Che cosa intendiamo per godimento? – di Marisa Fiumanò

Conferenza tenuta il 16 gennaio 2009 presso il Centro di Studi italo-francesi – Roma

di Marisa Fiumanò

Il titolo che ho dato a questa conferenza è un titolo pretenzioso perché il godimento è più una nozione che un concetto, una nozione che ci sfugge e che ci interroga. Io cercherò di commentare questa nozione a partire da alcune affermazioni di Lacan e di Melman e da un sogno di un paziente. Come ricordava giustamente la Dr.ssa Drazien, il godimento è un termine che solo con Lacan entra a far parte a pieno titolo del linguaggio psicoanalitico. Freud solitamente usa il termine “Genuss” ma per indicare un soddisfacimento pulsionale usa il termine “Befriedigung”. La differenza tra queste due varianti in Freud, “genuss” e “befriedigung”, non è soltanto terminologica, perché Freud quando usa dei termini distinti per indicare una nozione similare, non lo fa mai in modo casuale e approssimativa. Befriedigung in Freud è l’obiettivo della pulsione, vale a dire soddisfarsi e riportare  il corpo del soggetto che lo abita, in uno stato di equilibrio e di non tensione. Quindi possiamo dire che la Befriedigung risponde all’economia del principio di piacere. Freud, pur non teorizzando la differenza tra questi due termini, befriedigung e genuss, usa genuss quando parla della perversione. Lo usa quando si tratta di uno scenario, costruito appunto dal perverso, che prevede il godimento sempre di uno stesso oggetto. Questo è particolarmente evidente nel caso della perversione per eccellenza, e cioè nel caso del feticismo, in cui appunto è insistentemente rimesso in scena un oggetto feticcio. Lacan usa “jouissance” che in italiano è tradotta “godimento” e con questa nozione indica, nel seminario “D’un Autre à l’autre” tutto ciò che impregna e condiziona quello che lui definisce “un campo energetico”. Usa la nozione di campo psichico, per analogia al campo della fisica, poiché è tutto da misurare e Lacan è alla ricerca di una misura di tale campo che è dominato dal fenomeno della jouissance e aggiunge che non sarà lui a riuscire a dare una formula che dia la misura del godimento perché non ne avrà il tempo (siamo negli anni ’70). La radice etimologica di godimento è “gaudium” che ha dei sinonimi in latino quali: “voluctas”, “delectatio”, “delectamentum”, ma gaudium in latino ha un significato diverso da “laetitia” perché gaudium indica una gioia interiore, mentre “laetitia” in latino indica una manifestazione esteriore. Potremmo pensare che la traduzione letterale di gaudium in latino sarebbe “gaudio”, però “gaudio” è un termine desueto o letterario e quindi la traduzione letteraria di “jouissance” è stata appunto “godimento” che nella nostra tradizione linguistica ha un impiego giuridico. Il dizionario ci dice che godimento è motivo o sentimento soggettivo di soddisfazione ma anche uso o esercizio riconosciuto specialmente nel linguaggio giuridico e amministrativo. Quindi la prima definizione è un sentimento soggettivo di soddisfazione e indica che il godimento non è lo stesso per tutti, cioè che è particolare a ognuno, che quello che può soddisfare qualcuno lascia completamente indifferente qualcun altro; mentre la seconda definizione, quella riguardante l’uso giuridico, chiarisce appunto che si può godere di una cosa senza possederla, quindi che non è necessario essere proprietari di qualcosa per ricavare soddisfazione da un bene e questo diritto riconosciuto giuridicamente si chiama “usufrutto”. Quanto al termine francese “jouissance” deriva da un termine medievale “joy”, che indica, come “godimento” in italiano, entrambi i significati, cioè sia quello di soddisfacimento sessuale nel caso del termine medievale, sia invece quello giuridico, cioè l’usufrutto di un bene. Quindi vedete che la nozione lacaniana di “jouissance” non corrisponde né a “befriedigung” né a “genuss”, sembrerebbe essere più vicina a “genuss” per una certa tendenza perversa che possiamo ritrovare nel godimento poiché è legato alla natura polimorfa delle sessualità infantile, rimossa in età adulta, ma anche “genuss” non esaurisce la nozione lacaniana di “jouissance”. Tuttavia il godimento e la jouissance ed anche la befriedigung, cioè la soddisfazione pulsionale in Freud, hanno a che fare con il corpo che avvalora il fatto che, quando si tratta di godimento in realtà si tratta di usufrutto, perché chi può dire di essere padrone del proprio corpo? Il corpo non fa e sorprenderci! Possiamo dire del corpo esattamente quello che diciamo dell’inconscio, ossia: “Chi può dire di esserne padrone?” Melman ha proposto una formula per l’inconscio, dicendo: “l’inconscio è l’organico”. Lo dice in un testo che abbiamo pubblicato in Italia su “Aut Aut” che mi è sembrato molto bello e che s’intitola “La questione del corpo in psicoanalisi”. Così come Melman dice che “l’inconscio è l’organico” potremo dire anche che il godimento è l’organico, cioè l’organico è il funzionamento degli orifici, luoghi del corpo intorno a cui gira la pulsione e intorno cui si ricava piacere, gli stessi orifici da cui si genera il bisogno, come la bocca e la vagina e che poi una volta erotizzati diventano luoghi di desiderio. Se funzionano, dice Melman, significa che sono stati erotizzati in maniera felice, cioè che la conversione da bisogno a desiderio è avvenuta in maniera armoniosa, altrimenti si verificano delle patologie, anch’esse modi di godimento, anche se infelici e distorti. In ogni caso, sia che esprime in maniera felice o che si esprime in maniera infelice, il corpo esprime un sapere, che è un sapere sul godimento. Cioè il corpo è animato da un sapere sul godimento, ed è ancora Melman a ricordare che una volta Lacan aveva chiesto alle persone presenti ad ascoltarlo “Il corpo a che cosa serve?” e poiché nessuno aveva risposto a questa questione era stato lui stesso, Lacan, a rispondere “il corpo serve a godere” e quantomeno si ha la padronanza di questo godimento tanto più si gode, quanto più il soggetto svanisce e si lascia portare dal corpo, che conosce la strada della sua soddisfazione, tanto più questo godimento si realizza. Naturalmente questo lasciarsi portare, comporta dei rischi perché se si lascia fare questo sapere del corpo, se si segue questa inclinazione naturale del corpo, lo sbocco è l’incesto. La china verso cui rotola il godimento è una china incestuosa, che porterebbe a mettere le mani sull’oggetto perduto cui assegniamo il nome “madre”, ma che è una china che ha un versante mortifero, perché è contraria alla vita che, con il desiderio, è sostenuta da una perdita. Quando si è vicini alla realizzazione di questo fantasma incestuoso, fatto che possiamo costatare nella clinica, allora la vita stessa, intesa come sorretta dal desiderio, è minacciata e il corpo rischia di funzionare senza soggetto, cioè in una situazione in deriva (nei casi di psicosi di perversione troviamo un corpo che insegue questo godimento di tipo incestuoso senza una soggettività che lo sorregga). Il fatto che l’oggetto che il corpo cerca sia mancato, che non possa essere rintracciato, è qualcosa di strutturale, altrimenti, e qui è ancora Melman che lo ricorda in questo bellissimo articolo pubblicato in “Aut Aut”, il corpo si consuma, si auto divora, cioè gode divorandosi e distruggendosi. E’ il caso degli alcolisti e dei tossicomani, dei quali, dice Melman, più che vino, più che coca, più che eroina, l’oggetto che consumano è il proprio corpo e in questo caso il corpo non è più mezzo di godimento ma lo stesso oggetto di cui si gode. Quindi il corpo si fa oggetto del godimento, non è più un “mezzo per”, ma è un qualcosa di cui ci si auto nutre.
