Clinica differenziale della forclusione (I parte) – di Amalia Mele

Dobbiamo cominciare a dire che la clinica della forclusione si basa su fenomeni clinici come le allucinazioni verbali, non sul delirio. Il delirio non è difatti un effetto della forclusione. Allo stesso modo, dobbiamo considerare all’interno della forclusione l’automatismo mentale: il fenomeno delle parole imposte, che vedremo per l’appunto nel caso dell’Uomo dalle parole imposte. Lacan dirà una frase molto importante a proposito dell’esito della psicosi per questo ragazzo, – perché è di un giovane che si tratta: «Io non sono molto ottimista per questo ragazzo». Si tratta di un paziente che Lacan incontra in una situazione ospedaliera dopo che un tentativo di suicidio. Lo dice a ragion veduta questo «non sono ottimista», perché effettivamente non c’è delirio nel paziente; mentre, come voi sapete, in Schreber il delirio è presente.

di Amalia Mele

Terrò un discorso sulla forclusione dal lato clinico. Quindi non farò una ricostruzione teorica del concetto, ma parlerò appunto di quelli che sono gli effetti clinici della forclusione, per far sentire – proprio perché Lacan si affida alla logica del significante, soprattutto negli anni ’50 – la differenza, la clinica della differenza delle strutture. E quindi traccerò un percorso che si tiene sui casi di Lacan; e fondamentalmente passerò in rassegna vari esempi, magari ripetendo cose che forse già sapete, partendo dal caso Sono stata dal salumiere, che è una presentazione clinica, così come la è l’Uomo dalle parole imposte. La differenza è che, mentre in Sono stata dal salumiere è Lacan che riassume il caso, nell’Uomo dalle parole imposte abbiamo a disposizione la trascrizione di questa presentazione pubblicata su Le discours psycanalitique. Io ho tradotto questa presentazione, e appena riesco a corredarla di un’introduzione la metterò a disposizione. Difatti non si può far circolare una traduzione di materiale clinico senza accompagnarla da note introduttive. Quindi la seconda presentazione non è soltanto importante perché è materiale clinico prezioso, ma anche perché mostra come Lacan dirige questo colloquio, su che cosa si sofferma, cosa valuta. Quindi è prezioso proprio per il gesto clinico che possiamo osservare. E poi ovviamente tra queste due presentazioni c’è Schreber – e sapete che la clinica della forclusione in Schreber si declina nei fenomeni di codice e nei fenomeni di messaggio. Per l’appunto, dobbiamo cominciare a dire che la clinica della forclusione si basa su fenomeni clinici come le allucinazioni verbali, non sul delirio. Il delirio non è difatti un effetto della forclusione. Allo stesso modo, dobbiamo considerare all’interno della forclusione l’automatismo mentale: il fenomeno delle parole imposte, che vedremo per l’appunto nel caso dell’Uomo dalle parole imposte. Lacan dirà una frase molto importante a proposito dell’esito della psicosi per questo ragazzo, – perché è di un giovane che si tratta: «Io non sono molto ottimista per questo ragazzo». Si tratta di un paziente che Lacan incontra in una situazione ospedaliera dopo che un tentativo di suicidio. Lo dice a ragion veduta questo «non sono ottimista», perché effettivamente non c’è delirio nel paziente; mentre, come voi sapete, in Schreber il delirio è presente.
Lacan legge le psicosi grazie a quello che si può chiamare il “fallimento dell’Edipo”, l’incompletezza dell’Edipo, ma l’incompletezza già si evidenzia anche nel caso del piccolo Hans, quindi delle strutture più nevrotiche e fobiche. Il posto di eccezione che viene a mancare, il significante del Nome-del-padre, viene però ricostruito attraverso un altro posto di eccezione che è quello del delirio, ossia il lavoro del soggetto. Uso il termine “forclusione” in questa lezione riferendomi al senso di “preclusione” che viene dal linguaggio giuridico, in quanto quest’ultima contiene al suo cuore la nozione di tempo, che è molto importante, proprio perché la preclusione è la decadenza di un diritto per decorrenza dei termini, e dà dunque il senso di questo fallimento dell’Edipo: qualcosa che doveva accadere e non è accaduto in un dato tempo (non è che può accadere sempre, deve accadere in un certo tempo). Proprio per questo uso preclusione nel senso del linguaggio giuridico. Affidandosi difatti a questa lettura patologica dell’Edipo, Lacan giunge a conclusioni con Schreber che sono espresse sul piano del trattamento nella Questione preliminare, in linea di continuità con Freud per quanto riguarda la questione del transfert. Nelle conclusioni della Questione preliminare c’è un’immagine di cui Lacan si serve per affermare appunto l’impossibilità del transfert nella psicosi, quella della nave in secca. «Giacché far uso della tecnica da lui istituita – si sta riferendo a Freud – fuori dall’esperienza cui si applica, è altrettanto stupido quanto affannarsi ai remi quando la nave è sulla sabbia». Lacan dà questa immagine per esprimere la difficoltà del transfert nella psicosi: una nave che si è insabbiata, e noi che ci ostiniamo a remare per farla muovere.

Dr. C. Albarello: Una domanda. In questo brano, tu vedi la metafora del transfert oppure del soggetto psicotico?

