22 Mar Lisa Roscioni – L’invenzione della malinconia
Prof. Lisa Roscioni
L’invenzione della malinconia
Qualche riflessione su un concetto plurale
11 gennaio 2014
- Drazien: Oggi pomeriggio abbiamo il piacere di avere con noi la prof.ssa Lisa Roscioni, storica docente dell’Università di Parma, di cui apprezziamo il bellissimo lavoro e che è venuta già varie volte qui per parlare dei suoi libri, il primo sul manicomio, il secondo sullo Smemorato di Collegno: Oggi ci parlerà di una nuova ricerca che è in corso sulla malinconia, che è un soggetto oggigiorno difficile definire perché non si sa più che cos’è la depressione, che cos’è il bipolare, che cos’è il…etc., etc.
- Roscioni : Grazie Muriel per questa tua introduzione, è un piacere per me stare qui con voi, perché sappiamo quanto possano essere proficui gli scambi tra diversi mondi, quanto ci si può arricchire reciprocamente, quanto forse bisognerebbe parlare di più tra storici, psichiatri, psicanalisti e letterati, storici dell’arte, artisti, etc. Molto spesso siamo tutti un po’ confinati nelle nostre isole accademiche e quindi c’è poco scambio.
Ricerca sulla malinconia: non è che nel ‘600 si sapesse di più sulla malinconia, il punto fondamentale è che spero che quello che io penso possa essere di contributo ad una discussione intorno a questo tema. Sono convinta dell’importanza del lungo periodo storico, cioè del fatto che non si possa articolare un discorso su alcuni concetti complessi come ad esempio questo della malinconia – ma anche se vogliamo in modo molto più ampio della malattia mentale o di altro – se non tenendo conto anche di un percorso storico. Non è che improvvisamente vengono inventate le nozioni: talvolta capita, ma sono spesso il frutto di un lungo percorso, oppure sono delle svolte che poi possono avere un significato. Il caso della malinconia, il successo della malinconia, sicuramente dipende proprio dalla sua ambiguità. Oggi anche noi avremmo qualche difficoltà a definirla. Esiste una definizione di carattere storico che è quella che nasce dalla medicina ippocratico-galenica, cioè nella tradizione della medicina greca, secondo la quale la malinconia letteralmente non è altro che frutto di una discrasia degli umori. Quando c’era l’idea che il corpo fosse composto di quattro umori – l’umore nero, l’umore giallo, cioè la bile, il sangue, il flegma – tutto ciò che fosse sofferenza non era altro che il prodotto di questa discrasia, di uno squilibrio umorale. Umori che poi non è che venissero collocati concretamente nel corpo. A che cosa corrispondevano? Si, forse a delle escrescenze, ogni tanto, qualche cosa usciva dal corpo, però intorno a questo c’è una potente definizione del corpo umano, in cui corpo e mente non sono separati. Questo è un punto fondamentale: è solo nel momento in cui l’anima si separa dalla ragione e diventa semplicemente pensiero che nasce l’idea di malattia mentale. Sostanzialmente fino a Settecento inoltrato – ma lo troviamo anche nel primo Pinel, all’inizio dell’Ottocento – la teoria degli umori è comunque una teoria che serve, che regge per sostenere un’idea di malattia o di patologia e anche un’idea di cura, per cui troviamo la purga come la classica cura per curare i matti. Questo è qualcosa che in realtà viene nella medicina antica, da questa idea degli umori, ma che si ritrova ancora a fine Ottocento nella terapeutica sulla follia. La malinconia però ci pone molti problemi perché storicamente nasce con un dato di ambiguità, nel Problema XXX di Aristotele si dice che “la malinconia è questo stato d’animo che per esempio favorisce o fa parte dell’idea del genio”. Questa idea di genio e follia – che poi è un’idea che è un successo storico, letterario, artistico di lunghissimo periodo (ancora oggi è rimasta l’dea del genio folle) – nasce proprio su questo problema esposto da Aristotele più di 2000 anni fa sull’idea del genio e della follia, del genio e della malinconia. Perché mi sono occupata di questi temi? Per chi fa lo storico come me c’è una dimensione casuale della ricerca, cioè ci si imbatte in qualche cosa che ci pone un problema e intorno a quello cominciamo a lavorare. Io mi sono occupata a lungo di sorella follia, in particolare dell’origine del manicomio, cioè dell’idea dell’internamento, della privazione della libertà come strumento per curare. Sostanzialmente del rapporto tra internamento e