Le definizioni di Lacan. Il godimento, dice Lacan, costituisce la forma di soddisfazione condizionata dal fatto che il desiderio è alienato dal linguaggio. Tale definizione introduce il termine di desiderio, un termine anche questo usato da Freud ma che in Lacan diventa una nozione centrale ed anche qui non saprei dire se il desiderio è un concetto. Proprio per questo carattere che ha il desiderio mi sembra, come per il godimento, che si tratta più di nozione, anche se ha un posto d’onore la nozione del desiderio in Lacan. Senza desiderio non c’è soggetto, possiamo dire che il soggetto non può rinunciare al godimento ma senza desiderio è soltanto una sostanza che gode, come una pianta o un animale. C’è certo una dialettica tra desiderio e godimento, però per lo più è una dialettica che li prevede in alternanza, cioè là dove c’è desiderio non c’è godimento e là dove c’è godimento non c’è desiderio, tranne in un caso in cui abbiamo 1’eccezione a questa coniugazione impossibile, che è quella della sessualità. Quando il desiderio accondiscende al godimento, dice Lacan, si verifica l’unico caso in cui queste due dimensioni non si alternano. Oggi leggevo uno dei testi di Freud “I tre saggi sulla vita sessuale” e lui comincia proprio dicendo questo: “la scienza”, intendendo per scienza la psicoanalisi, “è il caso in cui più radicalmente si rinuncia al principio di piacere” (siamo prima del ’20) e quindi intendeva dire che là dove c’è desiderio, nel caso della psicoanalisi è un desiderio molto forte come nel suo caso, non c’è godimento, cioè c’è rinuncia al godimento. Lui lo chiamava lì “principio di piacere”, ma intende, almeno secondo me, indicare quest’alternanza. Quindi il godimento è per definizione, godimento del corpo, ma, ci dice Lacan, è regolato dal linguaggio e in questo senso può diventare una nozione analitica perché anche gli animali non parlano ma godono, ma un bambino, anche se molto piccolo, non gode come un animale. L’economia dell’animale consiste nel muoversi per ottenere il minor godimento possibile, vale a dire per essere il più vicino possibile al principio di piacere e qui iniziano a complicarsi le cose, perché quale rapporto ha il godimento con il principio di piacere? Si tratta di piacere o meno? Qui ci viene di nuovo in aiuto Lacan che ci dice “Non restiamo lì dove si gode, perché solo Dio sa dove questo potrebbe condurci”. Questo è sempre 1970, credo che sia “D’un Autre à l’autre”. In linea di massima, dice Lacan, nessuno ha voglia di fare un uso eccessivo del godimento, anche se ne ha la tentazione. Quando Freud scopre l’esistenza e l’importanza dell’aldilà del principio di piacere, parla proprio di questa tentazione che Lacan chiama per tentazione un “uso eccessivo del godimento” da cui in genere le persone sagge si tengono relativamente a distanza. La tentazione di cui parla Lacan produrrebbe uno slittamento dal piacere nel dispiacere, in tutte le possibili gradazioni fino alle più estreme. Possiamo chiederci dove ha origine questo funzionamento paradossale dell’apparato psichico che è tentato, per mantenere il termine di Lacan, dal male più che dal bene, dalla sofferenza piuttosto che dalla felicità (felicità intesa come principio del piacere). Si tratta di una tendenza che corrisponde a un piacere già ben articolato nell’inconscio e da cui siamo risucchiati, anche se ceriamo di respingerlo, però non facciamo che incontrarlo. Freud aveva isolato questo meccanismo dell’aldilà del principio di piacere osservando il meccanismo della ripetizione. Possiamo pensare alla ripetizione in analisi, Freud ad esempio ne parla con le nevrosi da guerra, del fatto che questi pazienti ritornavano sempre su quest’esperienza traumatica. Lacan considera la scoperta di Freud di questa dimensione così fondante dell’economia psichica, un vero spartiacque. Lui non solo accoglie la tesi di Freud ma la enfatizza, v’introduce però delle correzioni e delle modifiche nel corso del suo insegnamento. Lacan si chiede di che tipo di ripetizioni si tratta in quest’aldilà del principio di piacere e ci dice che non si tratta di un processo che si ripete una volta che è