30 Mar Clinica differenziale della forclusione (II parte) – di Amalia Mele
In un passo che si trova nel Seminario Le psicosi, Lacan fa sentire questo cedere delle allucinazioni nel momento in cui riprende l’immaginario, e quindi riprende il delirio. Siamo alle pp. 305-306 della vecchia edizione italiana del seminario Le psicosi: «Così il suo corpo [cioè, quello di Schreber] viene invaso progressivamente da immagini di identificazione femminile cui egli apre la porta, cui lascia prender campo e dalle quali si fa possedere, rimodellare. Da qualche parte, in nota, c’è l’idea di lasciar entrare in sé le immagini. È da questo momento che riconosce che il mondo, stando all’apparenza, non sembra poi così cambiato dall’inizio della sua crisi – ritorno, certo problematico, di un certo senso della realtà […] Poi Dio si ritira nella distanza, nella lontananza, e ciò che corrisponde alle prime grandi intuizioni significanti si sottrae sempre più».
di Amalia Mele
Dr.ssa A.Mele: Semplifico un po’ Schreber, così possiamo passare alla presentazione. Forse, a voi interessa di più la presentazione dell’Uomo dalle parole imposte, perché è in corso il Seminario Le Sinthome.
Voglio solo rispondere a Maria Carmela che poneva il problema del rapporto tra delirio e allucinazioni. Lo farò leggendo un passo che si trova nel Seminario Le psicosi, in cui Lacan fa sentire questo cedere delle allucinazioni nel momento in cui riprende l’immaginario, e quindi riprende il delirio. Siamo alle pp. 305-306 della vecchia edizione italiana del seminario Le psicosi: «Così il suo corpo [cioè, quello di Schreber] viene invaso progressivamente da immagini di identificazione femminile cui egli apre la porta, cui lascia prender campo e dalle quali si fa possedere, rimodellare. Da qualche parte, in nota, c’è l’idea di lasciar entrare in sé le immagini. È da questo momento che riconosce che il mondo, stando all’apparenza, non sembra poi così cambiato dall’inizio della sua crisi – ritorno, certo problematico, di un certo senso della realtà […] Poi Dio si ritira nella distanza, nella lontananza, e ciò che corrisponde alle prime grandi intuizioni significanti si sottrae sempre più». È il momento in cui Schreber fa allora una differenza a livello delle allucinazioni verbali: le voci ora tengono sempre più un discorso vuoto, Dio entra nell’universo della cantilena, del ritornello, del privo di senso, e dell’oggettivazione. L’ingiuria annichilente, picco dell’atto della parola nella relazione con il partner divino, non lo colpisce più. E Lacan può così concludere: «c’è qui uno spostamento nella relazione del soggetto con la parola».
Quindi è questa la risposta di Lacan su che fine fanno le allucinazioni. E io direi di fermarci qui per quanto riguarda Schreber, anche se volevo dire altre cose, e passare invece alla presentazione dell’Uomo dalle parole imposte. È una presentazione commentata da diversi analisti. Non solo faremo un discorso che riguarda i contenuti clinici di questa presentazione, ma voglio anche mostrarvi qualcosa che fa Lacan alle prese con questo paziente. Per esempio, fin dalle prime battute lo deve rassicurare, perché il paziente sta lì davanti ad altre persone, e a un certo punto Lacan sente la sua difficoltà a stare lì. Vi leggo direttamente dalla presentazione.
Lacan gli chiede: «Perché si gira verso il dottor M*?». Il paziente, – che nomino con le iniziali G. L. perchè è stato cambiato il patronimico, il nome invece è restato ed è Gérard; il patronimico, il cognome, è Lumeroy,che è un patronimico di fantasia, inventato, dal momento che lui ha un altro cognome – a questa domanda risponde: «Ho sentito che si burlava di me. Lacan: Ha sentito una presenza beffarda? Non è verso di lei. G.L.: Ho sentito un suono e ho sentito …. Lacan. Non si burla sicuramente di lei. Lo conosco bene, non si burla di lei, lo interessa, al contrario, per questo ha fatto rumore. G.L.: Ho l’impressione di una comprensione intellettuale da parte sua… Lacan: Sì, penso che è piuttosto il suo genere, perché vi dico che lo conosco. D’altronde, io conosco tutte le persone che sono qui. Non le avrei mai fatte venire, se non avessi perfettamente fiducia in loro. Bene, continui».
Questo è il momento in cui Lacan, sin dalle prime battute del suo colloquio, rassicura il paziente, come dicevo all’inizio, con la nozione di interesse: «sono persone che sono qui per ascoltare qualcosa da lei». E quindi istituisce il paziente, diciamo, nel posto del soggetto supposto sapere. E inoltre con questa presentazione ricostruisce un legame sociale, perché la presentazione è la possibilità di far sapere ad altri qualcosa di questa esperienza ineffabile, la psicosi, che è un’esperienza che isola ovviamente dagli altri. E quindi vedete come in realtà Lacan, che è invitato nella posizione di soggetto supposto sapere, si trova a fare questa mossa di mettere invece il paziente in quella posizione. Lacan lo afferma continuamente all’interno del Seminario Le psicosi: bisogna sottomettersi alle strutture soggettive del paziente. Soltanto lo psicotico può dare testimonianza del rapporto dell’essere umano con il linguaggio. Soltanto lo psicotico può dare prova di questa struttura che nel bene e nel male ci rinchiude: il linguaggio. Quindi Lacan riconosce allo psicotico la testimonianza di quest’alienazione, e gli riconosce questa posizione di soggetto supposto sapere.