cura. Sull’onda di questo mi sono occupata della psichiatria tra ‘800 e il ‘900 e nel corso della Prima Guerra Mondiale, l’idea dello shock traumatico etc.,…. Mi sono anche imbattuta in una storia, lo Smemorato di Collegno e su questo ho scritto un libro. Il tema della follia e della prima medicina intorno alla cosiddetta malattia mentale, alla sofferenza psichica è qualche cosa che è sicuramente nelle mie corde. Qualche anno fa ho deciso di spostarmi verso altro e ho iniziato ad occuparmi del caso di un eretico alchimista, vissuto in Italia nella metà del Seicento, Francesco Giuseppe Borri, che all’epoca fu famosissimo tanto quanto Cagliostro. E’ un personaggio molto controverso che viaggiò per l’Europa, condannato a morte in contumacia dal Santo Uffizio per aver organizzato una setta della quale lui si era messo a capo. Si chiamava “il pro Cristo”, si riteneva una sorta di comandante di un esercito che avrebbe sbaragliato il male, il peccato dal mondo, eliminato il Papa, riunificato le Chiese (siamo alla metà del Seicento, un’epoca in cui la divisione della cristianità tra protestantesimo e cattolicesimo è ancora molto molto sentita). . Quest’uomo condannato in contumacia fugge dall’Italia e comincia una carriera di alchimista, viaggia per l’Europa per 10 anni, poi viene catturato per caso, riportato a Roma dove riesce a convincere gli inquisitori che in realtà lui aveva sbagliato in buona fede. Riesce a farsi commutar la pena in un carcere a vita a Castel Sant’Angelo dove per vent’anni fa l’attività di guaritore, ricevendo nobili. Viene anche chiamato per curare un Papa, ma lui suggerisce di rivolgersi ad un altro medico, suo rivale, affermando di non essere la persona adatta (anche perché temeva ovviamente di non riuscire nelle sue cure). Infatti il Papa muore, ma lui riesce a scamparla. Ho cominciato a studiare questo caso, trovando i dodici volumi del processo inedito al Sant’Uffizio. Nel corso di queste ricerche mi sono in imbattuta in alcuni documenti di cui vi dirò qualcosa oggi e che mi hanno posto una serie di problemi. Un punto fondamentale per chi come me si occupa di malattia e follia in senso storico è come occuparsene, con quale strumentario metodologico. Uno storico occupandosi del passato si occupa di rappresentazioni non di realtà, cioè io non potrò mai sapere se quell’individuo era realmente malato oppure no, non lo posso interrogare. I miei strumenti sono i documenti, che non sono mai un fatto naturale. Sono una visione orientata del mondo, scritti da qualcuno con un certo scopo
- Drazien: Freud ha studiato Schreber attraverso le memorie…
L.Roscioni: Sappiamo perfettamente che la memoria autobiografica è quanto di più falso che ci sia. L’autobiografia è falsa per definizione perché è la rappresentazione di sé con una serie di ragioni o di scopi. Anche il documento di colui che guarda è un documento orientato in un campo nel quale esiste un sistema o un paradigma: il medico o il giudice che danno un giudizio. Nei documenti si deve in qualche modo cercare di discernere. I documenti non sono dei vetri trasparenti, ma come diceva Ginzburg sono dei vetri opachi, che bisogna cercare in qualche modo di chiarire. Studiando il caso di questo singolare eretico del ‘600 mi sono imbattuta in alcune definizioni che mi hanno molto colpito. Durante il processo al Santo Uffizio – lui nel frattempo è scappato – il padre Brando Borri, un famoso medico milanese, presenta un dossier di circa 200 pagine sostenendo che il figlio era melanconico, e dunque pazzo, e non poteva essere incriminato. Questo perché secondo la tradizione che veniva dal diritto romano c’era irresponsabilità se un atto veniva compiuto in un momento di follia (quelli che si chiamano di lucida intervalla): non poteva essere ritenuto responsabile e quindi condannato. Nel dossier cui racconta una storia molto curiosa. E che cosa fare di questo come storici? E con la lente della psichiatria o quella della psicanalisi come leggere questo materiale? Lo possiamo fare storicamente? Come siamo legittimati a farlo? Questo è il problema di fondo. Da un punto di vista storico si sta bene attenti, visto che il medico presenta questo documento perché vuole salvare il figlio. Quindi potrebbe non essere vero, potrebbe essere semplicemente uno strumento, un escamotage giudiziario. Il documento consiste in una relazione e in alcune testimonianze