finito, come nella digestione in cui si finisce di ingerire e inizia la digestione o come in altre funzioni fisiologie, ma si tratta, dice Lacan “della ripetizione di un tratto che commemora un’irruzione del godimento”. La parola “commemora” colpisce perché normalmente si commemora un morto, una perdita, un lutto, quindi rinvia a una perdita che in qualche modo la ripetizione celebra. E’ la commemorazione di un dispiacere, inteso come opposto al piacere, come rottura di un equilibrio. E quando questa rottura non riguarda la morte, ma il sesso, i due poli in cui oscilla il godimento, quest’irruzione sembra avere a che fare con il fatto che la comparsa del sessuale per il piccolo dell’uomo è sempre “un’irruzione”, dice Lacan, di carattere traumatico. Cioè si tratta sempre di una precipitazione improvvisa e probabilmente possiamo pensare a quello che dice Freud quando parla di traumatismo della famosa “scena primaria”, cioè questo falso ricordo di un coito tra i genitori, ma con Lacan possiamo forse retrodatare quest’irruzione traumatica del godimento al rapporto con la madre e con le sue cure. Perché è alla madre che si rivolge la domanda, è la madre che dispone del suo bambino ed è lei che istituisce la dipendenza del piccolo. Quindi la ripetizione è marcata da questa specificità che fa tratto e che è appunto, è legata al ritorno di un godimento traumatico di natura incestuosa. E questo, secondo me è detto molto bene in questo brevissimo testo di un sogno “Ero sul letto, mia madre mi faceva il solletico, io ero passivo ma godevo benché non lo volessi”. Qui vediamo come il solletico è un godimento che irrompe con questo inizio apparentemente poco pericoloso come il solletico per poi diventare un godimento che il soggetto prova benché non lo voglia. E’ difficile che un sogno così si presenti all’inizio di un’analisi, infatti, in questo caso si è presentato dopo un certo tempo, ma senza un’analisi un’intera vita può rimanere sospesa nella ripetizione di un tratto che commemora l’irruzione di questo godimento primitivo, un godimento che resta irrinunciabile e una ripetizione che, nel tentativo di recuperare questo godimento resta invece opaca. Un altro aforisma proposto da Lacan: “il corpo è una sostanza che gode”. Naturalmente per sapere che io godo del corpo è necessario che qualcuno me lo dica, cioè che sono proprio io che provo piacere o dispiacere. Per gli animali che non parlano questo problema non c’è, gli animali se ne infischiano della nostra alienazione. Noi invece dobbiamo passare dall’altro, in questo caso dall’altro primordiale e qui, secondo me, sono molto utili le tesi di Jean Bergès che dice che un bambino può attribuirsi delle sensazioni soltanto se qualcuno le verbalizza per lui, “hai fame”? dice la madre al lattante che piange ed è appunto perché la madre glielo dice che il bambino potrà attribuirsi quella sensazione a prefigurarsi che succhiare al seno allevierà quella sensazione di fame, mentre ci sono altri bambini, come gli autistici, che sembrano non provare dolore, possono farsi male ma non lo sentono, possono avere un’ottima motricità, ma cadere e rimanere completamente indifferenti, reagendo come se fosse successo a qualcun altro, perché la parola della madre non si è loro trasferita e quindi non l’hanno assunta.
La teoria del transitivismo riflette molto bene il Lacan che definisce il godimento come il rapporto di un essere parlante con il suo corpo. Naturalmente anche il principio del piacere, che non corrisponde esattamente con il godimento, contempla il rapporto con il corpo, ma quando parliamo di godimento facciamo riferimento a un altro piacere. Il principio di piacere consiste nel tenere la soglia della tensione il più basso possibile, quindi nel regolare e nell’evitamento del dispiacere. Però è Freud stesso che quando parla di pulsione di morte ammette la debolezza della funzione di barriera che ha il principio di piacere e la tendenza ad andare al di là. Il godimento così come lo propone Lacan, può essere definito anche come un modo di nominare l’al di là del principio di piacere freudiano, anche se non vi corrisponde del tutto.
