27 Mar La Clinica di Lacan tra linguistica e Linguisteria – di Janja Jerkov
(prima parte)
di Janja Jerkov
Dal registro Immaginario a quello Simbolico. Negli anni ’30 e ’40 la riflessione di Lacan verte sull’Immaginario (lo interessa, in particolare, il tema dell’identificazione che si costruisce a partire dall’azione inconscia dell’imago). Tuttavia testi come Ecrits inspirés: schizographie (1931) e Le problème du style et la conception psychiatrique des formes paranoïaques de l’expérience (1933) testimoniano di una precoce attenzione da lui prestata al linguaggio nella strutturazione dei sintomi.
Negli anni ’50 Lacan si convince che l’alienazione del soggetto non può più essere pensata nei termini di un’alienazione immaginaria dell’io nell’altro speculare perché esiste un ordine sovraindividuale che precede la dimensione dell’alienazione immaginaria dello stadio dello specchio. Tale ordine è l’ordine simbolico, dotato di proprie leggi, autonomo e irriducibile alla simmetria speculare del registro immaginario. Arriva dunque ad affermare l’autonomia dell’ordine Simbolico e il primato di questo nella costituzione della realtà del soggetto. A partire dagli anni 1955-56 Lacan intraprende una lettura critica di De Saussure, che lo porterà gradatamente ad elaborare quella che egli chiamerà più tardi la sua linguisteria (diversa cioè dalla linguistica). Afferma infatti in RSI 14.1.1975: “Ho cominciato con l’Immaginario, ho dovuto quindi masticare la storia del Simbolico, con quel riferimento linguistico in cui non ho trovato tutto quello che mi avrebbe fatto comodo, e sono finito a tirarvi fuori questo famoso reale nella forma stessa del nodo”.
La nozione di simbolo. Le nozioni di simbolo e simbolismo che Lacan inizialmente utilizza non riguardano solo l’uso linguistico. Il simbolismo non è ancora il Simbolico. La nozione di simbolo è ripresa da M. Mauss (nipote di Durkheim, il fondatore della sociologia moderna e interlocutore di Lacan ne I complessi familiari). Secondo Mauss gesti, riti, parole, credenze, danze ecc. sono simboli e costituiscono elementi chiave del fatto sociale proprio perché sono collegati a un funzionamento del linguaggio che non serve unicamente a rappresentare la realtà. Prima di rinviare a un oggetto nella realtà, il simbolo rinvia infatti a un altro simbolo. Così, ad es., il dono, che stabilisce lo scambio fra i gruppi umani, è il significante di un patto. Esso può assumere tale valore perché è spogliato della funzione utilitaria dell’oggetto.: “Vasi per essere vuoti, scudi troppo pesanti per essere portati, … picche che si conficcano al suolo, sono per destinazione senza uso”. Sottolineiamo con Lacan: il simbolo è cioè preso in una catena di simboli e corisponde alle cose solo in modo arbitrario e immaginario. Cogliamo da subito la diversità nel modo lacaniano di concepire il simbolo rispetto a quelle di Mircea Eliade o di Carl Gustav Jung. Non si tratta della proiezione psicologica (più o meno universale) di valori di un gruppo o di un individuo, ma di unità elementari prive di per sé di senso, prodotte da sistemi culturali storici (variabili nella storia e nello spazio) o dalla storia di un soggetto. Chi dice “simbolo” dice significazione comune al gruppo umano che lo ha scelto. In Funzione e campo della parola e del linguaggio (1953), Lacan definirà l’analista “praticien” della funzione simbolica [Scritti, p. 277].
Le fonti della conversione di Lacan al Simbolico. Nel 1949 Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io (pp. 92 e 94) utilizza il termine di simbolico con riferimento all’articolo di Lévi-Strauss “L’efficacia simbolica”. In Antropologia strutturale (1958) l’antropologo descrive le pratiche incantatorie dello sciamano che, in caso di parto difficile, procurano alla partoriente un linguaggio. Lévi-Strauss paragona la cura sciamanica a quella analitica: “In un caso, si tratta di un mito individuale che il malato costruisce con l’aiuto di elementi tratti dal proprio passato; nell’altro, si tratta di un mito sociale che il malato riceve dall’esterno e che non corrisponde a un remoto stadio personale.” Il lavoro sul simbolico consiste dunque nell’induzione a vivere un mito. Continuando il suo paragone con la psicanalisi, Lévi-Strauss afferma che l’inconscio si riduce a funzione simbolica, formula anticipatrice di quella lacaniana l’inconscio è strutturato come un linguaggio.
Nel 1950 al I Congresso mondiale di psichiatria, Lacan cita Jakobson, la nozione di fonema e afferma che il linguaggio determina la psicologia. Nel 1951 traduce una parte del Logos di Heidegger.
Nel 1951-52 utilizza la nozione di simbolo per rileggere L’Uomo dei lupi, nel 1952-53 L’uomo dei topi.