di coloro che conoscevano il nostro personaggio. Vi racconto la storia proposta dal documento chiedendo anche a voi un parere. Viene detto che il figlio era melanconico perché era colpito da eccessi di visioni. Il figlio sosteneva di essersi riparato dopo una rissa fra un gruppo di nobili a Santa Maria Maggiore, dove aveva visto la Madonna, delle palme nel cielo e si era convinto di essere appunto il Pro Cristo, e di avere avuto una serie di visioni. Il padre medico sostiene che queste visioni non sono frutto della realtà, ma sono un’illusione dovuta alla sua malattia perché è un melanconico. E’ diventato melanconico perché quando era bambino era stato ammaliato, cioè gli era stata fatta una malia, una fattura. Il padre dice che questa malia stava sulla soglia della porta di casa. Dall’età di sette, otto anni aveva delle crisi quando stava in casa. Non voleva rispettare le regole di casa. Lo mandano dai gesuiti alla scuola di Brera e non rispetta le regole della scuola. Urla, strilla, ci sono le descrizioni dei suoi dottori, si butta per terra, ha la bava alla bocca. Da questo dice il padre potrebbe essere il male sacro, cioè l’epilessia, però c’è qualche cosa di più. Il ragazzino viene tolto dalla scuola e riportato a casa e viene messo a casa di un esorcista il quale gli fa una serie di esorcismi. C’è il diario dell’esorcista dove racconta che lo sottopone agli esorcismi e parla col diavolo, il ragazzino parla e quando parla è il diavolo che parla. Si può capire cosa vuol dire per uno storico lavorare su questo. Noi diamo per scontato che il diavolo non esista, no? Però ci interessa quella rappresentazione, perché lì qualcuno ci crede. La cosa interessante è che ci sono troppi documenti convergenti, ci sono circa una trentina di testimonianze sulla malinconia di questo bambino. L’esorcista non ce la fa, non riesce a togliere questa malia e questa malattia. Il ragazzino viene portato in un centro per indemoniati, in un luogo meraviglioso, ma tetro, nel nord Italia sul lago D’Orta, nell’isola di San Giulio.
- Albarello: Nell’Isola di San Giulio dove c’è ancora oggi un monastero benedettino.
L.Roscioni: San Giulio era proprio il protettore e il guaritore degli indemoniati, ed è lì che viene portato. Nella chiesa principale c’è una gabbia in cui si mettevano gli indemoniati, c’è poi la tazza, il bastone. Il ragazzo viene sottoposto ad esorcismo con il prete che dice: “Vedo la sua lingua dividersi in due, come la lingua del diavolo” Non importa che sia vero, il punto non è vero o falso, il punto è l’uso che viene fatto di questa espressione e perché cade lì in quel momento e il ragazzino parla. Alla fine l’esorcista dice. “Che cosa vuoi?” E il ragazzino dice: “Voglio andare a Roma”. Non vuole tornare a casa e il padre lo manda a Roma, al Seminario romano dei gesuiti a studiare. Ci rimane quattro anni, non finisce gli studi, dopo di che si perdono le tracce, poi c’è la rissa, la visione e comincia l’altra storia di Borri. Questo è il dossier presentato dal padre. come storico che cosa fare di questo dossier e dell’uso giudiziale che viene fatto di una patologia. La patologia c’è o no? Quando quindici anni dopo Francesco Giuseppe Borri viene catturato per caso vicino a Vienna e riportato a Roma, fa una lunghissima confessione che è un documento meraviglioso, proprio di scarico di coscienza. Dice: “E’ vero, io ho detto quelle cose, ho detto che la Madonna è dea anche lei – sosteneva che la Madonna fosse dea esattamente come Gesù -. L’ho detto, lo so che è un errore, ma l’ho detto perché ero melanconico. Ero melanconico per eccesso di devozione e cioè praticavo troppo, andavo troppo in chiesa, mi sentivo..” Racconta di una sua sofferenza interiore, in cui si sentiva di non essere abbastanza all’altezza di Dio. Pur offrendo la sua sofferenza a Dio non riusciva, era come intrappolato. Gli inquisitori non credono molto a questa storia. Già quando la presenta il padre quindici anni prima dicono che intanto si presenti, giudicheranno loro se è un melanconico, un pazzo, oppure no. Non presentandosi viene condannato in contumacia. Anche in virtù di questo quindici anni dopo riesce a convincere gli inquisitori, quindi riesce a scamparla. Un altro aspetto interessante è che il padre racconta che quando Borri sta a Roma e poi torna a Milano a casa sta di nuovo male. C’è questa malia sulla porta di casa, per cui quando