Un’altra definizione di Lacan: “Il godimento è come la botte delle Danaidi, entrati nella quale non si sa più dove si va a finire, s’incomincia con il solletico e si finisce arsi nella benzina, si tratta pur sempre di godimento”. Questo fa pensare un po’ al sogno raccontato prima “s’incomincia con il solletico e non si sa dove si va a finire”, ma anche rimanda al Museo di Galla Placidia a Ravenna dove c’è la descrizione di questo martire che si avvia a farsi arrostire sul cumulo di legno che arde, anche questa è una forma di godimento se dobbiamo seguire Lacan, arsi con la benzina in quel caso, non è la benzina ma si tratta pur sempre di godimento. Il godimento non contraddice il principio di piacere perché la soglia tra l’uno e l’altro può essere varcata in maniera impercettibile e non lo contraddice, soprattutto nel campo del rapporto sessuale. Là il piacere c’è, c’è Befriedigung, parliamo degli uomini in questo caso, c’è soddisfacimento sessuale, ma anche nel caso della sessualità della donna il piacere non è isolabile dagli scivolamenti nel suo opposto, cioè dalle derive mortifere o perverse, ed anche in questo caso è privilegiato. Non c’è una soddisfazione dell’oggetto o comunque non basta mai e Freud ha impiegato la seconda metà della sua opera a esplorare le ragioni di questa deriva, chiedendosi perché siamo insoddisfatti, cosa ci manca, cosa è all’origine delle nostre domande, che cosa è all’origine delle nostre malinconie, cosa muove il nostro desiderio, cosa abbiamo davvero perduto e poi: di che cosa godiamo? Lacan, che spesso è umoristico e paradossale, quando denuncia i nostri desideri e la nostra aspirazione alla felicità e alla soddisfazione, dice che l’unica felicità di cui ci ha parlato è la felicità del fallo, perché è solo lui che può essere felice e neanche il suo portatore “anche” dice Lacan “quando un lui lo mette dentro una lei che suppone desolata di non esserne portatrice lei stessa”. Anche qui ricordiamo il godimento del fallo, in quanto organo, ha un privilegio rispetto agli altri luoghi erotizzabili del corpo, perché è il suo godimento è isolabile, legato alla tumescenza ed alla detumescenza, come per altro in molti animali, ma anche qui è Lacan a ricordare, che a differenza degli animali, come ricorda anche Orazio “post costuma” l’uomo è triste o almeno frustrato, cioè la soddisfazione pulsionale è sempre imperfetta o in qualche modo mancata. Il godimento sessuale non è in armonia con la natura e negli esseri umani le cose non funzionano come per gli animali, perché appunto c’è l’ostacolo del linguaggio, però al tempo stesso la definizione che Lacan del godimento si potrebbe definire materialistica, nel senso che afferma che si dà godimento solo del corpo. Anche quando si parla del godimento del pensiero e della parola, il mezzo del godimento è sempre il corpo. Quando Bergès parla dell’apprendimento del linguaggio da parte del bambino, sottolinea molto tutta la funzione dell’apparato fonatorio e l’apprendimento del bambino non avviene soltanto attraverso l’orecchio e il suono, ma anche attraverso tutta la messa in funzione di quest’apparato, ossia tutto l’apparato che fa da supporto materiale alla parola. Lacan ha cercato di stabilire quali sono i parametri di questa economia del godimento. Freud aveva già parlato del carattere allucinatorio del godimento, legato all’illusione di ritrovare il primo l’oggetto perduto e nitido: la madre, quella che Lacan chiama “la cosa” nel Seminario sull’Etica, ma siccome si tratta di allucinazioni, il ritrovamento è sempre mancato. E’ un altro modo di dire l’impossibilità dell’incesto e il suo interdetto. Lacan parla di questo concetto della cosa che poi non riprenderà in seguito nei Seminari successivi, e ne parla anche, nel suddetto seminario, in riferimento all’opera di Sade, cioè a proposito della perversione. La cosa e un tratto strutturale nel caso del perverso nevrotico. La cosa