Dr.ssa A. Mele: No, del transfert. Perché il discorso che Lacan conduce parte prima da Freud, dal fatto che Freud aveva posto comunque un veto al trattamento della psicosi, questo nel Compendio. E poi c’è tutto il discorso della violazione di questo veto da parte dei post-freudiani. Però nella Questione preliminare c’è anche un accenno alla questione dell’«altro centramento»; altro centramento che noi sentiamo, se leggiamo Lacan degliScritti. Io sento una differenza tra il Lacan degli Scrittie il Lacan dei Seminari. Perché neiSeminari Lacan ci presenta casi di psicosi incontrati nell’istituzione, e quindi soggetti all’«altro centramento»; l’istituzione è questo «altro centramento» di cui parla. E se ricordate le cose che dice a proposito della psicosi a partire dal Seminario Le psicosi, ad esempio quando usa l’espressione «segretario dell’alienato», è una posizione di rispetto nei confronti dello psicotico di cui sta parlando, dove la presentazione clinica può diventare un’occasione di rottura della solitudine dell’esperienza psicotica originaria, nel suo appello all’Altro, nel suo voler far sapere, volere rendere nota l’esperienza ineffabile della psicosi. Perché proprio per il fatto di poter testimoniare e raccontare questa esperienza, si produce la rottura di quella solitudine che l’evento psicotico ha determinato. Ma vedremo come Lacan si muove all’interno della presentazione: per esempio rassicurerà questo ragazzo, l’uomo dalle parole imposte, che a un certo punto si gira preoccupato verso uno dei presenti alla presentazione, ma Lacan lo rassicura dicendogli che sono persone interessate, che sono venute lì per sapere, quindi lo posiziona, appunto, nel posto del soggetto supposto sapere, cioè è lui che sa. E i suoi inviti a «non indietreggiare davanti alla psicosi, a patto di non indietreggiare davanti alla parola» che fa nell’Ouverture de la Section Clinique, sono ovviamente delle posizioni, che non possiamo definire transferali, ma delle posizioni di rapporto, di relazione, da prendere in questo «altro centramento», che è l’incontro con lo psicotico nell’istituzione. Ovviamente si sta parlando della tecnica – «la tecnica l’ho istituita», dice, quindi la psicoanalisi, la questione della psicoanalisi.

Dr.ssa M. Drazien: Non è anche una lezione sulla fissità della struttura? Cioè che la struttura è una, almeno a questo punto del suo insegnamento, irremovibile e permanente. Ecco. Se c’è una struttura psicotica, sì c’è una forclusione. Non è sloggiabile.

Dr.ssa A. Mele: Certo, però, sempre nella Questione preliminare, fa riferimento alla questione della psicosi sociale, ed è Schreber che lo spinge a riflettere su questa questione, cioè la possibilità comunque di stare, per lo psicotico, nel legame sociale, perché Schreber questa possibilità la lascia intravedere. Alla fine della sua psicosi, il suo esame di realtà, fatta esclusione per questo delirio cosiddetto parziale, che ruota intorno alle pratiche di travestitismo, è un esame di realtà che in qualche modo tiene. E Schreber stesso lo definisce con l’espressione «legare alle terre», che è il senso di un ritorno con i piedi per terra, come si dice quando s’invoca la terra. Quindi certo, c’è il problema della struttura, e grazie al fatto che lo psicotico sta nel linguaggio, talvolta, questo lavoro con il linguaggio lo conduce a prendere una posizione all’interno del legame sociale – perché la prima forma di non esclusione è proprio quella di tenere una persona all’interno del linguaggio, ancor prima dunque, di quelle che sono le trasformazioni istituzionali che modificano i modi della cura; è questo che Schreber mostra. Difatti Lacan non guarda alla psicosi come a un deficit, allineandosi da questo punto di vista con Freud, che, per quanto avesse conclusioni di tipo pessimistiche per quanto riguarda il trattamento, si era schierato sul piano della comprensione della psicosi, «dalla parte di Schreber», non solo perché aveva sostenuto che «il delirio è un tentativo di guarigione», ma anche perché, per esempio, aveva parlato di “metodo” nella follia di Schreber. «Non perderemo la speranza – dice per l’appunto a proposito di Schreber – che ci sia un metodo nella sua follia». Si sente un’eco in questo discorso dell’interesse di Freud per Shakespeare, e quindi della famosa frase dell’Amleto, che è la domanda che Claudio rivolge a Polonio: «Ma Amleto è pazzo?», a cui Polonio risponde: «Sì, è pazzo, ma non senza metodo». Quindi c’è quest’idea, già in Freud, che ci sia metodo nella follia. E Lacan, diciamo che questa posizione di Freud, nettissima verso il lavoro, appunto, di comprensibilità della psicosi, la traduce con un’altra espressione. L’espressione che utilizza Lacan nella Questione preliminare è: «soluzione elegante». A proposito dell’esito della psicosi di Schreber parla di «soluzione elegante», e afferma che Schreber alla fine del processo psicotico non è in un caos irrigidito, ma che ci sono state delle «linee di efficienza», cioè che il lavoro del delirio di Schreber è stato un lavoro efficace, ha portato da qualche parte, anche grazie al lavoro sulla lingua che Schreber mostra di fare. E la lingua, sappiamo, è la possibilità, in qualche modo, di nominare le cose.
Lacan mostra nella Questione preliminare,attraverso Schreber e il lavoro che quest’ultimo compie sul linguaggio, la possibilità del soggetto psicotico di tenersi nel legame sociale. Schreber, poi, è importante per Lacan per un altro motivo, perché è una psicosi completa. Se ricordate lo schema che c’è nella Questione preliminare, cioè lo Schema I, che è lo schema del soggetto al termine della psicosi, vediamo che in esso ci sono due buchi: un buco è P0 (Pi zero) e un altro buco è ?0 (Fi zero). Quindi ci sono due vuoti.

Dr.ssa M. Drazien: Lo vuoi mettere sulla lavagna?

Dr.ssa A. Mele: Questo disegno è complicatissimo. Ve lo faccio vedere, faccio girare il libro.

Dr.ssa M. Drazien: (alla lavagna) Molto schematicamente, questi sono i due buchi di cui parla adesso la Dottoressa. Allora, non vado a scrivere tutto ciò che c’è di annotato su questo schema, che voi trovate a pagina 567 degli Scritti (nel secondo volume della vecchia edizione Einaudi). Ecco, era solo per fissarvi le idee di quale schema si sta parlando. Perché, noi non l’abbiamo studiato da molto tempo questo testo. Ecco, allora potrebbe rimanere sconosciuto per alcuni di voi. Ecco tutto qua.