sta a casa sta male. I suoi vecchi amici anche loro nobili lo testimoniano, è strano, gira per la città, va nelle muraglie desolate, fa amicizia con un gruppetto di frati e pretuncoli ignoranti, crea una piccola setta. Si riuniscono la notte, mezzi nudi, si flagellano, fanno delle cose tipiche di queste devozioni esasperate della metà del ‘600, se ne trovano molte di queste cose in questo periodo. Arrivata la denuncia del Santo Uffizio lui scappa mentre i membri del gruppetto vengono arrestati e due finiscono in un manicomio di Roma, melanconici anche loro, non uno ma due. Viene anche aggiunto che questi sono dei lombardi e vengono dalla Valcamonica dove c’è un gruppo ereticale che nel frattempo è già stato condannato. Si dice che sono melanconici perché da quelle parti sono tutti melanconici, popoli melanconici, quindi non più e non soltanto una concezione individuale della sofferenza, ma una concezione collettiva, come se fosse una sorta di – difficile definirlo – una sorta di epidemia, qualcosa di contagioso, qualcosa che è insito nei luoghi. Che cosa vuol dire melanconico nel caso specifico? Sicuramente c’è una dimensione che riguarda la sofferenza di tipo religiosi, perché lì la fantasia si esprime attraverso una dimensione religiosa. Da un altro punto di vista c’è però sicuramente un elemento di dissenso. Popoli melanconici? Ereticali? Che sono ostili alla disciplina? La melanconia tocca anche un altro punto, non soltanto la sofferenza come noi potremmo intendere, nel senso per così dire tradizionale (da Durer in poi la donna col braccio appoggiato), cioè non soltanto la tristezza o l’accidia, ma tocca qualche cosa di più, ordine e disordine e il principio di rivolta. Che è una parola che conosciamo bene. Voglio dire, è una definizione di Freud, ma poi ci arriveremo. Già in questa fase (‘500 e ‘600) emergono questi elementi, non soltanto dimensione individuale, ma dimensione collettiva e principio di ordine o disordine, il principio di rivolta e di contrizione, cioè di rivolta. Nel caso specifico si potrebbe dire la malinconia come risultato di una sconfitta. Tra ‘500 e ‘600 in Italia si chiamerà melanconia spirituale, in Inghilterra religious melancholy (che viene teorizzata da Robert Burton, grande medico che ne scrive in due volumi The Anatomy of Melancholy), in Francia si chiama ennui, cioè la noia, che è quella che colpisce la classe del ceto aristocratico prima e dopo la Fronda. Prima della Fronda gli aristocratici chiusi a Versailles poi la Fronda, il tentativo diciamo di rivalsa e di riscatto di un ceto aristocratico che era stato messo da parte rispetto al progetto assolutista di Luigi XIII prima e XIV dopo, e vengono travolti dalla ennui, la noia, che prende questa forma. La melanconia poi diventa addirittura una malattia nazional, il male inglese, la “maladie anglais” . Gli inglesi, storicamente, vengono definiti come dei melanconici e a questo è curioso, vedete questa doppia declinazione individuale e plurale. Perché parlare di queste cose?. Nel caso specifico cioè della melanconia, quella religiosa soprattutto, c’è un dato enigmatico, certamente noi facciamo i conti con delle rappresentazioni, quindi noi studiamo delle rappresentazioni. E come mai nel ‘500-‘600 la malinconia che veniva dall’antichità si intreccia così bene nel mondo cristiano? Quali sono gli elementi in gioco? Una spiegazione possibile, un’ipotesi su cui sto lavorando è questa: finita l’epoca delle persecuzioni, a chi affido la sofferenza? Se nell’epoca delle persecuzioni dei cristiani, la sofferenza si offriva a Dio – per realizzare nel mondo il messaggio di Gesù – nel momento in cui il cristianesimo diventa ufficiale, riconosciuto, a chi offrire la sofferenza? In qualche modo torna, appunto così: Se era un fatto collettivo torna ad essere un fatto individuale, ritorna sul sé. Si offre la sofferenza a Dio, lo dice San Paolo, lo dice San Girolamo. E’ necessaria la sofferenza spirituale per percorrere il cammino della salvezza. Ed è interessante che questo poi si intrecci proprio nel ‘500 e ‘600 esattamente nel momento in cui la cristianità si divide in due, se non in tre parti. E che quindi in qualche modo faccia da terreno fertile, viene come recuperata, è quella che in termine antropologico viene chiamata sopravvivenza: un concetto, un’idea sopravvive e viene in qualche modo rielaborato da una nuova cultura.”