resta interdetta, ma c’è la tendenza a raggiungerla e questa è la scoperta freudiana dell’interdetto dell’incesto, definito da Lacan come “la proibizione della cosa poiché cosa materna, in quanto madre” e la cosa è il desiderio essenziale dell’uomo. Freud è stato il primo ad affermare che questo è il desiderio dell’uomo e al tempo stesso questo è il più interdetto dei desideri. E perché interdetto? Quest’interdizione è inconscia, possiamo dire che l’unico vero incesto è quello con la madre, questo vale per gli uomini ma anche per le donne, e questo interdetto è l’unico interdetto inscritto nell’inconscio. Se  il desiderio per la madre fosse soddisfatto smetteremmo di domandare, non ci sarebbe più domanda e quindi non ci sarebbero più soggetti, non ci sarebbe più cultura e nessun tipo di costruzione sociale. E’ proprio dall’interdetto dell’incesto che ha inizio la cultura, in quanto contrapposta alla natura. E l’incesto è un divieto squisitamente culturale, non è un divieto. che serve a evitare, ad esempio, l’endogamia, come l’incesto tra padre e figlia. E’ un divieto che ci rende umani, perché se fosse realizzato smetteremmo di vivere. Questo non impedisce che l’aspirazione a raggiungere questa cosa materna continui nell’innamoramento, ad esempio, che è uno dei casi in cui questa tensione si rinnova, perché vorremmo ripetere l’esperienza di questa prima mitica soddisfazione di fare uno. E tale esperienza del ripetere, nel cercare di raggiungere l’oggetto, recupera questo del godimento, ma al tempo stesso la perde, così ci dice Lacan. Al posto di tale perdita Lacan ci propone gli oggetti a. Lacan chiama “godimenti del sembiante” i godimenti sostitutivi degli oggetti a, li chiama così perché vengono al posto del vero oggetto del godimento. Questa ripetizione è da un lato una spinta a ricercare il godimento ma al tempo stesso è qualcosa che va contro la vita, la ripetizione di ciò che Freud chiama pulsione di morte e con cui intende una tendenza al ritorno all’inanimato, ricongiungendosi alla cosa c’è una tendenza alla sparizione della vita. Questo al di là del principio del piacere in Freud è qualcosa che il principio di piacere cerca di arginare e di riportare al minor livello possibile e ogni volta la perdita sarà riconfermata. Lacan chiama questo “masochismo”, che consiste in un continuo ritornare nella ricerca e in un reiterato fallimento. Il testo di Freud, dice Lacan, ruota intorno al masochismo concepito “solo nella dimensione della ricerca del godimento esiziale”, Lacan lo definisce così, cioè mortifero. L’insistenza della ripetizione, ci dice Lacan, avviene attraverso la ripetizione di un tratto che Lacan chiama il “trattario”, termine che prende in prestito da Freud, che però non gli conferisce lo stesso senso. Questo trattunario, che si manifesta nella ripetizione, è una specie di marchio con cui il soggetto s’identifica e, ci dice Lacan, è all’origine del significante, che insiste nella ripetizione perché in attesa di una significazione. Se noi possiamo parlare di godimento è proprio perché è legato a questo significante che insiste e che introduce una distanza tra il corpo e il godimento. Non sappiamo niente del godimento degli animali perché gli animali non parlano, tanto meno sappiamo del godimento della pianta. Lacan ritorna in una conferenza complicatissima qui a Roma, nel ’74, la Dr. Drazien aveva organizzato le prime e credo uniche giornate dell’Ecole Freudienne di allora, e Lacan aveva pronunciato una Conferenza chiamata “la troisieme” (si può trovare in “outre seclì”) torna sulla questione del godimento e dice che nell’animale c’è qualcosa che ci dà l’idea che se la goda, non ne abbiamo le prove ma questo è implicato da ciò che si chiama “il corpo animale” perché non c’è distanza tra il corpo e il godimento. Qui Lacan si interroga di nuovo sulla pianta (fatto già in altri seminari prima) chiedendosi se la pianta se la goda e ricorda