19 Gen Un Clandestino Dentro – di Salvatore Malizia e Daniela Turi – Recensione a cura di Muriel Drazien
UN CORPO
Che cosa è un corpo? Forse alcuni sono sicuri di poterlo definire. Ci sono corpi, che si contano a Parigi, i 132 morti della strage compiuta venerdì sera. Il nostro corpo è salvo, almeno per il momento, e stiamo osservando, ipnotizzati, quanti corpi, e quanti involucri, sì involucri di vite che si sono visti svuotati, di vite estinte quella sera. Da quale punto di vista guardiamo, soprattutto da fuori, quando proviamo a presentire il peso di un corpo a noi estraneo? Cos’ è un corpo?
La prova che il corpo ci può sempre sembrare estraneo, qualche volte alleato, in qualche circostanza nemico e traditore, si legge nel bel libro di Daniela Turi e Salvatore Malizia intitolato “Un clandestino dentro”:
“Mi sentivo scissa: una parte di me osservava, quasi con indifferenza, l’altra, malata.”
Mi sembra sorprendente la costatazione di sentirsi divisi, di riconoscere un dentro che si osserva da fuori, e soprattutto di non essere l’unità psiche-soma che si credeva. Il titolo “Un clandestino dentro” si può leggere in molti modi, ma le parole chiare e toccanti indicano la misteriosa estraneità del soggetto riguardo al proprio corpo.
Ci accorgiamo che, per Daniela, c’è un “fuori” e un “dentro”, che dentro questo dentro c’è un fenomeno nuovo, un’aggressione che coinvolge tutto l’organismo, ma lei, il soggetto è fuori, “scissa”, coinvolta ma dolorosamente inerme, alienata dal nuovo sconosciuto che sconvolge la sinergia della “macchina-corpo” fino ad allora valida.
La macchina-corpo non è un accostamento casuale, e si sa che inventori ispirati del passato hanno costruito questo ibrido e hanno raccolto grande successo presso un pubblico entusiasta. I robots sono emersi numerosi sul mercato dopo la meravigliosa fiaba del Mago di Oz. Oggigiorno nessun bambino si stupisce davanti ai corpi meccanici che tecnologia e scienza sono riusciti a realizzare per incontrare e perfezionare l’immaginario. C’è stata la bambola magica, così reale del racconto di Hoffmann, che tenne prigioniero il povero Natanael fino a spingerlo alla morte. In tempi non così lontani corpi umani bellissimi sono stati confezionati ad arte per permettere a celibi incontinenti – o ad altri – di cercare di gioire comodamente di amplessi, senza la necessità di futili preliminari di parole. Non ci sorprende che sia proprio la parola, il dentro, che pure si è cercato di creare e instillare in questi corpi senza vita propria, che non si è riusciti a inventare.
La macchina-corpo è un’invenzione che permette di fare a meno dell’inconveniente che subisce l’essere parlante ogni volta che prende la parola. Un fantasma che molti intrattengono è proprio l’ideale di un corpo immaginario funzionante a comando. La clinica ci insegna che abbiamo tutti una dose di onnipotenza riguardante il proprio corpo.
Anche Daniela si richiama a questo potere che si chiama coraggio. Quanto coraggio ci vuole per affrontare l’attacco del clandestino! “Ma forse coraggio non è: può essere anche superficialità, senso di onnipotenza, scrive Daniela, che ti fa credere che la botta grave non arriverà mai.” Solo il soggetto sa creare un’alleanza con il corpo per sconfiggere l’intruso.
Lacan ha distinto tre registri che compongono la struttura soggettiva, l’Immaginario, il Simbolico e il Reale. Ad ognuno di questi 3 registri corrisponde un aspetto del corpo.
Il feto e poi il bambino molto piccolo, il lattante, non conosce il fuori e dentro. Lui/lei è tutt’uno con il corpo della madre. Tutto passa attraverso un unico sistema vitale che assicura il funzionamento di questo organismo duplice.