Dr.ssa A. Mele: Schreber mostra questo quadro completo. Ciò è molto importante, perché ha sintomi sul lato dell’Altro, e questi sintomi sul lato dell’Altro sono le allucinazioni verbali, che sono declinate in Schreber in fenomeni di messaggio e in fenomeni di codice. Poi ci ritornerò su questo aspetto. Però Schreber ha anche sintomi che riguardano il corporeo. Qui Lacan non dispone ancora della parola “godimento”; ne incomincia a parlare nelle Presentazione delle Memorie nel 1966; parla per esempio di Schreber come «il testo dilaniato che egli stesso diventa», per mettere in immagine il coinvolgimento che riguarda il corpo. Lì la parola “godimento” la nomina. Però nel lavoro che fa su Schreber, anche se non nomina questa parola, la questione del “godimento” si sente già. Si sente già che circola, questa parola, se pur non nominata. E questo lato, che non è il lato dell’Altro, è il lato che lui chiama del soggetto, non ha a che vedere con la forclusione, perché la forclusione, la preclusione – se vogliamo usare questo termine che è forse più corretto – ha a che vedere con l’Altro, con i sintomi che vengono dall’Altro, con le allucinazioni. Questo lato qui, quello della pratica transessualista, godimento su cui tornerò perché il godimento di Schreber è un godimento Altro, questa parola che non può ancora nominare, deve attendere il Seminario Encore, dove Lacan potrà parlare di godimento Altro e soprattutto far passare quest’idea che il Simbolico non è tutto riassorbibile. Mentre qui abbiamo ancora quest’idea che il Simbolico può riassorbire tutto. Poi con Encore, non è più così: il Simbolico non può riassorbire tutto. E allora questi sintomi sul lato del soggetto non sono legati alla preclusione del Nome-del-Padre, ma sono legati a un altro aspetto che Lacan comincia a considerare qui, che è la significazione fallica. Il termine che lui utilizza per parlare di questo deficit, che è segnalato con ?0 nello Schema I, è «elisione della significazione fallica». Non usa il termine «preclusione», ma «elisione». Questa distinzione è possibile perché Schreber è un quadro completo di psicosi. E non è vero che Lacan, privilegiando il significante, ha privilegiato solo i sintomi psichici, come le allucinazioni, che sono sicuramente sintomi psichici. Perché, anche quando corre dietro al significante, sta già prendendo in considerazione questa dimensione corporea, con i fenomeni di pratica transessualista, di godimento transessualista che Schreber ha, anche se non nomina ancora questa parola godimento che nominerà solo a partire dalla Presentazione delle Memorie nel 1966. Trovo che questa distinzione, che Lacan introduce attraverso questo quadro completo di Schreber, è molto utile per la clinica contemporanea, dove spesso troviamo soggetti che non presentano i disturbi psicotici tipici sul lato dell’Altro, cioè le allucinazioni verbali, i disturbi del linguaggio. Ovviamente, i disturbi del linguaggio, io credo quelli, cosiddetti da manuale di psichiatria tradizionale, la schizoafasia, l’insalata di parole, quelli non si osservano, penso quasi più, se non nelle forme schizofreniche. Ma espressioni così degenerate del linguaggio erano spesso legate ai fenomeni d’internamento manicomiale. Non so se Patrizia è d’accordo …
Dr.ssa P. Piunti: Ma io li osservo ancora.
Dr.ssa A. Mele: Ma l’insalata di parole ?
Dr.ssa P. Piunti: Sì, sì …
Dr.ssa A. Mele: Diciamo però che non sono frequentissimi.
Dr.ssa P. Piunti: Sono rari da osservare. Non so, per esempio, quello che si incontra nelle cliniche perché la mia esperienza è più territoriale. Non so quelli che sono ricoverati in clinica, se lì si possono osservare certi fenomeni …
Dr.ssa A. Mele: Diciamo che oggi ci troviamo davanti a fenomeni più sul lato del messaggio che su quello del codice. Quello che si chiama appunto la difficoltà a vettorizzare il discorso, a storicizzarlo.
Dr.ssa P. Piunti: Ci sono casi anche con tutti e due questi aspetti.
Dr.ssa A. Mele: Certo, certo, anche se volevo semplicemente sottolineare che è più raro rispetto al passato, che è possibile avere queste situazioni dove non si hanno le allucinazioni, né i disturbi del linguaggio, mentre abbiamo …
Dr.ssa M. Drazien: Più raro? Forse perché c’è immediatamente l’intervento farmacologico sui pazienti che hanno questi fenomeni.
Dr.ssa A. Mele: Sulle allucinazioni questo è vero, i farmaci sicuramente bloccano questo aspetto.
Dr.ssa M. Drazien: Questa proliferazione del linguaggio.
Dr.ssa A. Mele: Diciamo però, che se il linguaggio è la prima dimensione del legame sociale e se un paziente psicotico è tenuto lontano da questa dimensione, ovviamente il linguaggio è la forma che più presenta appunto questa dimensione schizofasica, insalata di parole, i neologismi.
Dr.ssa M. Drazien: I neologismi si sentono anche.
Dr.ssa A. Mele: Ovviamente, i neologismi sì. Io dicevo proprio l’insalata di parole, le schizoafasie, quelle mi sembravano più un ricordo del passato.
Dr.ssa P. Piunti: Rispetto a quello che dicevi tu, penso che sia un aspetto più moderno e anche, diciamo, legato al fatto che adesso c’è tutta questa ricerca sugli esordi psicotici, dove si va a cercare, non le allucinazioni, ma dei fenomeni più elementari che si avvicinano anche ai fenomeni dell’automatismo mentale. Quindi, evidentemente quest’attenzione – al di là dell’uso, perché lo psicofarmaco si usa quando c’è già l’allucinazione – c’è un’attenzione particolare a questo sempre in fasce più giovanili.
Dr.ssa A. Mele: Però quello che si osserva, non so se concordi, sono queste forme, spesso esordite in adolescenza, in cui c’è un’attenzione sul corporeo, sull’immagine del corpo, sottesa, quest’attenzione morbosa sull’immagine del corpo, da disturbi del comportamento alimentare. Ricordo un paziente che vomitava e non mangiava nel tentativo di ridurre una guancia. Non ci sono sintomi sul lato dell’Altro, ma c’è qualcosa sul lato della significazione fallica.
[non udibile]
Dr.ssa A. Mele: L’Altro, se ci atteniamo a Lacan, l’Altro dovrebbe essere l’Altro del linguaggio. Nella Questione preliminare i fenomeni che provengono dall’Altro sono le allucinazioni verbali, e i fenomeni intuitivi della psicosi, di cui Lacan parla nel Seminario Le psicosi con il famoso esempio, che ricordate tutti, dell’auto rossa. Questo rosso non è il rosso che posso far entrare in una dialettica differenziale con il nero delle carte da gioco, non è il rosso del fenomeno immaginario, è un rosso che è il significante “tutto-solo”, il significante che cade nel reale, che a un certo punto incomincia a farmi enigma. Eppure più non so che cosa significa, e più so che significa qualcosa. Questi sono, per esempio, altri fenomeni che vengono dall’Altro.