Sapete che questa presentazione si tiene nella lezione del 17 febbraio 1976, che Miller ha titolato appunto Joyce e le parole imposte. E Lacan in questo colloquio, che poi vi farò leggere, è direttivo ma con sottomissione, sottomissione appunto alla parola del paziente, nel senso che interviene quando ci sono delle impasses, quando ci sono delle derive del discorso; interviene cercando di mantenere una velocità di crociera durante la presentazione. La direttività non ripropone la posizione di soggetto supposto sapere, ma risponde al tipo di delirio del paziente, che è un delirio di telepatia. Quindi è la struttura del delirio che gli suggerisce di non lasciarsi troppo avvolgere dai discorsi del paziente, dall’impasse del paziente. Perché c’è telepatia, e la telepatia si fonda sul fatto di costruire un sentire in due. Lacan non vuole questo. Vuole in qualche modo che il paziente si riafferri da un punto di vista soggettivo, che tenti una soggettivazione di quella che è la sua storia, di quello che gli è accaduto. Quando leggerete questo colloquio, vi renderete conto che Lacan è sì direttivo, ma con una direttività dettata dalla struttura della telepatia, che è la questione di questo paziente. Poi vi è un altro aspetto da considerare, evidenziato da Czermak nel suo commento al caso in Patronymies; Czermak ci dice che è un paziente sotto transfert, ha fatto molti colloqui con lui e il dottor Duhamel. Czermak porta dunque a Lacan quello che chiama un «prodotto finito» di psicosi. Effettivamente nel leggere il caso si riceve l’impressione di una storia ben raccontata. Czermak osserva appunto che questo è l’effetto del transfert, un transfert ovviamente legato all’istituzione, perché si tratta di un paziente ricoverato. E questo transfert si avverte nel fatto che il paziente parla indirizzandosi all’altro, e dice le cose fluentemente nel corso della presentazione. Vediamo cosa dice della questione che lo ha colpito, cioè, di questo automatismo mentale, di queste “parole imposte”. A Lacan spiega di cosa si tratta. «La parola imposta – dice G.L. – è l’emergenza che s’impone al mio intelletto e che non ha nessuna significazione nel senso corrente. Sono delle frasi che emergono, che non sono riflessive, che non sono già pensate, ma che sono dell’ordine dell’emergenza … ». Così spiega il fenomeno. E Lacan alla fine della presentazione commenta: «È una psicosi lacaniana» – vi leggerò più avanti da Le Sinthome il motivo che rende questo caso un caso di psicosi lacaniana. «Queste parole imposte, l’immaginario il simbolico e il reale. Anche per questo non sono troppo ottimista per questo ragazzo». Tornerò anche su questa frase di Lacan, «non sono troppo ottimista per questo ragazzo», perché vi ho detto quanto al contrario Lacan fosse relativamente ottimista per Schreber. Lacan dice: il problema qual è? Tiene o non tiene la situazione sociale per Schreber? Per Lacan la situazione sociale in Schreber tiene. «Legare alle terre» è l’espressione che usa il Presidente alla fine della sua psicosi. Quindi va bene, insomma, c’è «soluzione elegante», formula con cui Lacan definisce il lavoro della psicosi di Schreber; ci sono state «linee di efficienza», che lasciano intendere che il lavoro del delirio è stato efficace. Invece su questo ragazzo, l’abbiamo visto, si esprime in maniera non tanto ottimista; capiremo poi perché. Anche Czermak, aggiungendo qualche elemento aneddotico, ritorna sul perché sia una psicosi lacaniana; difatti aveva detto al suo primario, Daumézon, di non aver mai visto niente di simile, cioè di non essersi mai imbattuto in un simile caso di psicosi. E Daumézon gli aveva risposto: «Poiché lei è lacaniano, l’ha indotta. Si sa che i pazienti parlano la lingua del loro analista. Ha fabbricato una “psicosi lacaniana”».
Lacan menziona la presentazione nella lezione del 17 febbraio 1976. Leggo direttamente da Le Sinthome il passo, che si trova a pagina 91. «Venerdì scorso», dice, «alla mia presentazione di qualcosa che generalmente viene considerato un caso, mi è capitato un caso, sicuramente di follia, che ha avuto inizio con il sintomo parole imposte. / Perlomeno è così che il paziente stesso articola quel qualcosa che sembrerebbe essere quanto c’è di più sensato nell’ordine di un’articolazione che potrei chiamare lacaniana. Come mai non avvertiamo tutti che le parole da cui dipendiamo ci sono in qualche modo imposte?» Questa è una domanda fondamentale: Lacan ci sta dicendo che l’automatismo mentale è normale, e prosegue: «Ecco dove un cosiddetto malato va talvolta ben oltre di un uomo definito in buona salute. Il problema è piuttosto quello di sapere perché mai un uomo normale, cosiddetto normale, non si accorga che la parola è un parassita, una placcatura, che la parola è la forma di cancro che affligge l’essere umano. Come mai alcuni arrivano ad avvertirlo? Certo è che in Joyce sembra esservene traccia».