- Albarello: Ma perché questa cesura dell’Editto di Milano ? Perché la fine della persecuzione, loro già nelle scritture recuperano che tutta la vita è una peregrinazione, ci sono poi tutte poi le visioni medievali…ma perché per te è così importante…La fine delle persecuzioni?
L.Roscioni.: Perché è importante.
- Albarello: Alla fine della persecuzione la religione diventa religione di stato.
L.Roscioni: Perché..a chi offri la sofferenza? Se tu non più il martirio che giustifica la sofferenza alla quale tu ti esponi, a chi la offri?. Questa definizione è in San Paolo e la trovi in San Girolamo, quest’idea della sofferenza spirituale come un percorso inevitabile
- Albarello: (non udibile)
L.Roscioni: Si, però viene definita come sofferenza spirituale che viene dall’umore nero, quello di Aristotele e di Galeno, questo è il punto fondamentale. Non è semplicemente spirituale in senso religioso, è come se bisognasse passare attraverso questa forma di malattia in qualche modo per potersi poi liberare e poi essere salvati. Questo è il nucleo interessante.
M.Drazien: Certo, è interessante questa ipotesi…
L.Roscioni.: Quindi nel momento in cui finiscono le persecuzioni, la sofferenza che il cristiano offre a Dio trova una forma che è o accettabile o anche rifiutabile, nella mistica da un lato, e nella demonologia dall’altro. Cioè passa attraverso la mistica, quindi la vicinanza a Dio, attraverso una serie di percorsi in cui ci si disfà del corpo in qualche modo e ci si lancia, ci si avvicina a Dio; oppure passa attraverso il diavolo. Il diavolo non è altro che la personificazione di una serie di elementi culturali, è chiaro che non è il diavolo nel senso proprio. La cosa interessante è che poi la visione demonologica decade nella trattatistica nel ‘600, ma rimane sul lunghissimo periodo arrivando fino al ‘900, senza dubbio nella pratica popolare. L’aspetto mistico viene poi in qualche modo poi recuperato e prenderà altre strade. Il punto fondamentale è che sulla base di un armamentario teorico che veniva dall’antichità tra il ‘500 e il ‘600 si rielabora l’idea di malinconia, ponendo le basi per quello che io considero un lungo percorso che arriva sicuramente almeno fino alla fine dell’800. Nel momento in cui c’è la melanconia, la malinconia assume questa coloritura della melanconia religiosa. Nel ‘500-‘600 la malinconia è di carattere religioso spirituale.
- Albarello:…’500 e ‘600 perché c’è la questione del Concilio di Trento e della Controriforma…
L.Roscioni: Perché si intreccia con la spaccatura della cristianità, è chiaro che lì va a toccare il momento più forte di tensione sociale e politica, è quello che passa attraverso le guerre religiose del ‘500-‘600. E che cosa succede? Questo è il punto fondamentale. C’è questo slittamento semantico, per cui la malinconia assume tutti quei significati, per cui oggi è difficile dire che cos’è, anche storicamente. In questo slittamento semantico, qual è la novità? Esiste un’invenzione, qual è? C’è prima di tutto quello che vi accennavo, il passaggio dall’individuale al collettivo. Robert Burton dice che non soltanto gli individui possono essere malati, ma che può esserlo un’intera società. Parla dell’Inghilterra come di un corpo malato e questo nel momento chiave della rivoluzione inglese, metà del ‘600, in cui lo scontro era tra anglicani, puritani, settari, etc., etc.,…Definisce ma è curioso perché da una parte, come medico, si basa sulla teoria umorale che però è disposto a far cadere, dando una visione morale e politica. E’ un punto fondamentale. E’ politica, per cui cosa c’è? Non soltanto la sofferenza, c’è qualcosa di più: c’è il disordine, la trasgressione e il principio di rivolta, questa è la vera novità che si coglie.