[…] Questo è sul versante dell’Altro, ma è anche sul versante fallico. Tu lo contrapponevi il versante dell’Altro?
Dr.ssa A. Mele: No, ci sono entrambi, in Schreber ci sono sintomi su tutti e due i versanti. Alcune situazioni, per esempio giovanili, possono cominciare proprio con questa difficoltà della significazione fallica. Le persone che si tengono su un bordo e che sembra che stiano lì lì per cadere, come dice Lacan, nel buco, ed hanno delle difficoltà nell’identificazione, passano da un’identificazione all’altra. Lì senti che c’è qualcosa, ma non puoi dire che c’è tutto il quadro dei sintomi che vengono dall’Altro. Ma anche forse, nel caso di Schreber, quell’esordio, quel primo ricovero, che da tutti viene riferito come un ricovero per nevrosi ipocondriaca, all’età di quarant’anni; forse già lì c’erano dei sintomi psicotici. Non è possibile che, nevrotico a quarant’anni, a cinquantuno abbia l’esordio psicotico perché non sa rispondere dal luogo da cui è chiamato a rispondere. L’ipocondria di Schreber è già qualcosa che dice di questo deficit della significazione fallica. Ma anche per Freud, l’ipocondria è l’anticamera della nevrosi narcisistica, e quindi della psicosi. Tanto è vero che i soggetti ipocondriaci sono da trattare con cautela, perché possono anche avere un viraggio paranoicale. Se si leggono le Memorie, tutti i fenomeni che Schreber ascrive alla voluttà, i seni che si stanno gonfiando e anche l’angoscia dell’imminenza di quella che lui chiama l’Entmannung, l’evirazione, quella è sofferenza, non siamo nel godimento fallico che è poi il piacere. Il godimento fallico, se ci atteniamo a Freud, è il piacere; è la dimensione localizzata, e come dire intermittente del piacere, il fatto che facciamo le cose, il fatto che siamo qui, parliamo, studiamo ecc. Questa è la dimensione di un godimento localizzato. Schreber soffre, non è piacere quello che gli sta accadendo, è sofferenza. E lì vediamo proprio il godimento Altro all’opera, e scorgiamo già questo concetto a venire di godimento, incarnato in Schreber. Non c’e ancora in Lacan la parola per dirlo, ma Schreber lo mostra. E lui, a un certo punto, che può fare trovandosi in quella situazione? Attribuisce questo godimento a un Altro, e quindi da un godimento Altro passa al godimento dell’Altro e dice: «Dio gode di me», cui segue tutta la tematica del godimento di Dio. Quindi volevo far notare come, nonostante negli anni ’50 Lacan possegga solo la nozione di preclusione, in maniera non detta nel caso Schreber sta già tematizzando la dimensione del godimento. E se si legge nella Questione preliminare, non tanto nel SeminarioLe psicosi, il caso “Sono stata dal salumiere”, lì vedremo, rispetto a Schreber, che l’allucinazione “troia” è un’allucinazione legata a un fenomeno immaginario. Tanto è vero che viene attribuita al vicino che la paziente incontra sul pianerottolo di casa. Mentre le allucinazioni di Schreber sono di marca completamente differente, perché Schreber è preso proprio dentro il Codice e dentro l’Altro. Poi questo Altro lo nomina e fa un passo in avanti: dice che è Dio, ma lui è preso dentro il Codice. Non è la stessa cosa dell’allucinazione “troia”. Però, anche in quello sketch, in quella brevissima presentazione, sentiamo, dalle parole che Lacan utilizza nella Questione preliminare, che in qualche modo serpeggia la nozione di godimento a proposito di questa parola “troia”, e occorre ricordare che in francese “troia” non è un insulto, non vuol dire prostituta, ma è la “truie”, ossia semplicemente la scrofa, la femmina del maiale. In questa storia clinica ha molta importanza il fantasma di smembramento, il fantasma dicorps morcelé. E quindi questa parola, è una parola, dice Lacan, «troppo carica d’invettiva», dove quest’elemento del carico dà la dimensione di qualcosa di qualitativo. E poi vi sono altre parole che Lacan utilizza per far pensare a un’operazione che compie l’allucinazione sul godimento. Lacan ci dice che la paziente, con questa allucinazione realizza la sua «intenzione di rigetto». Con la parola “troia”, allo stesso modo con cui Schreber compie l’operazione di attribuire il godimento a Dio («è Dio che gode di me»), la paziente, attribuendo l’allucinazione al vicino che incontra sul pianerottolo, si libera probabilmente di un godimento insita in questa parola. L’allucinazione è, tra i sintomi della psicosi, quello che maggiormente firma la psicosi, più forse del delirio stesso. Brevemente vi ricordo l’operazione che Lacan fa nel primo paragrafo della Questione preliminareper ribaltare completamente la tesi tradizionale della psichiatria rispetto all’allucinazione, utilizzando termini latini per mettere al lavoro questa questione:percipiens, per il soggetto della percezione, soggetto unificante, e perceptum, per l’oggetto da percepire. Lì, c’è veramente un giro di boa, epistemologico possiamo dire, rispetto a tutta la tradizione psichiatrica, perché Lacan smantella questo privilegio del soggetto della percezione, del percipiens, che avrebbe potere costituente, e dice invece che a essere primario non è il soggetto della percezione, ma è il percetto, qualsiasi esso sia: sia un percetto uditivo, sia un percetto visivo, sia un percetto olfattivo, gustativo, tattile. Cioè, la percezione è un fatto di linguaggio; la percezione è organizzata come una catena significante in una maniera differenziale. Per fare quest’operazione di capovolgimento, Lacan deve ribaltare le tesi tradizionali, e accedere così a una clinica differenziale. Con la percezione però si trova davanti a un muro, perché la percezione è normalmente attribuita agli organi di senso. Lacan invece, la sottrae, appunto, agli organi di senso per restituirla al linguaggio. Per fare ciò procede, in questo capitolo, con delle argomentazioni. È un capitolo denso da un punto di vista teorico. Si appella, per esempio a tutti gli esperimenti della Gestalt, come gli esperimenti di Granit, quelli degli effetti retroattivi figurali. Li conoscete tutti, no? Se io ho una figura e accanto a questa metto un’altra figura, ovviamente la seconda figura, come dire, mi risignifica