Quindi Lacan stabilisce innanzitutto che l’automatismo mentale è normale, ma ci sono però alcune persone, che sono appunto gli psicotici, che sentono più fortemente degli altri le parasite parolier, il parassita paroliere. Questo parassita paroliere, questa placcatura, la sentono più degli altri. È un passaggio importante. Vedete come Lacan associa, in questo caso clinico, la psicosi, e quindi la forclusione, alle parole imposte e non al delirio. Questo lo ribadisce nel corso della presentazione, perché dice al ragazzo: «Io non la trovo delirante». Il problema non è il delirio per Lacan: «non la trovo delirante» – ribadisce con forza. Nel Seminario Le psicosi, e dunque nel ’55-’56, aveva già parlato dell’automatismo mentale. E quando aveva citato l’automatismo mentale aveva detto (pagina 363, della vecchia edizione): «Se il linguaggio parla da solo, questa o mai più è l’occasione per utilizzare il termine di automatismo, ed è ciò che dà al termine di cui usava Clérambault la sua autentica risonanza e il suo aspetto che ci soddisfa». Quindi s’interroga: Ci soddisfa che cosa? Ci soddisfa questo elemento che è il nodo, il nodo che nella psicosi lega il soggetto al significante. Questa è la struttura che ci soddisfa. È questa la struttura che è legata all’automatismo mentale. Lacan, come già aveva intuito Clérambault, ha messo in evidenza il fatto che questa struttura è primaria e indipendente da qualsiasi affetto che prova il soggetto. E sempre nel Seminario III, a proposito dell’indipendenza dall’affetto e di questo nodo strutturale, (pagina 298 della vecchia edizione) dice: «Il merito di Clérambault è di averne mostrato il carattere ideicamente neutro, il che nel suo linguaggio, vuol dire che è in piena discordanza con le affezioni del soggetto, al punto tale che nessun meccanismo affettivo è sufficiente a spiegarlo, mentre nel nostro linguaggio vuol dire che è strutturale».
Quindi è «ideicamente neutro»: questa cosa che parte in maniera automatica, questo pensiero, questa parola imposta, questa frase imposta e questo fenomeno della parola, non ha nessun rapporto con l’affetto. Difatti, nel Seminario Le psicosi, Lacan afferma con forza che bisogna legare il nodo della psicosi al rapporto del soggetto con il significante, privilegiando una lettura “simbolica” del fenomeno. Se invece seguiamo altri autori, soprattutto Czermak, ci accorgiamo che leggono il caso utilizzando non soltanto il registro aimbolico, ma anche quello dell’Immaginario e del Reale. Non è proprio vero che dobbiamo attendere il Lacan de Le sinthome per utilizzare tutti e tre i registri per parlare della psicosi. Non è proprio vero, perché in realtà anche il Lacan degli anni ’50 vedeva nel fenomeno della parola la presenza del registro simbolico, del registro immaginario e del registro reale. C’è un punto del Seminario III, – a pagina 76 – dove dice chiaramente che nella parola c’è simbolico, immaginario e reale. Quindi non dobbiamo attendere la clinica borromea, dove c’è l’equivalenza dei tre registri per poter sentire questa equivalenza. Anche se negli anni ’50 afferma il primato del Simbolico, in realtà sente già che nella parola ci sono tutt’e tre i registri. E nel Seminario Le psicosi, a pagina 76 afferma: «Ho cominciato col distinguere le tre sfere della parola come tale. Ricorderete che all’interno stesso del fenomeno della parola, possiamo integrare i tre piani del simbolico, rappresentato dal significante, dell’immaginario, rappresentato dalla significazione, e del reale, che è il discorso come tale tenuto realmente nella sua dimensione diacronica».
Ed è per questo motivo che non c’è privilegio del registro del Simbolico nel fenomeno delleparole imposte, ma ci sono tutt’e tre i registri. E proprio per questo, a proposito di questo paziente, di questo signor G.L., alla fine della presentazione clinica può dire: «Queste parole imposte, l’immaginario, il simbolico, il reale».