la parabola famosa di Gesù dei gigli del campo. Gesù dice di non preoccuparsi di come mangiare e sopravvivere perché i gigli del campo non tessono e non filano eppure vivono e crescono. Lacan dice che questo non potremmo dirlo oggi, perché guardando a loro struttura al microscopio non possiamo dire che essi non tessono e non filano. Anche nel caso del mito di Dafne, quando viene tramutata in pianta, nel momento di estremo dolore e di godimento, nel senso della natura mortifero del godimento, il mito ce la rappresenta con un dolore eternizzato in pianta. Questo non ci risponde alla domanda se ci sia godimento nella vita, intesa come qualcosa che si sviluppa, come anche nel caso della pianta. Questo mi ha fatto riflettere anche sul caso di Eloana Englaro, che si dice sia ridotta come una pianta ad una vita vegetativa. Non possiamo sapere se si tratta di un estremo dolore di questo corpo ridotto a pianta, così come non sappiamo nulla del dolore della pianta. Lacan indica nell’immobilità della pianta l’eterizzazione del dolore, inteso come godimento esiziale, mortifero, cioè il godimento che diventa immobilità, per cui lui dice che il muoversi serve a non godere troppo, muoversi asseconderebbe di più il principio del piacere, rispetto all’istinto di morte. E questo mi sembra una chiave molto interessante per leggere le questioni dell’ipercinesia infantile, che oggi tanto preoccupa gli educatori. Il corpo in movimento può essere un modo di cercare un limite. Il godimento femminile, che si prova e di cui non si può dire, dice Lacan, è contrapposto al godimento fallico. Il godimento fallico si appoggia alla legge simbolica e per questo motivo i modi di questo godimento variano secondo le epoche, le culture, le religioni e le economie. Il rapporto con il corpo è sempre culturale, perché tutte le culture sono animate dall’esigenza di esercitare una padronanza sul corpo ma ovviamente non tutte le culture lo fanno allo stesso modo, ad esempio per noi cattolici c’è una contrapposizione tra il corpo e lo spirito, il corpo va padroneggiato ed è lo spirito che lo guida e il cattolicesimo ha imposto un marchio alla nostra cultura. Anche se non siamo cattolici siamo profondamente intrisi di questo modo di concepire il corpo. I nostri modi di godere ne sono influenzati, se pensiamo alla storia dell’arte italiana vediamo che tutta la nostra tradizione pittorica è la rappresentazione di una narrazione religiosa e questa narrazione mette in scena le dimensioni del godimento in tutte le loro varianti (le annunciazioni per il godimento delle vergini, le madonne con il bambino per il godimento incestuoso, la strage degli innocenti, i supplizi dei martiri). L’arte esprime la sensibilità di una cultura rispetto alle diverse modalità di godimento e possiamo azzardare che la nostra cultura abbia una propensione per un godimento tendenzialmente incestuoso (se pensiamo a quante rappresentazioni di madonne con il bambino ci sono ovunque), inteso come godimento Altro. Anche la storia del nostro popolo di eroi, poeti e navigatori che cercano continuamente un ricongiungimento con la cosa. Tutto questo collude con l’attuale progressiva perdita di religiosità e di trascendenza, cosa che riguarda tutto l’Occidente. Il corpo non è più oggetto di Dio, ma è soprattutto oggetto di cure di benessere che vorrebbero assecondarne il funzionamento “naturale”. L’ideologia del benessere pretende di godere in modo naturale del corpo e anche questo esprime una dimensione culturale del godimento, un modo di disciplinare il godimento del corpo quel tanto che basta perché non ecceda, per non farsi disturbare troppo dal corpo. Melman ci dice che l’ideale di un corpo è un corpo che non si fa sentire, un corpo i cui organi tacciono, un corpo insomma che sia rimosso. Quando invece il corpo esprime dolore, quando si manifesta attraverso la sofferenza, allora ci dice Freud “tutto si rifugia nell’incavo del