completamente la prima figura. Poi, tra le righe fa appello anche a Merleau-Ponty e al testo Fenomelogia della percezione, al capitolo La cosa e il mondo naturale, dove Merleau-Ponty cita un esperimento di un gestaltista, che è Katz: c’è un disco nero che viene illuminato con un cono di luce e non si vede assolutamente niente; però, se accanto a questo disco nero si mette un disco bianco, la luce si distribuisce e io vedo perfettamente un disco nero e un disco bianco. Tutte queste sono prove che il percetto è organizzato in maniera differenziale, è organizzato esattamente come una catena significante. Ma su questo vado veloce, non ci sono soltanto queste tesi. Vi ricordo, per esempio, la fondamentale distinzione – questo lo voglio dire perché è importante nella clinica lacaniana – che lo conduce a dire che la voce non è il suono. La voce non è il suono, come del resto la vista non è lo sguardo. Queste differenze sono fondamentali. E se possiamo fare la differenza tra la voce e il suono, lo sguardo e la vista è perché esiste il primato del significante. Lacan la fa, questa distinzione: la voce non è il suono, e lo dimostra con due argomentazioni. La prima è la questione della presenza di allucinazioni verbali nei sordomuti, dove c’è un disturbo palese degli organi di senso. Eppure, come dire, là dove c’è un deficit sensoriale una voce si fa sentire; nel sordomutismo una voce si fa sentire. E poi, un’altra acquisizione importante, per dire che la voce non è il suono, è il riferimento a quello psichiatra alienista da lui molto studiato che è Seglàs. Per Seglàs, – ci sono delle foto da cui si può vedere chiaramente che le allucinazioni sono nei pazienti localizzate in tutte le zone del corpo – le voci possono stare nel petto, possono stare nello stomaco. C’è una famosa foto di Seglàs, che ritrae una paziente che si comprime la mano sull’epigastrio, perché sente la voce nello stomaco. Se dunque le voci possono stare dappertutto, possono stare appunto nel corpo, questa è un’ulteriore prova del fatto che la voce non è il suono. Questa è una prova definitiva che la catena significante s‘impone al soggetto nella sua natura di voce. Ecco che cos’è l’allucinazione verbale per Lacan. Voglio riferirvi di altri due aspetti di questa dimostrazione. La questione della voce appunto, ma anche la questione del tempo dell’attribuzione. Quello che Lacan sottolinea sono i paradossi della percezione della parola. Essi riguardano sia la parola dell’altro sia la propria parola. Per quanto riguarda la parola dell’altro, la sperimentiamo in tutti i fenomeni di suggestione, di fascinazione della parola dell’altro. E questi fenomeni di suggestione, di fascinazione della parola dell’altro da cosa dipendono? Dipendono dal fatto che il significante è causa di assenso. E si può sfuggire a questa suggestione, a questa fascinazione della parola dell’altro soltanto se si riesce a sentire l’altro come un porta-parola della parola di un altro. E un’altra questione che è ancora più importante per capire le allucinazioni, di cui poi parleremo, è il paradosso della percezione della propria parola: il fatto che nel momento in cui sto parlando, mi sento parlare. E c’è una divisione, quindi, tra il soggetto dell’enunciazione e soggetto della percezione, tra il locutore e l’uditore. Soltanto che mentre noi sperimentiamo questa divisione come una divisione che fa parte della nostra struttura di soggetti parlanti, di viventi, nella psicosi è una divisione oggettiva. E difatti nel caso della paziente “Sono stata dal salumiere”, la parola “troia” la dice lei, è lei a pronunciarla; ma questa parola non la sente come sua, la sente venire da un altro, da un altro che è il suo vicino di casa, quello che incontra sul pianerottolo. Questo perché la divisione nella psicosi è oggettiva. Ma che cos’è che in questo caso fa sì che questa parola esca fuori e cada nel reale? È il tempo. Perché ovviamente, più tempo io ci metto ad attribuire a me quella parola, a non sentire come mia quella parola che io sto pronunciando, e più questa parola cade nel reale, esce fuori catena, si insabbia. Ed è quello che accade in questa paziente: lei non riesce, appunto, a sentire che l’ha pronunciata lei quella parola, le viene da fuori come se l’avesse detta un’altra persona. Perché? Perché probabilmente, ripeto, questa parola è una parola –dice Lacan – «troppo gravida d’invettiva». C’è qualcosa che pesa in questa parola, perché è la parola che incarna lo smembramento, la frantumazione, il corps morcelé. Lacan sostiene che la paziente deve per forza attribuire questa parola a un altro, senza fare ancora riferimento esplicito, nella Questione preliminare, alla nozione di godimento. Se la trattiene, questa parola, è godimento-Altro anche per lei. Credo che ricordiate la storia di questa donna, ve la ripeto dunque brevemente. Ne veniamo a conoscenza da una presentazione di Lacan di cui si parla nel Seminario Le psicosi. Si tratta di un delirio a due: una madre e una figlia. Sapete che Lacan si è occupato dei deliri a due, soprattutto con il caso delle sorelle Papin. Ed è ovviamente una situazione di duale puro quello di questa storia clinica, cioè un rapporto in cui regna l’omogeneo. È la storia di una donna che aveva sposato un contadino contro il parere della madre. In seguito si convince che la famiglia del marito la volesse fare a fettine. E quindi ritorna a casa dalla madre. S’insedia questo duale puro nella relazione madre-figlia, e di risposta un sentimento d’intrusione che riguarda una vicina di casa, che prende poi la forma di un delirio di sorveglianza, che spinge le due donne ad allontanare, a buttare fuori dalla loro vita la vicina, che in un primo momento era stata fatta entrare nella loro vita. E la persona incontrata sul pianerottolo, da questa donna, è l’amante della vicina. Lacan, a proposito dello scatenamento psicotico, nella Questione preliminareafferma che la psicosi si scatena quando il soggetto si trova davanti ad un un-père, come nel caso della donna che ha partorito e che vede il proprio partner nella figura di padre, la ragazza che incontra il padre del fidanzato e la penitente che incontra il confessore. Però il problema è che questo un-père, in francese è omofonico a impair, cioè è omofonico a dispari, e quindi è, in realtà, la questione dell’intrusione del terzo, di che cosa significa l’intrusione di un terzo nella vita di