Allora ci troviamo di fronte a un fenomeno, che nel Seminario Le Sinthome è chiamatoparasite parolier, che appartiene alla nostra condizione di essere parlanti, e che Lacan aveva individuato negli anni ’50 come uno degli aspetti più propri dell’esperienza psicotica. Ne Le SinthomeLacan sta lavorando, sta riflettendo intorno a questa questione: di come mai alcune persone sentono questa esteriorità che è il linguaggio, e altre invece no. Come mai, potremmo chiederci, dal momento che il linguaggio in fondo sta lì. Insomma è un’esteriorità, ingloba, accerchia, guida le azioni. Uno degli aspetti di questo automatismo mentale è che i pensieri – questo lo diceva pure Clérambault – possono diventare azioni parlate. Noi mettiamo, come dire, il silenziatore rispetto al fatto di pensare: “adesso mi alzo e vado a prendere un libro”; ma, appunto, nell’automatismo mentale sentiamo l’azione parlata, sentiamo per esempio: “adesso mi alzo e vado a prendere un libro”. Quindi la questione è come fare con questa esteriorità che finisce, per Lacan, per coincidere con l’inconscio. L’inconscio non è altro che il linguaggio.
Dr.ssa M.Drazien: Spesso, “lei si alza”, piuttosto che “io mi alzo”, spesso è in terza persona.
Dr.ssa A. Mele: Certo è in terza persona. Ovviamente l’uso della terza persona sta a sottolineare ancora di più che quella parola non appartiene a chi la pronuncia. Sempre nel Seminario Le psicosi, a proposito di questa esteriorità, alle pagine 133-134, Lacan sosteneva che: «L’idea stessa di un pensiero inconscio, questo grande paradosso pratico apportato da Freud, non vuol dire nient’altro».
A pensarci è un paradosso, perché il pensiero e l’inconscio sono in qualche modo in contraddizione. E allora la questione del caso è: come mai il paziente psicotico sente più fortemente di altri le parasite parolier, il parassita paroliere? Perché certe parole, certe formule che sono illuminanti, certe sonorità enigmatiche, lo toccano più degli altri? Non è un caso che in questa presentazione, ma anche in altre, c’è sempre “ho sentito”, c’è sempre il verbo “sentire”, che è il verbo che usa lo psicotico quando racconta ciò che gli sta avvenendo. C’è il sentire, cioè c’è la sensazione, c’è il sentimento; ci sono tutti questi elementi della sfera del sentire: sensazione, sentimento, passione, affetto – dove affetto ha a che vedere con la questione dell’essere affettati dal linguaggio, è in questo senso che lo usa Lacan.
Lacan capisce la gravità del quadro clinico: questa gravità di sentire le parasite parolier. E a pagina 91 nel Sinthome, esprimendosi clinicamente su questo paziente, dice: «Me ne sono ricordato durante la mia ultima presentazione di casi in quanto il caso che presentavo aveva subìto un aggravamento. Dopo avere avuto la sensazione – sensazione che considero sensata – di parole che gli erano imposte, il paziente ha avuto la sensazione di essere affetto da quella che lui chiamava telepatia. Non si trattava di quel che si intende comunemente con questo termine, e cioè di essere al corrente di cose che accadono agli altri, si trattava del fatto che tutti erano al corrente di quanto egli formulava fra sé e sé, ossia delle sue riflessioni più intime, e in particolar modo delle riflessioni che gli venivano in margine alle famose parole imposte. / Udiva per esempio qualcosa come sporco assassinio politicoche per lui equivaleva a sporco assistentato politico».
Queste parole in francese che traducono assassinio e assistentato,hanno una certa omofonia perché sono assassinate assistanat; e quindi è sicuramente il reale della lingua che le avvicina; però ovviamente,non dimentichiamo che la parola assassinio è una di quelle, se pensiamo a Schreber con il suo assassinio dell’anima, che firma la psicosi. E qui compare nel reale della lingua omofonica con la parola assistentato.
Dr.ssa M. Drazien: Ma in questo caso particolare mirava l’assistente del Servizio, cioè Czermak.
Dr.ssa A. Mele: Certo, certo, difatti è una parola con un largo alone semantico, perché lui è assistito,perché ha a che fare con assistenti, con persone che incontra in un’istituzione, e poi è assistito anche nel corso della presentazione, perché ha a che fare con persone cheassistono. C’è tutto il tema dell’assistere. E ovviamente il fenomeno clinico delle parole impostenon è altro che la circostanza che qualcuno assiste al fatto che tu pensi, perché l’automatismo mentale, il fenomeno delle parole imposte, per arrivare alle forme più gravi di delirio schizofrenico, ossia al delirio d’influenzamento, è la perdita del carattere privato del pensiero. Cioè non c’è più nessun luogo di nascondimento, in quella che è l’esperienza più privata che può avere un essere umano, ossia il fatto di pensare. Allora questo racconto è veicolato da queste parole imposte che sono assassinio,assistentato. E quindil’assistere, l’assistentato è qualcosa che lo assassina. Forse non è un caso che alcune trascrizioni di questo colloquio riportano il neologismo assastinat,che potremo rendere in italiano con assastentato, condensazione tra assassinio e assistentato. Però a queste parole, sporco assassinio politico e sporco assistentato politico, lui non dà risposta con le frasi riflessive. Mentre ad altre parole imposte, lui risponde. Per esempio quando sente: «mi vogliono monarchizzare l’intelletto», risponde: «ma la monarchia non è vinta». Oppure se sente: «mi vogliono uccidere l’uccello blu», risponde con una frase riflessiva: «ma l’amore non è morto». Invece quando sente: «sporco assassinio politico» e «sporco assistentato», non riesce a produrre alcuna frase riflessiva, come se qui la forclusione fosse allo zenith, perché il lavoro di rispondere con le frasi riflessive, che è l’unico presidio simbolico che ha – perché con le frasi riflessive tenta il lavoro di ripristinare il simbolico –, qui però non c’è.