Nella sua conferenza Il mito individuale del nevrotico (4.03.1953) dichiara: “Il mito è ciò che conferisce formula discorsiva a quaLacanosa che non può essere trasmesso nella definizione della verità… [poiché] la parola [parole] non può cogliersi da se stessa, né cogliere il movimento di accesso alla verità, come una verità oggettiva”. Ne L’uomo dei topi “mito” è definito il fantasma del rimborso del debito. Tale mito riprodurrebbe – per il paziente – la relazione inaugurale del debito paterno nei confronti dell’amico e della fidanzata povera.
Sempre nel 1953 altri due testi maggiori sviluppano la questione della funzione simbolica: la conferenza sul SIR 8.07.53 e il primo Discorso di Roma. Entrambi gli interventi sono elaborati all’indomani dell’uscita di Lacan dalla SPP. Rilegge in quel tempo la Traumdeutung, la Psicopatologia della vita quotidiana, Il motto di spirito mettendo in risalto la stretta dipendenza delle formazioni dell’Inconscio dal linguaggio: il sintomo è strutturato come un linguaggio, il contenuto latente del sogno è frutto di una elaborazione retorica (cioè di un’operazione squisitamente linguistica), le leggi dell’alleanza [alliance] e della parentela sono identiche a un ordine di linguaggio ecc.
Il passo successivo a Funzione e campo… sarà inevitabilmente quello di ricorrere alla linguistica come guida “poiché è questo il suo ruolo all’apice dell’antropologia contemporanea, e non potremmo rimanervi indifferenti” [Scritti: 277].
1957 L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud manifesta in modo esplicito il carattere retorico-linguistico del c.d. “ritorno” di Lacan a Freud. Il suo ritorno a Freud avviene attraverso la mediazione di de Saussure.
Lo strutturalismo. Saussure è considerato il padre dello strutturalismo, anche se egli non ha mai usato il termine di struttura (bensì quello di sistema). Con tale termine si intende oggi un insieme non coerente di pratiche scientifiche e di dottrine che, nate originariamente in ambito linguistico, hanno in seguito originato una speciale “atmosfera”, dapprima in Francia poi altrove, negli anni ’60 e ’70. In pratica per strutturalismo si intende ogni tentativo di indagare un oggetto x, avvalendosi di categorie attinte alla regole di funzionamento della lingua.
“Sotto l’etichetta comune e ingannevole di strutturalismo — scriveva già A. Martinet nel 1955 [Economie des changements phonétiques, Berne 1955, p. 11] — si trovano scuole di ispirazione e tendenze assai diverse. L’impiego piuttosto generale di termini come fonema e anche struttura contribuisce spesso a camuffare differenze profonde”.
Caratteri generali dello strutturalismo sono:
1) l’idea che la realtà è un sistema di relazioni, i cui termini non esistono di per sé, ma solo in connessione fra loro ed in rapporto alla totalità entro cui si collocano. Da qui la ferma critica di ogni ontologismo. Ma anche critica e presa di distanza, sotto l’egida di una forma opposta a una sostanza, da una certa eredità freudiana irrigidita nell’ortodossia della psicanalisi ufficiale.
2) la struttura non è il sistema manifesto, ma l’ordine interno del sistema e il gruppo di trasformazioni possibili che lo caratterizzano. J. Piaget, Lo strutturalismo, Milano 1971, p. 39: “In prima approssimazione, una struttura è un sistema di trasformazioni, che comporta delle leggi in quanto sistema (in opposizione alle proprietà degli elementi) e che si conserva o si arricchisce grazie al gioco stesso delle sue trasformazioni, senza che queste conducano fuori delle sue frontiere o facciano appello ad elementi esterni. In breve, una struttura comprende così questi tre caratteri: totalità, trasformazioni e autoregolazione. In seconda approssimazione… questa struttura deve poter dar luogo a una formalizzazione”. Struttura è per es. il Nodo borromeo. Le trasformazioni della struttura nel Nodo borromeo sono tali che se un anello si scioglie si sciolgono anche gli altri.
3) alla dottrina tradizionale dell’io come centro autosussistente di attività e di libertà, ed alle sue molteplici varianti contemporanee (esistenzialistiche, personalistiche, fenomenologiche, marxiste ecc.) gli strutturalisti contrappongono la tesi del primato della struttura sull’uomo. Lacan scorgeva nella struttura “una sorta di macchina originaria che mette in scena il soggetto”. Lévi-Strauss vedeva nell’individuo il “semplice punto d’incrocio” di una serie di strutture che lo attraversano, determinandolo ad essere quello che è e facendo in modo che egli più che parlare sia parlato, più che pensare sia pensato, più che agire sia agito e così via. Cfr. il Ça parle di Lacan.
