente dà l’immagine non la guarda? E se fosse il proprio sguardo morto che le donasse l’illusione di una visione? Anche se non abbiamo nessuna idea di cosa ella veda, in quanto sappiamo semplicemente che deve essere accompagnata, che non sa cosa le capiterà domani ecc. Ci chiediamo allora se sia ancora vivente. E poi cosa chiamiamo vita? Questa donna si trova infatti in un tipo di immobilità in cui si sposta solo quando riceve dei colpi.
Domanda di C. Gurnari sulla questione del godimento in questo caso.
Dr Czermak: In questo caso non siamo certo nell’ambito di un godimento fallico, ma si può parlare qui di godimento “Altro”? quando uno psicotico ci dice che prova piacere quando una voce gli parla, che cosa sappiamo di questo tipo di godimento dal momento che non è sessuato?
Questa paziente ha una grammatica che funziona in due tempi: prima era ora no e si trova in un presente che non si arresta. Questo ci potrebbe servire per illustrare ai pazienti nevrotici che si lamentano di non vivere il tempo presente come in questo caso è tutta la lingua che si ricostruisce intorno a due tempi grammaticali: il passato e un presente che non si fermerà mai.
Ho conosciuto un caso di S. di Cotard che era la segretaria del Gen. De Gaulle. Di lei si diceva “prima era apparentemente normale”, con tutto ciò che questo comportava per il suo lavoro a fianco di un capo di stato. Poi un giorno si è fratturata una gamba in un incidente ed ha avviato un accesso melanconico che poi è diventato un Cotard. Quando conduceva la sua vita molto agitata non era stata oggetto di visite, dato che gli psicotici fanno parte della nostra atmosfera abituale. Così, un giorno, mi è capitato di arrivare in reparto e di trovarvi il fornaio da cui compravo il pane abitualmente!