Allora, la struttura dell’automatismo è questa: lui sente una frase imposta, che chiamaemergente, come «mi vogliono monarchizzare l’intelletto»; a queste frasi risponde con un lavoro contrastativo – introducendo sempre la congiunzione “ma” («ma la monarchia non è vinta»). Oppure, altri esempi: «mi vogliono uccidere l’uccello blu»… «ma l’amore non è morto». Quindi la frase riflessiva, o riflessa, è un tentativo, è l’unico lavoro che il paziente riesce a fare.
Queste non sono allucinazioni; differentemente da Schreber, lui non sente queste parole come “voci”. Schreber col suo “lavoro” è un po’ più avanti di G.L., perché nomina un luogo, lo chiama Dio; poi sente che queste frasi interrotte sono un «malinteso forzato» tra lui e Dio, e arriva a dire che Dio non capisce niente degli esseri umani… Insomma parla all’Altro. Tutte queste operazioni, “l’uomo dalle parole imposte” non le riesce a fare. Resta con questa situazione aperta, alla quale oppone solo queste frasi riflessive. Per questo Lacan dice: «Io non sono molto ottimista per questo ragazzo». Allora, sempre ne Le Sinthome, possiamo leggere: «Si vede bene come il significante si riduca a quello che è, ossia all’equivoco, a una torsione di voce. A sporco assistentato o sporco assassinioqualificato come politico egli rispondeva dicendo fra sé e sé qualcosa che cominciava con un mae che era la sua riflessione in proposito. A scombussolarlo era il pensiero che la riflessione che si produceva in aggiunta alle parole da lui considerate imposte fosse a sua volta nota a tutti gli altri. / Egli era dunque, secondo la sua stessa espressione, untelepatico emittente, in altri termini non aveva più segreti, nessuna riservatezza. Ed era questo che lo aveva spinto a tentare di farla finita, cioè a quello che si chiama un tentativo di suicidio, che era poi il motivo per cui egli si trovava lì e per cui io dovevo interessarmi a lui» (pp.91-92).
Ora voglio darvi qualche informazione su questo paziente: è un uomo di 26 anni ed era un vecchio studente di scienze matematiche – rientra sempre questo sapere in alcuni tipi di psicosi, in qualche modo, – e dice appunto che queste frasi fanno irruzione nel pensiero, e quindi entrano nel pensiero, vanno a contrappunto nel pensiero o anche nel dialogo. Vi riferisco le caratteristiche di queste parole imposte, così come sono riportate nel testo di Czermak Patronymies.
Questeparole imposte sopraggiungono, non hanno nessun rapporto con il pensiero, e quello che le caratterizza è il fatto di avere un ritmo molto rapido; ci sono alcune immagini che vengono date per spiegare la natura delle parole imposte, per esempio: arrivano a flash, a cicli, pulsano, giungono a raffiche. Poi trattano prevalentemente di morte, di violenza, e ingiuriano, cioè parlano al paziente della sua femminilizzazione. Cominciano spesso consporco o più raramente con santo, santa. Parlano di lui in terza persona – come osservava la dr.ssa Drazien – mai in seconda persona, che sarebbe già un lavoro avanzato. Lui è costretto a usare questo completamento riflessivo, introdotto dalla congiunzione ma. Spesso le parole imposte sono anche neologiche. Lui dice che non sono allucinazioni, nega il carattere di allucinazioni, perché la tonalità di queste parole le fa immediatamente riconoscere e distinguere dal pensiero normale. E poi, dice Czermak, che queste voci sono enigmatiche e non hanno nessun rapporto tra di loro. Il paziente non ha, appunto, nessun’idea del senso da donare a questi fenomeni, che sono come degli enigmi.
Nel Seminario Le Sinthome c’è un ritorno su questa parola “enigma”. Forse lo ricordate, a pagina 64, nella lezione La pista di Joyce, dove Lacan ovviamente non guarda all’enigma così come faceva negli anni ’50, cioè all’interno dei fenomeni intuitivi quando guardava al significante tutto-solo come qualcosa di enigmatico. «La macchina rossa», per intenderci, questo “rosso” che comincia a interrogarlo, a creare un vuoto enigmatico. Lì è un significante tutto-solo, qui parla ovviamente di “enunciato”. C’è stato il sopraggiungere della clinica del discorso, che va al di là della clinica del significante: «Ho parlato tempo fa dell’enigma. L’ho scritto E maiuscola con indice e minuscola, Ee. Si tratta dell’enunciazione e dell’enunciato. Un enigma, come indica il nome, è un’enunciazione di cui non si trova l’enunciato», si trova a pag.64.