- Albarello: Amleto…quello che è l’umore nero, guarda sempre per terra, i
L.Roscioni: Si, ma Amleto chi è? E’ un ribelle, o uno sconfitto della sua ribellione? Il punto è che poi in realtà lui è l’uno e l’altro, è un ribelle, ma è anche uno sconfitto. Non ce la fa. Questa è la parabola
- Albarello: (non udibile)
L.Roscioni : Questo è il quadro teorico che io sto cercando di mettere insieme. Perché se la melanconia è stata molto studiata, quella religiosa molto meno, e solo su un piano, principalmente studiando Burton. Sul coté cattolico non c’è quasi nulla, e quindi è tutto un campo da esplorare. Alla luce di questo, sono due le cose che vorrei dirvi: una è, usando questa lente, come posso capire la storia che vi ho raccontato? Come la posso leggere quella storia? Che cosa posso ricavare da quella storia? Due, cosa è rimasto di tutto questo? Non è soltanto una curiosità antiquaria quella che ci spinge a studiare, ma è capire – io come storico lo faccio – le radici dell’oggi o di alcuni percorsi storici o culturali di rappresentazioni. Per quello che riguarda il caso che vi ho raccontato: come utilizzare questa ipotesi di lavoro? In uno di questi fogli che qualcuno di voi ha…Ecco qua, lettera del signor Francesco Borri. Quando il signor Francesco Giuseppe Borri, ragazzino, viene mandato a studiare a Roma, al Seminario Romano perché vuole andare via, evidentemente lì c’è un conflitto familiare. Noi non lo possiamo sapere, ma sicuramente questo rapporto con il padre era complicato. Anche perché poi quando il padre lo difende lui si rifiuta, non vuole essere difeso dal padre: lì c’è tutto un nodo che avendo qualche elemento in più si potrebbe studiare. Dai documenti che ho ritrovato quando Francesco Giuseppe Borri va a Roma al Seminario Romano ha circa 15 anni. Viene preso nel Seminario che era la scuola per i rampolli delle famiglie aristocratiche che venivano a studiare a Roma, c’erano ragazzi di tutta Italia. Studia ed è abbastanza un bravo, i suoi maestri dicono che era un bravo studente e viene coinvolto in uno spettacolo teatrale per il teatro di scuola. C’era un teatro mobile che veniva montato in una sala del Seminario durante il carnevale o in occasione di alcune feste sacre. Lui partecipa ad uno spettacolo, di cui descrive uno scenario, cioè il libretto di sala in cui si racconta la storia che viene rappresentata. E’ un classico soggetto sacro, la storia di Santo Edoardo confessore, cioè di Edoardo, re d’Inghilterra vissuto nella prima metà del 1200.
Composta in versi italiani, da un padre gesuita, Giovan Battista Calanetto, è la storia di questo re d’Inghilterra diventato poi santo, che era stato oggetto di un complotto che aveva cercato di rovesciarlo, ma alla fine si salva. La scenografia viene fatta tanto per dire da un architetto che lavorava insieme al Bernini, quindi potete immaginare il livello, che era altissimo. A questo spettacolo presiede il cardinale Barberini che partecipa con altri cardinali. Era il teatro di scuola dei gesuiti a Roma, un teatro molto importante nel ‘600 e Francesco Borri e suo fratello interpretano due parti. Il fratello che è più giovane, fa la parte di un soldato, mentre Francesco Giuseppe che all’epoca ha 15 anni recita quella di un castellano, ma in realtà sarebbe una donna, è sotto mentite spoglie perché il teatro non poteva mettere in scena le donne.