Sappiamo che c’è un momento che si situa per il bambino dopo i 6 mesi fino a 18 mesi di vita, l’avvento di un’immagine in cui può riconoscersi e identificarsi. Si tratta di un’ “assunzione giubilatoria” dell’immagine del proprio corpo. Lacan dice che questa immagine si riflette e si riconosce nello specchio. Non è indifferente che l’essere umano si veda per la prima volta al di fuori di sé. Da quel momento si fonde il raddoppiamento tra la sua persona e la sua immagine. Il corpo diventa Uno, sempre se alcuni particolari necessari accompagnano questo momento. Una di queste necessità è la parola di chi sostiene il piccolo e partecipa all’esperienza fondante dell’Io, spartiacque tra la fusione primordiale e l’avvento dell’immagine del corpo proprio. E’ una parola unificatrice, la parola che fonda l’immagine in cui l’essere si riconoscerà.
Ci sono anche alcuni casi in cui questo momento inaugurale è segnato da incertezze in cui si rintracciano mancanze dell’istanza simbolica, quella della parola. Sono casi in cui l’immagine speculare del corpo, che rimane in tutti i casi fragile, è frammentata, o altri ancora più gravi, con totale assenza di questa immagine, fenomeni che si riscontrano in alcune psicosi.
Dopo la riuscita formazione dell’Io viene delimitato un interno ben distinto dall’esterno, solo a questo punto si può parlare di “vita interiore”.
L’esempio dello stadio dello specchio illustra bene che il corpo è dell’Altro, il luogo della parola, che il corpo simbolicamente nasce dal linguaggio che sveglia il corpo, lo consolida e l’inserisce nell’esistenza mentre crea al suo interno i significanti per qualificarlo.
Ogni donna deve affrontare il mistero di ciò che c’è dentro a partire da questa “vita interiore” che le da la possibilità di trovare le parole per fare i conti con il corpo reale. Il reale del corpo è tutto ciò che sfugge ai tentativi di immaginarlo e di simbolizzarlo. Il reale è ciò che resiste, ciò che fa inciampare, che tocca un certo limite; limite di età, di sesso, di destino. Il corpo reale è quello che vede il medico, quando questo corpo ha toccato un limite difficile da osservare, difficile da toccare perché provoca angoscia.
Cosa c’è dentro il corpo di una donna? Freud ha cercato la risposta nella gola profonda di una paziente chiamata Irma. Freud sognò di fare un’iniezione a Irma per curarle un’infezione. Nella gola scoprì un’immagine terrificante, un oggetto, forse l’organo femminile, ma sotto forma di un oggetto che non è un oggetto, di qualcosa che si avvicina a ciò che gli psicanalisti dopo Lacan hanno chiamato un “reale ultimo”, l’oggetto d’angoscia per eccellenza. Freud fa una scoperta orribile, quella della materia, la carne che non si vede mai, il fondo delle cose, il rovescio del viso, la carne sofferente la cui forma provoca angoscia. Con Irma il sognatore dice di non voler procedere più a fondo. L’angoscia che prova il medico, colui che non teme di toccare la carne, di maneggiare l’immondo, è ciò che gli permette di trattare i suoi malati e coglierne la sofferenza, e ai suoi malati di voler stare tra le sue mani.
Anche gli psicanalisti nelle parole dei pazienti talvolta scoprano forme terrificanti che li obbligano a sbrogliare matasse incancrenite. Però, il linguaggio riesce a muovere il desiderio e far sorgere un corpo, l’aspirazione al piacere e alla voluttà che promette.
Il corpo rinasce anche attraverso la scrittura: “Ho deciso di scrivere la mia storia per dare un senso all’esperienza vissuta”, scrive Daniela. Per lei la scrittura funziona come corpo e la lettera la solleva dall’insopportabile perdita dell’oggetto che manca all’immagine di sé, l’immagine unitaria conferita dal narcisismo primario.
“…ogni volta mi stupisco della capacità femminile di trasformare la sofferenza in amore e di saper descrivere questa magia con profondità e poesia,” (Umberto Veronese, dalla Prefazione al volume di Daniela Turi e Salvatore Malizia.)
Muriel Drazien
Roma, ottobre 2015