Ricordate questo passo. E poi dice un po’ più avanti: «In che cosa consiste l’enigma? L’enigma è un’arte che definirei del tra le righe, per alludere alla corda. Non si vede perché le righe di quel che è scritto non debbano essere annodate da una seconda corda».
Quello che m’interessava, che mi aveva colpito di questo passo del Seminario, è quest’arte di leggere tra le righe. Perché qui Lacan sta recuperando il significato latino di intelligere, che significa appunto leggere tra le righe, cioè andare al di là del senso. Cioè leggere tra le righe significa infischiarsene del senso. Significa questo, e siccome ne Le Sinthome fa un discorso contro la debilità mentale, affermando che la debilità mentale, essendo in qualche modo una ricerca sul senso, è un fenomeno immaginario, mentre appunto l’enigma, come arte di leggere tra le righe, come intelligere, è un’andare al di là del senso. Ma non nel caso di questa persona, perché l’attività …
Dr.ssa M. Drazien: Io sentirei in questo ”leggere tra le righe” proprio la ricerca del senso. Come fa questo passo allora? Qualcosa che va al di là del senso. Perché le righe sono le lettere, le parole. “Tra le righe” è proprio la ricerca del senso, è proprio astrazione delle lettere. Un arresto da parte di ciò che litteralmente si può trovare, per andare oltre. E questo sarebbe, almeno nella mia lettura, la ricerca del senso.
Dr.ssa A. Mele: Lacan fa continuamente un discorso contro la debilità mentale, ne Le Sinthome, legandola al senso e quindi all’immaginario. E pertanto ho pensato che aprisse a questa questione dell’andare al di là del senso, dell’intelligere.
[…] Non so se si può interpretare in senso logico, cioè prima c’è un andare al di là, prima che si ricostruisca un nuovo senso. Allora in questo senso è vero quello che dice la dottoressa, come un attimo dopo, in senso logico.
Dr.ssa A. Mele: Ma è quello che fa nel fenomeno intuitivo lo psicotico: dal vuoto di senso, alla perplessità e al pieno di senso. C’è questo passaggio nel fenomeno intuitivo.
Dr.ssa M. Drazien: Anche volendo rinunciare alla questione “senso”, per un istante, il “leggere tra le righe” è una spinta, spingere per fare dire alla lettera qualcosa. Fare dire alla lettera, cioè utilizzare la lettera come fine a se stessa piuttosto che … ecco, la lettera come reale e non un’apertura al senso.
Dr.ssa A. Mele: Sì, questo forse, comunque ci allontana dalla presentazione. Era per tornare un attimo a questa questione dell’enigma, era per riprendere questa questione.
Allora aggiungerò altre cose su questo paziente: le parole imposte – questo viene fuori dalla conversazione che Lacan ha con lui – sono comparse all’età di 15 anni, quando faceva da cuscinetto tra il padre e la madre. Aspetto molto frequente, nella storia degli psicotici. Difatti, se si legge la presentazione, descrive la madre, le atmosfere serali con questa madre angosciata, il padre che era informatore farmaceutico, un tipo che lavorava per le industrie Lebrun, che tornava soltanto nel weekend, ed era poco attento a lui, incapace di dargli affetto. Questa parte della descrizione della sua storia familiare c’è nel corso della presentazione, così come il momento in cui si sono manifestate per la prima volta le parole imposte. Lui spiega che sono comparse a partire dalla sua riflessione o nel corso di un dialogo o nel corso di avvenimenti sensibili. Poi parla a Lacan di questa sua telepatia, e la definisce in questo modo: «… è la trasmissione del pensiero. Tutto ciò che penso è sentito da certe persone. Io sono l’emittente, qualche altro è il ricevente. Non è mai in senso inverso». Questo è importante perché normalmente la telepatia è sentire quello che gli altri pensano. Lacan gli chiede come fa a sapere di essere “sentito”, e lui risponde che se ne accorge dalla reazione del viso dell’altro. Voglio farvi notare alcune cose che spiegano la condizione clinica, ma anche, come dicevo prima, che cosa fa Lacan nel corso della presentazione. E quindi vi leggo l’inizio di questo colloquio e come Lacan si pone: «Si segga, mio caro», gli dice. «Ha incontrato qui il più vivo interesse. Voglio dire che si è veramente interessati al suo caso. Lei ha parlato con il dottor Czermak e il dottor Duhamel. Ci sono un mucchio di cose poco chiare. Mi parli di lei. Io non so perché non lasciarle la parola. Lei sa bene ciò che le accade. G.L.: Non riesco a definirmi. Lacan: Non riesce a definirsi? Mi spieghi cosa accade …».
E qui lui si perde in una serie di spiegazioni: «Sono un po’ sconnesso dal punto di vista del linguaggio», dice, «sconnesso a livello del linguaggio, sconnessione tra il sogno e la realtà. C’è un’equivalenza tra i due mondi nella mia immaginazione, e non una prevalenza tra il mondo e la realtà di ciò che si chiama la realtà. Si crea una sconnessione. Mi sento costantemente fluire l’immaginativo».