qualcuno. Lei, sul pianerottolo, non incontra un-pèrenel senso di un-padre, ma incontra, questo dispari, questo impair, il dispari che la rimanda alla vicina. Non è l’uomo incontrato sul pianerottolo a essere tanto in questione; la vera questione è la vicina, quello che rappresenta questa vicina, nella vita di queste donne, che sono chiuse, invece, in un duale puro, in un omogeneo puro. Quindi ovviamente, diciamo, se c’è questo godimento Altro, è un godimento che sta in un duale puro. Lacan, sempre a proposito di questa frase “Sono stata dal salumiere”, dice che ha un valore «scongiuratorio»: scongiurare qualcosa per non andare in pezzi, quindi attribuire questo godimento a un altro tramite l’allucinazione. Sempre nella Questione preliminareLacan sostiene che l’allucinazione, vista come fenomeno di linguaggio e non come fenomeno patologico, ha un suo valor d’essere; in questo passaggio si può cogliere ciò che la clinica a venire della psicosi mostrerà. In questo testo Lacan parla già di nominazione e dice: «Nel luogo in cui l’oggetto indicibile è rigettato nel reale si fa sentire una parola, perché, venendo al posto di ciò che non ha nome, non ha potuto seguire l’intenzione del soggetto senza staccarsene con la lineetta della replica». Quindi, questa parola, questa allucinazione è anche qualcosa che nomina.
Dr. C. Albarello: …e rigettata dal Simbolico
Dr.ssa A. Mele: Sì, Lacan pensa che la parola «troia» sia «troppo carica d’invettiva per seguire isocronicamente l’oscillazione». Il suo essere «carica d’invettiva» come parola, la pone in bilico nella frase, non può esser detta dunque da lei questa parola, e quindi cade fuori. È proprio l’esempio del significante nel reale. Come fuori catena, l’allucinazione è il significante nel reale.
[ … ] … Altro grande o altro piccolo di questa attribuzione?
Dr.ssa A. Mele: Questo altro piccolo è un fenomeno immaginario, che rende l’allucinazione “troia” diversa dalle allucinazioni di Schreber. Lacan nel Seminario ricostruisce la frase “Sono stata dal salumiere”, perché il problema non è solo la parola “troia”. Sarebbe tentato di fare un’operazione di comprensione su questa parola, ma non cede, perché sa che comprendere lo porterebbe fuori strada. (Lo dice esplicitamente nel seminario Le psicosi: «Sono stata dal salumiere – se mi si dice che qui c’è qualcosa da comprendere, posso ben articolare che c’è un riferimento al maiale. Ma non ho detto maiale, ho dettoporco. Lei era d’accordo, era ciò che voleva che comprendessi. Forse era anche ciò che voleva che l’altro comprendesse. Solamente, proprio questo che non bisogna fare»).
Dr.ssa M. Drazien: Cioè all’Immaginario.
Dr.ssa Mele: Questo non cedere di Lacan a un’azione di comprensione è una grande indicazione etica. E la paziente poco dopo gli dice “sono stata dal salumiere”. Allora “sono stata dal salumiere” è una frase che ha senso, ha un significato. Ma qual era il problema di questa paziente? Che era una frase allusiva, in cui lei non assumeva questo io. E questo lo si capisce bene più con la Questione preliminareche con il Seminario, perché nellaQuestione preliminare Lacan convoca Jakobson, convoca la questione dell’io come shifter, come commutatore, come elemento del Codice. Come elemento del Codice, l’ionon significa niente, tanto è vero che nelle diverse lingue si dice in tanti modi differenti. Allora, all’io non basta essere preso dal codice, per essere assunto. Bisogna che questoiodiventi per ciascuno un messaggio: “Io dico questo”.
Dr. C. Albarello: No … Infatti , quando si legge quel brano si capisce che la traduzione ha dimenticato … perché in francese è Je reviens. Infatti poi, la traduzione italiana non traduce questo io; e non si capisce poi, come nella Questione preliminare, giustamente, Lacan parli dell’io shifter … nella traduzione italiana questo je non è stato tradotto.
Dr.ssa A. Mele: C’è un problema per questa paziente che il suo io la designi definitivamente. Quando lei dice, appunto: “Sono stata dal salumiere”, lo dice con un senso d’indecisione, un senso d’indeterminazione, perché non sa chi è stata dal salumiere. Probabilmente è questa parola “troia” che va all’esterno, che va all’altro, che viene assunta da un altro, che le consente in maniera invertita di assumere l’io. Si tratta del famoso discorso di Lacan sulla “parola simbolica”, che è una parola in cui l’io viene assunto in maniera invertita (“Tu sei la mia donna”; “Tu sei il mio maestro” …). Non posso assumere l’io direttamente. C’è un’assunzione invertita dell’io. Soprattutto perché si comincia da bambini ricevendo il tu ad assumere l’io. E quindi questa paziente riesce probabilmente ad assumere l’io solo dopo che questa parola “troia” è uscita, e c’è un altro con cui poter dire: “Io dico questo e tu hai detto questo”. Infatti la frase completa che dà Lacan nel Seminario (nella vecchia edizione si trova a pagina 63) è: «Io, la troia, sono stata dal salumiere, sono già disgiunta, corpo in frammenti,membra disjecta, delirante, e il mio mondo se ne va in pezzi, come io stessa». Se avesse avuto la possibilità di soggettivare tutto quello che era successo nella sua vita, questa paziente avrebbe tenuto questo discorso. L’allucinazione le fa tenere questo discorso. L’allucinazione è un modo comunque per dirlo. È il prezzo forse necessario che lei deve pagare per poter dire questo. In Lacan c’è sempre il tentativo di far soggettivare qualcosa, anche nel fenomeno psicotico. Una cosa importante è che l’allucinazione dice qualcosa dell’essere della paziente.
Vedremo che le allucinazioni nei fenomeni di codice e di messaggio non dicono niente dell’essere di Schreber, nonostante le risposte che il presidente dà nei fenomeni di messaggio, in alcuni casi siano ingiuriose. Non si tratta dell’ingiuria di “Sono stata dal salumiere”, che dice qualcosa dell’essere della paziente. Sarà un’altra parola per Schreber a dire qualcosa del suo essere, la parola “carogna”,allucinazione che lui sente nel faccia a faccia con Dio. Su questo tornerò dopo.
Potete capire già da quest’esempio il capovolgimento che Lacan ha operato nella teoria delle allucinazioni. Diventa un fatto di linguaggio la possibilità di sentire la differenza tra un esempio clinico e un altro esempio clinico, anche se la natura della voce è la stessa, l’ingiuria. Però le voci possono, come sapete, essere anche voci che comandano o voci che interrogano. E sono cose completamente differenti. Non è questa la classificazione che utilizza la psichiatria per le allucinazioni, perché quella utilizzata è di tipo cognitivo, e si basa su quanto il paziente creda o non creda all’allucinazione. Se non ci crede sono pseudo-allucinazioni. Oppure si utilizza un criterio sensoriale. Quindi c’è qualcosa d’importante in questo nuovo punto di vista.