Non soltanto perché erano tutti maschi, ma perché non si poteva neanche mostrare una donna, quindi se era una donna, era sempre travestita da uomo. Francesco Giuseppe Borri ha 15 anni, scrive lo scenario, descrive questa scena e dice che a un certo punto il castellano – che in realtà sarebbe una donna – sta seduto su una panca e si lamenta e accusa un dolore interno perché pur essendo egli donna andasse sotto quella spoglia in nome finto…”Andasse sotto quella spoglia in nome finto”. Il dolore per essere qualcun altro, cioè, non poter essere se stessi in un modo evidente e chiaro. E’ una piccola traccia, è un segno, però è curioso che dica “dolore interno”, lui usa semplicemente questa espressione. Che cosa, che punti tocca nel dire questo? Punto primo, la sofferenza di non essere, vivere con le sembianze di un altro, cioè non poter dare espressione alle proprie tensioni, ai propri desideri, alla propria vita. In secondo luogo, Borri che cosa era? Abbiamo detto un malinconico: cosa vuol dire malinconico? Non soltanto uno che è triste, è qualcuno che non si adatta alla disciplina e alle regole degli altri. I suoi amici dicono “Non è più lo stesso! Da quando è tornato da Milano, è un melanconico”. Perché? Che cosa fa? Non partecipa alle conversazioni, si rifiuta di seguire le regole della società, lui poi è un malinconico eretico, cioè uno che rifiuta un paradigma e cerca e propone un’altra strada possibile…Quindi questo sentimento che vi dicevo di disordine vissuto dagli altri, trasgressione o rivolta, passa attraverso qui, la sofferenza di non poter essere quello che si è, o dover sembrare qualcos’altro, che è tipico della sofferenza seicentesca. Perché la melanconia è il male del Seicento per questo motivo. Come ho accennato prima c’è la frustrazione di una società che tenta di disciplinarsi con delle regole, delle etichette strettissime e qualcuno non ce la fa, non ci riesce. Il rifiuto e la rivolta o appunto la melanconia come forma di rivolta in cui però il ripiegamento e contrizione va verso se stessi.
- Albarello: Quando tu dici di questo testo teatrale lui scrive le scene in generale, cioè non arriva proprio alla struttura di dialogo.
L.Roscioni: No, lui ne fa il canovaccio . Però è interessante. Nella sintesi che lui fa da scolaro quindicenne parla di questo dolore. Il dolore che cosa tocca? Tocca l’essere, dover essere un altro rispetto a quello che si è. Fare finta di essere un altro, le sembianze. Un altro tema enorme è un tema tipico del teatro seicentesco, : il tema dell’impostura e della simulazione, dello scambio delle persone e di identità, tema tipico dell’età moderna. E’ un tema chiave. Lo troviamo nel teatro, nella letteratura e nella cultura barocca in generale. Allude anche alla riviviscenza. Cioè io recupero con la memoria qualcosa di personale e passato e dall’altra parte una personificazione, interpreto qualcos’ altro, mi approprio di una memoria altrui. Allude a questi temi. Quando quindici anni dopo la cattura fa questo lunghissimo scarico di coscienza in cui racconta di tutta la sua esistenza e della sua sofferenza, dice “è vero, ho sbagliato ero un malinconico, ero un malinconico per eccesso di devozione” …… “perché non riuscivo ad adattarmi, non riuscivo ad accettare una serie di regole. Però all’epoca non c’era ancora un bravo medico, un bravo guaritore, quindi non mi sapevo curare e poi mi sono curato “ E come si è curato? Attraverso la preghiera e attraverso la meditazione, questo quello che lui indica come soluzione possibile per una guarigione di quello che lui chiamava da ragazzino un dolore continuo, un dolore interno che evidentemente è qualche cosa. Al di là del fatto che tutto ci sfugge, i dati sono troppo rilevanti e intrecciati per non poter credere che effettivamente il soggetto soffriva di qualche cosa. Poi questa sofferenza è stata ricondotta mentalmente a un armamentario concettuale che è necessariamente quello di quel momento.
Questo è quello che riguarda il personaggio singolo. Più complessa è la melanconia collettiva, cioè quando diventa un fatto collettivo, perché Robert Burton ne parla come di una epidemia. Ma come avviene il contagio mentale? Perché, se è una sofferenza spirituale, come avviene il contagio? Un conto è dire “popoli melanconici” perché sono dei popoli ostili ad adeguarsi alle regole, un conto è dire che poi ci si contagia. Tutto questo rimane in qualche modo sospeso nel Seicento, nel Settecento viene recuperato soprattutto dalla filosofia inglese ed in parte anche francese. Viene ripreso in qualche modo e ne viene detto che in realtà è una patologia ed è vero che è un fatto collettivo ed epidemico. Ma è appunto una patologia, cioè una malattia: nel dire che è una malattia che si diffonde, in qualche modo se ne depotenzia la carica eversiva. Significa dire che va curata, che deve entrare in un’altra area, che non è pericolosa. Se la melanconia, individuale o collettiva, è l’espressione di un dissenso, quindi non soltanto la tristezza o l’accidia, ma un dissenso, se questo dissenso lo riduci a una patologia, se lo medicalizzi, diventa qualche cosa che è riconducibile a un paradigma e quindi può essere depotenziato della sua carica eversiva. Arriviamo adesso a…
- Albarello: L’esito delle tue ricerche.