Ecco quello che lui tenta di spiegare a Lacan. Allora Lacan taglia corto e passa al nome: «Mi parli del suo nome. Perché Gérard Lumeroy?»
Perché il paziente fa dei giochi col suo nome, e quindi utilizza il suo nome come un posto d’eccezione. In primo luogo c’è questo Gérard, che è omofonico a Geai Rare, cioèGhiandaia Rara – che effettivamente esiste, è un uccello raro, quando è blu. E parlerà di uccelli blu anche nel corso di questo colloquio. E poi il cognome che è stato scelto, Lumeroy …
Dr.ssa M. Drazien: Le geai è la ghiandaia?
Dr.ssa Mele: Una ghiandaia che è rara, una ghiandaia che è blu.
Dr.ssa Mele: Perché è Geai Rare quello che dice a Lacan. Vi leggo il passo: «Mi parli del suo nome. Perché Gérard Lumeroy? G.L.: Sì, avevo scomposto, avevo ritrovato, prima di conoscere Raymond Roussel … quando avevo 20 anni, frequentavo la matematica superiore … poi mi interessavo ai fatti fisici e si è parlato molto di strati e sottostrati intellettuali. In raffronto al linguaggio … il linguaggio potrebbe presentare degli strati e dei sottostrati. Ad esempio sul mio nome; avevo scomposto il mio nome in Geai, Rare …».
Lui lo aveva scomposto così che perché omofonico a Gérard. Il cognome – mi sto un po’ soffermando su questa circostanza perché la questione del nome, della degradazione del nome a nome comune, è importante ne Le Sinthome – Lumeroy, che ha roy nel nome, ma anche – non so se c’entra, ma dal momento che il paziente fa discorsi sulla bellezza che irradia, e la bellezza è un tema frequente nella psicosi, perché è un tentativo di ricostruire l’Immaginario –Lume, lumen, che è l’unità di misura del flusso della luce. Quindi lui si prende per il Re della luce.
Comunque vi leggo il passo nel quale accenna a questa storia della bellezza come irradiazione, che mi ha fatto pensare al suo patronimico. Dice: «Ma l’idea del bello, al livello del sogno, è essenzialmente una visione fisica. Lacan: Che cos’è bello, a parte lei. Perché lei pensa comunque di essere bello? G.L.: Sì, io penso che sono bello. Lacan: Le persone alle quali si affeziona sono belle? G.L.: Io ricerco in un viso la luminosità, sempre questa proiezione, un dono luminoso, io ricerco una bellezza che irradia, non è estraneo al fatto che dica che l’intelligenza è una proiezione di onde. Io ricerco delle persone che hanno un’intelligenza sensibile, questa irradiazione del viso che mette in relazione con questa intelligenza sensibile. Lacan: Parliamo della persona della quale si è dato pensiero nel 1967 … della su menzionata Nicole. Lei irradiava? G.L.: Sì, lei irradiava. Finalmente ho incontrato delle altre … Lacan: Delle altre persone irradianti? G.L.: Delle altre persone irradianti. Sessualmente sono tanto innamorato di una donna che di un uomo. Parlavo di relazioni fisiche con gli uomini. Sono stato attirato unicamente da questo irraggiamento nello stesso tempo intellettuale e sensibile».
Vedete come il nome lo porta a lavorare su questa questione dell’irraggiamento della bellezza.
Volevo dire altre poche cose, e poi se volete ci possiamo fermare, siamo quasi arrivati alla fine. La questione che riguarda appunto la frammentazione che fa del nome, che poi traduce la frammentazione che c’è nel pensiero, rimanda a un passo de Le Sinthome – questo mi sembra importante – quando Lacan riferisce come Joyce degrada il nome proprio a nome comune, come se si trattasse di una cosa reale. Si trova a pagina 85, nel Seminario. Perché è importante questo passo? Perché in questo passo Lacan, a proposito di Joyce, e a proposito della questione del nome ,parla di Verwerfung di fatto, parla di forclusione, forclusione di fatto, che è un’espressione che non sembrerebbe avere mai prima utilizzato. È così?
Dr.ssa M. Drazien: Mi sembra di sì.
Dr.ssa A. Mele: Lacan dice in questo passo: «Non vi è forse qualcosa di simile a una compensazione della dimissione paterna, di una Verwerfung di fatto nel sentirsi imperiosamente chiamato Joyce? Questo termine risulta da una quantità di cose in quello che ha scritto. È precisamente la molla che fa sì che in lui il nome proprio sia qualcosa di strano. / Avevo detto che oggi avrei parlato del nome proprio. Sebbene tardi, mantengo la mia promessa. / Il nome che gli è proprio – ecco ciò che Joyce valorizza a spese del padre. A quel nome egli ha voluto che fosse reso l’omaggio che lui stesso aveva rifiutato a chiunque».