Veniamo velocemente ai fenomeni di codice e ai fenomeni di messaggio, i fenomeni allucinatori di Schreber, per poi passare al caso dell’Uomo dalle parole imposte. Sto cercando di ricostruire tutto il discorso clinico di Lacan sugli effetti della forclusione, mettendo in serie anche il caso dell’Uomo dalle parole imposteche è inserito nel SeminarioLe Sinthome. E difatti il dottor Czermak, che citava la dottoressa Drazien, ne dà una lettura, di questo caso, attraverso le categorie de Le Sinthome, ma, ovviamente, io non me la sento perché questo per me questo Seminario è in fieri, in lettura. Vi farò qualche cenno, mi terrò su questo caso, come caso di Lacan, all’interno della clinica della forclusione.
Allora, per quanto riguarda i fenomeni di codice e i fenomeni di messaggio, ricordate che nella Questione preliminare Lacan fa fatica a definire il meccanismo della psicosi, resta su un piano fenomenologico e soltanto alla fine della Questioneparla della causa di queste allucinazioni, cioè la forclusione. La forclusione è presentata alla fine, mentre, se ricordate nel Seminario Le formazioni dell’inconscio, ci sono due lezioni rispettivamente dedicate alla metafora paterna e alla questione della forclusione, e quando Lacan parla dei fenomeni di codice e di quelli di messaggio, s’interroga: perché ci sono i fenomeni di codice e i fenomeni di messaggio in Schreber? Perché c’è forclusione. Quindi risponde direttamente. Qui invece il procedimento è inverso. Di cosa si tratta in questi fenomeni? Abbiamo questi termini “codice” e “messaggio”, che sono termini usati da Lacan. Se ricordate ci sono due punti in cui la catena significante incontra l’Altro. Uno è il codice, perché se voglio manifestare la mia intenzione di significare qualcosa devo passare per il codice, devo passare per A, perché devo prendere il lessico, devo prendere le regole, la sintassi. Però questo ovviamente non mi basta, perché devo anche produrre un messaggio.
Che cosa dinostra Lacan in tutto il Seminario Le formazioni dell’inconscio, – ad esempio nelle pagine dedicate al famoso motto di spirito di “familionari”? Che l’Altro non è soltanto un luogo, ma che è anche un soggetto. Il fatto che l’Altro sia anche un soggetto significa che io suppongo, in questo Altro, un’intenzione di significazione; gli suppongo, come dire, un desiderio, che non è anonimo e che in qualche modo mi è indirizzato. Quindi la catena significante incontra l’Altro non solo in A, ma a sinistra c’è quell’s piccolo di A, s(A), che è significato dell’Altro e significato all’Altro.
Quindi questi sono i due punti cardine da tener presente, per poter parlare delle allucinazioni in Schreber, perché in lui assistiamo a un’interruzione, a una disarticolazione tra il codice e il messaggio. E ovviamente, sia quando abbiamo i fenomeni di messaggio, che sono le frasi interrotte, sia quando abbiamo i fenomeni di codice, le parole cioè di questo neocodice, di questo vocabolario di mots de passe, che è la lingua fondamentale, abbiamo per Schreber un vuoto di significazione. Schreber è di fronte a un vuoto di significazione che deve colmare, e fa due operazioni differenti per i fenomeni di messaggio e per i quelli di codice. Che cosa è importante qui, nella Questione preliminare, che spiega forse perché Lacan citi la forclusione alla fine e non invece sin dall’inizio come fa nel V Seminario? Èimportante che Lacan dimostri, attraverso i fenomeni allucinatori schreberiani, che l’Altro del linguaggio nello psicotico esiste – e questo, come dire, è un dato fondamentale. C’è l’Altro del linguaggio, quello che Lacan chiama in Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio «l’Altro preliminare»; mentre quello che viene a mancare qui è proprio l’Altro della legge, cioè quello che, in questa fase del pensiero di Lacan, è quella funzione che consente di dare senso al linguaggio, cioè di “capitonare”, appunto, di dare la legge a questo linguaggio. E questa legge è la possibilità in termini lacaniani di produrre delle significazioni, ossia di produrre dei punti di capitone. Questa funzione non c’è in Schreber; c’è però l’Altro del linguaggio. Questa è una differenza che si sente, nettissimamente, nei fenomeni di codice e in quelli di messaggio, che sono ben diversi dalla struttura dell’allucinazione “troia”, che è un fenomeno immaginario. Qui vediamo Schreber alle prese con l’Altro, diciamo, l’Altro inteso come linguaggio. Di che cosa si tratta? Questo lo ripeto velocemente. Sono delle frasi interrotte, ricordate, sono delle frasi che introducono degli shifter: «adesso io mi voglio»; poi Schreber deve rispondere, deve portare il complemento di senso: «rassegnare al fatto di essere un idiota»; oppure: «lei infatti deve», da completare poi con «essere rappresentato come negatore di Dio come dedito ad accessi voluttuosi»; «questa cosa me la voglio», e poi «considerare un momento».
Questi messaggi sono per Schreber come una sfida, una prova. E non è difficile, per lui, dare questa risposta, che Lacan chiama «il complemento significativo». Non è difficile come risposta, solo che è una stupidaggine; è qualcosa d’ingiurioso, perché, quando Schreber deve rispondere: «mi devo rassegnare al fatto di essere un idiota», sta dicendo una cosa ingiuriosa a se stesso. Differentemente dal caso Sono stata dal salumiere in cui vedevamo venire l’ingiuria dall’altro immaginario, qui è lui che s’ingiuria. Già questa è una differenza. E l’altra differenza è che quella che Lacan chiama la «protasi allucinatoria» – la protasi è la proposizione che propone – è dal lato S1, diciamo, viene dall’Altro: «adesso io mi devo». Mentre nel caso Sono stata dal salumiere, la protasi veniva dalla paziente. “Sono stata dal salumiere” è quella la “protasi” che porta lo shifter. Queste sono differenze di struttura; ma direi che la questione più importante è quella dell’Altro, perché l’Altro qui è Dio (non il vicino di casa). «Dio» in verità è una nominazione di Schreber, perché, a ben vedere, è l’Altro del linguaggio con cui deve fare i conti.