dente che fa male”. Se il dolore non irrompe per dissipare tutte le suddette pretese di padronanza, posso funzionare le forme di padronanza che sono inscritte nella cultura in cui si vive, ad esempio pensiamo alla cultura greca che rispondeva ad un ideale di bellezza che noi oggi definiamo “classica” in cui la bellezza del corpo era qualcosa che segnalava la distanza dall’animalità. Il fatto che il corpo fosse qualcosa da esibire, da ammirare, da lavorare e da scolpire era una micro dimensione etica. I corpi delle statue che ammiriamo erano il risultato di un lavoro intensivo e di un allenamento, di disciplina, ma erano inscritti in un orizzonte culturale in cui tutto questo aveva una dimensione etica. Pensate a come è diverso questo modo di pensare alla dimensione del corpo da quello ad esempio della pubblicità dell’acqua minerale che dice “belli fuori perché belli dentro”, in fondo è una pubblicità che allude a quel tipo di ideale di bellezza, soltanto che in questo è appiattito. Si è belli fuori perché si è belli dentro non perché a questo corrisponda 1’etica, ma perché l’intestino è sgombro, grazie alle virtù dell’acqua minerale. Qui c’è un appiattimento con la cosa, cioè la bellezza esteriore rimanda all’oggetto corpo, e non ad un orizzonte culturale ed etico ben definito. Per tale motivo i corpi dei guerrieri greci non corrispondono certamente a quelli dei nostri culturisti delle palestre, anche se magari il risultato estetico può essere simili. Non c’è nessuna corrispondenza tra i corpi allenati delle nostre palestre ed un ideale etico condiviso, poiché lì si tratta di un godimento tendenzialmente privo di una referenza centrale. Freud e Lacan, formalizzandolo in altri modi, hanno sostenuto il cosiddetto primato fallico, il fatto cioè che tutta l’economia libidica sia regolata da questo significante fuori catena, il fallo appunto, che non rinvia a nessun altro, che fa eccezione, che organizza la differenza sessuale e quindi tutto l’ordine simbolico e culturale. Questo fa si che anche il godimento fallico che ne deriva sia collocato in un posto d’eccezione e che l’unico caso in cui desiderio e godimento trovino una possibilità di collaborazione è l’ambito del rapporto tra uomo e donna.  Vedremo come nei testi di Freud anche le patologie della vita amorosa vengono letti nell’ottica dell’economia fallica. Possiamo dire che oggi questi intoppi di cui parla Freud sono ancora gli stessi? Possiamo ancora parlare di godimento sessuale come il più privilegiato dei godimenti? Oggi i godimenti non sono più regolati da una nostra economia psichica, cioè la rimozione, e possiamo chiederci, come fa Melman in “L’Homme sans gravité”, se la rimozione è ancora oggi il meccanismo che regola la nostra vita psichica e quindi fa del corpo sessuato e del godimento sessuale il più desiderabile, quando funziona, dei godimenti.

(Dopo alcuni interventi) Il godimento del sintomo è un godimento coattivo, c’è soddisfazione nel sintomo. Anche il principio di piacere, nella nozione di jouissance di Lacan, è implicato e quindi anche un certo equilibrio dell’economia psichica è una forma di godimento, ma il godimento nella sua natura stessa ha delle derive e tendenze che non sono padroneggiabili. Per questo ho proposto la nozione e non il concetto di godimento, perché è così a contatto della nozione di reale che è difficile da circoscrivere. Lacan si preoccupa soprattutto della sua misurabilità nella definizione che ne dà.

Riferimenti Bibliografici:
C. Melman, “L’Homme sans gravité”, a c. di Jean-Pierre Lebrun, Denoël, 2002.
C. Melman, “La questione del corpo in psicanalisi”, “Aut Aut”, 330 (2006).
J. Lacan, Il seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi (1959-1960).
J. Lacan, Il seminario. Libro XVI. D’un Autre a l’autre (1968-1969).
J. Lacan, “La troisième” (1974). Lettres de l’Ècole freudienne, n°16 (1975).
S. Freud, “Tre saggi sulla teoria sessuale” (1905).