L.Roscioni: Si, cioè le ipotesi di lavoro su cui lavorare perché i problemi concettuali come vedete ci sono. Sono due cose che mi hanno colpito. Cosa rimane di tutto questo? Non sparisce, le cose si trasformano. Sopravvivenze, recuperi, reviviscenze si recuperano. Allora qui ci sono secondo me alcuni tratti, indizi, suggestioni che possono essere significativi.
Il primo è l’Encyclopèdie, metà del Settecento: come viene definita la malinconia religiosa? Cosa è rimasto nel pensiero illuminista di tutto questo lungo percorso, che certamente Diderot conosce quando scrive la voce relativa? Sicuramente la conosce però curiosamente viene fatta una voce, nella Encyclodèpie, sulla melanconia religiosa, quindi tout court religiosa. Che dice: “une tristesse…(citazione dal francese)”.” Una tristezza nata da una falsa idea, (da un’illusione) che la religione proscriva i piaceri innocenti e che non ordini agli uomini, per salvarli, che il digiuno, le lacrime e la contrizione del cuore”. Cioè è tutta individuale: tutto quell’aspetto collettivo, rivolta, trasgressione, disordine, non c’è. Nella voce non c’è. Quindi s’è come prosciugato quel percorso ed è rimasta solamente la dimensione individuale, neanche di rivolta, ma di sofferenza, come se quell’aspetto proprio non ci fosse, eppure in altre voci si parla dei camisard , si parla di quelle sette religiose dell’inizio del Settecento, appunto considerati come melanconici, gli entusiasti. L’entusiasmo, quella forma di esasperazione mistica. Quindi se ne parla, però nella malinconia religiosa questo aspetto non c’è.
L’altro indizio, Louis Calmeil, 1845, che è il riassunto di Pinel ed Esquirol, quindi della prima psichiatria. Quale è la definizione che ne da Calmeil,(e questa definizione che troviamo in tutti i manuali di medicina anche popolare diffusi nell’ ’800) ? “ La mèlancolie religieuse….” (citazione dal francese). Cioè “La melanconia religiosa è questa sofferenza, questa dimensione delle anime timorate che si spaventano dalla paura del giudizio di Dio e che non osano più contare sulla benevolenza di Dio.” Anche qui una dimensione individuale dell’anima che si spaventa e non si sente più protetta dalla benevolenza, di Dio.
Terzo elemento, terza traccia, Freud, Lutto e Malinconia. E’ interessante vedere che Freud, curiosamente – ma fino ad un certo punto perché si conoscono le fonti classiche e la cultura di Freud – recupera la dimensione politica della melanconia anche se su un piano individuale quando dice: “costellazione psichica di rivolta che poi evolve verso la contrizione malinconica”. Questo è il punto: “costellazione psichica di rivolta che evolve verso la contrizione”. Proprio il tema della rivolta è molto importante perché, anche se è su un piano individuale, recupera però quella trasgressione rivolta, etc., che era “saltata” nel pensiero illuminista e nel paradigma animistico del primo ’800. Si recupera la dimensione di rivolta che secondo me è un elemento chiave. Come a dire che il percorso è un lungo percorso in cui né si inventa nè si perdono le tracce, ma le cose vengono rielaborate e prese. E qui sarebbe interessante capire perché questo elemento emerge fuori e perché s’era perso.
L’altro punto, altro indizio (che però può essere interessante per avere un quadro complessivo): Freud recupera la dimensione politica, ma rimane sempre su un fronte individuale. La dimensione collettiva della malinconia, che diventerà guarda caso isteria. Non posso entrarci ma rapporto malinconia e isteria è una storia lunga. Qui la melanconia viene recuperata ma si scioglie, si disperde. Viene riassorbita nel concetto di isteria collettiva, dove nella psicologia collettiva di Tarde e Le Bon quando si parla di psicologia delle masse. Quella melanconia contagiosa, epidemica, che aveva individuato Burton e altri nel ‘600, come espressione di trasgressione e rivolta, etc., viene riassorbita in una forma di delirio religioso. In alcuni casi lo si dice, si parla però di delirio e non più di melanconia, ma il riferimento è chiaro. Anche quando si parla della psicologia del comportamento delle folle, che contagiandosi in certi contesti possono arrivare a delle rivolte, si fa riferimento a questa idea di malinconia. Questo è il quadro che io sto delineando raccontandovi una ricerca in corso in cui mi interessava recuperare questi aspetti come uno strumento non soltanto per capire il passato, ma anche per capire le cose più recenti.