Dr.ssa M. Drazien: Sì, però, sono significanti, parole che vengono comunque dall’Altro, in tutti e due i casi, sia per “troia” sia per le frasi interrotte di Schreber.

Dr. C. Albarello: Ma Schreber arriva a dire che arrivano da Dio e l’altra no.

Dr.ssa A. Mele: Nel caso della donna con l’allucinazione “troia” il fenomeno è più immaginario, in Schreber invece è più puro, perché, a parte la natura dell’Altro, a parte questi shifterche stanno dal lato dell’Altro, il fatto è che l’ingiuria se la dà lui stesso, e dice: «io devo rassegnarmi al fatto di essere un idiota». Non è l’altro che lo ingiuria. La circostanza che firma in maniera definitiva la forclusione è il fatto che Schreber ci dice che può dare una sola risposta a questi messaggi interrotti. C’è un’univocità assoluta dell’S2. Cioè il complemento significativo che lui può portare è soltanto uno. C’è dunque un’assenza dialettica.

Dr. C. Albarello: … quindi non diversamente dall’olofrase nel Seminario XI …

Dr.ssa A. Mele: Ma l’olofrase è già una frase che condensa. Qui c’è proprio un vuoto di significazione. E questo io che lui dà portandosi da solo l’ingiuria, non è un io che lui può assumere, come fa la paziente di Sono stata dal salumiere. Non è un io che lo designa. È un io, anche questo, che viene dal codice, che non si fa messaggio. Questa è un’altra differenza rispetto al caso di Sono stata dal salumiere, come un’ulteriore differenza – e questa mi sembra ancora più importante – è che questi fenomeni di messaggio non dicono nulla dell’essere di Schreber. Mentre l’allucinazione “troia” dice qualcosa dell’essere della paziente, e Lacan ricostruisce questo qualcosa di cui dice l’allucinazione “troia”, queste frasi interrotte non dicono niente di Schreber. Se io dovessi forzare un po’, da un punto di vista immaginario, questo fenomeno delle frasi interrotte, direi che le frasi interrotte riproducono il balbettio, la sottomissione, la vergogna rispetto al padre, come se Schreber dando queste risposte, balbettasse qualcosa. È una forzatura immaginaria. Però mi sembra che, per quanto riguarda le frasi interrotte, che Schreber sente come moleste, c’è questo Altro, c’è una sfida con Dio. Un’esperienza allucinatoria di questo tipo presentifica il padre schreberiano, di fronte al quale si balbetta con vergogna. Tanto quanto la lingua fondamentale – come vedremo – è la posizione di qualcuno che sta imparando la lingua daccapo, e quindi riproduce qualcosa della madre – ma queste sono un po’ mie forzature. La differenza con il caso della paziente di Sono stata dal salumiere si riscontra inoltre a proposito di questo io, anche se non si parla di una vera e propria identificazione, della possibilità di identificarsi con l’io. Però nel caso della paziente che dice: “troia” l’io viene assunto e la designa in qualche modo: “Tu hai detto troia e io sono stata dal salumiere”. Ma quando Schreber si risponde: «adesso io mi devo rassegnare al fatto che io sono un idiota», questo io non serve a dire: “Tu hai detto questo, grande Altro, e io mi designo dicendomi mi devo rassegnare al fatto di essere idiota”.
Dalla sala: …avevo capito prima che Schreber era più organizzato in quanto c’è delirio.
Dr.ssa A. Mele: No, il delirio non c’è ancora. Il delirio è un processo. C’è un passo che vi leggerò di Lacan in cui mostra il cedimento delle allucinazioni quando compare il delirio. È molto importante questo dato clinico. Le allucinazioni, questo grosso lavoro che Schreber sta facendo, diventano, quando lui viene invaso da immagini di identificazione femminile, – «il delirio è la ripresa dell’immaginario», dice Lacan –delle stupidaggini, dei ritornelli, delle forme vuote delle cose che arrivano in lontananza come un’eco. Mentre nella fase dei fenomeni di codice e di messaggio, il delirio non c’è ancora, non funziona.
A me dà l’impressione – è una forzatura immaginaria la mia lettura – che Schreber con le frasi interrotte stia davanti al padre, in qualche modo. A un padre che lo interroga e lui balbetta, si sente in soggezione.
Invece con la lingua fondamentale, che è un tentativo di apprendere una lingua nuova, il suo lavoro è di porsi di fronte all’insegnamento materno della lingua; perché lì, nellalingua fondamentale, sta lavorando qualcosa che riguarda il rapporto con lalingua, intesa come lingua materna, lingua che si apprende dalla madre, perché la madre, quando insegna una lingua, insegna al bambino qual è l’uso della parola nel codice e qual è la forma, perché se un bambino sbaglia a pronunciare una parola la mamma lo corregge. Quindi potrebbe esserci questa doppia faccia nelle allucinazioni di Schreber.

Trascrizione a cura di Paola Giovani e Antonella Russo
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