Dr.ssa M. Drazien: “A chiunque”, nel senso che non ha voluto sposare la moglie, non ha voluto darle il suo nome. Per esempio, fino a una data, insomma finalmente si era sposato – non so però se c’era un trasferimento del nome in quel momento stesso ai figli. Insomma, è stato molto tardivo – mi sembra che fu molto tardiva l’attribuzione del nome.
Dr.ssa A. Mele: Ancora: «Possiamo dire che qui il nome proprio fa tutto quello che può per farsi più di S1, il significante padrone, che si dirige verso l’S da me chiamata con indice 2, quella intorno a cui si accumula quanto riguarda il sapere.
S1®S2
Che possano esserci due nomi propri del soggetto – è evidente che si tratta di un’invenzione, diffusasi nel corso della storia. Che Joyce si chiamasse anche James ha un seguito solo nell’uso del soprannome – James Joyce soprannominato Dedalus».
In effetti, perché Lacan fa questo discorso … S1? Il nome proprio è un S1? Un S1 che resta da solo, che non significa nulla, che sta buttato dentro una lista, che sta buttato su una carta d’identità, che sta buttato in un elenco. Joyce, invece, intorno a questo S1 costruisce un S2, che è appunto il sapere, e riesce a far sì che in realtà si parli più di Joyce che della sua opera. Perché Lacan dice in che cosa consiste questa Verwerfung di fatto: nel sentirsi imperiosamente chiamato Joyce. Ed è proprio qui – e questo mi sembra interessante per una clinica differenziale della forclusione – che applica appunto la forclusione al fatto di trattare il proprio nome come una cosa reale, dal momento che alla stregua delle allucinazioni questo nome torna dal reale. E a Joyce torna dal reale perché riesce, con questa produzione di sapere, a mettere al lavoro – quante generazioni di critici? Lui era convinto che per trecento anni le persone avrebbero parlato più di Joyce che delle sue opere.
Dr.ssa M. Drazien: Joyciano è diventato un aggettivo. E poi naturalmente, non è un nome che non rinvia a una significazione di gioia. Insomma ha anche questi risvolti … come Freud.
Dr.ssa A.Mele: Certo, certo … ma questo mi sembra un punto nuovo, proprio della clinica della forclusione, perché abbiamo parlato di allucinazioni, di fenomeni intuitivi. Qui sta dicendo che c’è forclusione sul nome. È una cosa nuova.
Dr.ssa J. Venneman E poi mette in questione la psicosi di Joyce. Noi siamo abituati a collegare forclusione con psicosi.
Dr.ssa A.Mele: Certo, anche questo è importante, perché Lacan non dice che è psicotico. Questo rimane uno studio futuro da fare, perché sicuramente prima di cominciare a parlare di psicosi ordinaria (Maleval), di forclusione generalizzata (Miller), ritengo che Le Sinthome rimanga un testo sul quale arrovellarsi, e porsi per esempio la questione se, grazie a questo studio su Joyce, non esista una psicosi non scompensata. Che cosa sarebbe una psicosi non scompensata?
Dr.ssa J. Venneman: Non è quella dove le sinthome regge?
Dr.ssa A.Mele: Sì, ma non so: io francamente … non ho capito bene in cosa consiste le sinthome.
Dr.ssa M. Drazien: Comunque tanti psicotici non scompensano e girano intorno a noi, così, senza che ci siano veri problemi. Però, questa forclusione senza che ci sia psicosi, ci si può cercare di giocare con questa nozione. Per Czermak, è matto Joyce, non c’è il minimo dubbio. Lacan continuamente attraverso tutto il Seminario se lo chiede, però. Ecco, è il vero problema, è la vera questione, cioè la somma di tutto ciò che lui osserva in ciò che è diventato il caso Joyce – perché è diventato un caso attraverso Lacan. Si può sommare tutti questi tratti per tracciare una linea e dire: è psicotico o no? Ecco, è questo l’objet di questo Seminario.
[…] Del resto nell’Uomo dei lupi c’è forclusione …
Dr.ssa A. Mele: L’Uomo dei lupi si fa un nome, se lo fa letteralmente. Perché l’Uomo dei lupi restò a Vienna, quando tutti gli analisti erano scappati per il nazismo, era diventato una specie di guida, portava i turisti a visitare i luoghi sacri dove si era svolta la vita della psicanalisi. Era mantenuto con un vitalizio dall’Associazione psicoanalitica ed era solito rispondere al telefono con la formula: “Sono L’uomo dei lupi”. Ed è un sapere, il sapere della psicanalisi che gli consente di trattare il proprio nome, di degradare il proprio patronimico e assumere questo nuovo nome, che è “L’uomo dei lupi”. Forse provvisoriamente possiamo dire che qui si apre una clinica della forclusione nuova, con una “supplenza” sicuramente. Perché è una questione contemporanea. Pensiamo ora a come è diventato facile l’accesso al sapere… Pensate a come l’accesso al sapere possa creare questo S2 che gonfia, che degrada l’S1 …
Dr.ssa M. Drazien: Lacan lo pretende, riducendo il suo proprio nome a Jacques Lacan (Jaclaque).
Trascrizione di Paola Giovani
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