L’unica maniera di comprendere l’uomo, come sosterrà Lévi-Strauss, è per gli strutturalisti quello di “dissolverlo” sforzandosi di cogliere, al di là dell’io e dei suoi celebrati poteri “specifici”, la combinatoria anonima di leggi e principi che ne governano occultamente l’esistenza. Dirà ancora Lévi-Strauss: “la lingua è una ragione umana che ha le sue ragioni e che l’uomo non conosce” [Il pensiero selvaggio, Milano 1964, p. 274].
Ma paradossalmente, a differenza degli strutturalisti, Lacan manterrà anche il concetto di soggetto della struttura, soggetto del linguaggio, che egli scrive S(A) significante di una mancanza nell’Altro.1
4) contro il postulato storicistico della unicità della Storia e contro l’idea di un tempo omogeneo in cui scorrerebbero gli avvenimenti, cioè contro l’idea di una concatenazione causale e senza iati degli avvenimenti (prospettati come una catena ininterrotta di anelli, ove il precedente è il presupposto necessario di quello seguente) lo strutturalismo ha fatto valere il principio della discontinuità, della non-linearità del processo storico, che avanza attraverso imprevedibili rotture e sbalzi. Cfr. la nozione di Inconscio lacaniano.
Contesto della nascita dello strutturalismo. L’interpretazione oggi corrente delle ragioni che avrebbero portato alla nascita dello strutturalismo è quella della crisi della Gauche (e dell’intellighenzia a questa legata) provocata dalle rivelazioni del XX Congresso del PCUS, della repressione della rivoluzione d’Ungheria, della guerra d’Algeria e dell’avvento del gollismo. Fatti questi che avrebbero indotto la crisi irreversibile di una mentalità più preoccupata del momento etico-politico che di quello conoscitivo-scientifico. Alla figura resistenziale e post-bellica dell’intellettuale engagé, succede in tal modo alla fine degli anni ’50 quella di chi è teso a comprendere oggettivamente il mondo e a preservare la purezza della teoria rispetto alla prassi.
Ferdinand de Saussure. Nato a Ginevra nel 1857 da una famiglia di ricercatori e di scienziati distintisi nelle scienze naturali, partecipò del senso di crisi che investì la cultura positivistica degli ultimi decenni dell’800 mettendo in questione metodi e assunti tradizionali di molte discipline. Il suo problema fondamentale fu quello di identificare razionalmente l’oggetto della ricerca linguistica e di fondare l’indagine su un sistema coerente e ben definito di nozioni. Decise precocemente di dedicarsi agli studi letterari e linguistici. Ha 20 anni quando concepisce, 21 quando redige quello che è stato poi giudicato il più bel libro di linguistica storica che sia mai stato scritto: il Mémoire sur les voyelles (1878). Ha 22 anni quando, poco prima della laurea, si sente chiedere da un dotto professore dell’Università di Lipsia se è per caso parente del grande Ferdinand de Saussure; non ha ancora 24 anni quando, dopo un solo semestre di studio presso la Sorbonne, si vede affidare l’insegnamento di grammatica comparativa nella stessa Facoltà e con ciò si assume il compito di inaugurare la nuova disciplina nelle Università francesi. Dopo il precoce esordio, vivrà solitario, osservando davanti all’opinione scientifica internazionale un silenzio quasi completo. Morirà nel 1913, dopo parecchi mesi di malattia.
Nel Mémoire de Saussure studia il sistema vocalico i.e. e scopre che delle varie a in esso contenute, una di esse ha la singolare proprietà di non comportarsi come le altre. Molte scoperte cominciano proprio così: con un disaccordo nel sistema, una perturbazione in un campo, un movimento anomalo in un’orbita. Saussure caratterizza questa a per due tratti: 1) non è imparentata né con e né con o, 2) presenta un coefficiente sonantico, cioè la capacità di funzionare sia come vocale che come consonante. Osserviamo che Saussure ne parla come di un fonema, non di un suono o di un’articolazione. Non ci dice affatto come si pronunciasse questo fonema, a quale suono di quale sistema essa potesse avvicinarsi e nemmeno se si trattasse di un suono vocalico o consonantico. Siamo in presenza di una pura unità algebrica, un termine del sistema, ciò che più tardi egli chiamerà un’entità distintiva e oppositiva. De Saussure intuisce dunque già per tempo che nel fatto linguistico tutto è correlato e non c’è niente che esista per proprio conto. La conseguenza estrema di tale intuizione la ritroveremo nella concezione lacaniana del soggetto come mancanza-ad-essere. Cfr. anche la teorizzazione dell’oggetto piccolo a come esempio di logica algebrica.
De Saussure ebbe tuttavia altri interessi eccentrici rispetto alle posizioni ortodosse di un comparatista. Per es. fu coinvolto in un caso di spiritismo studiato da Th. Flournoy, professore di psicologia a Ginevra e uno dei primi estimatori di Freud in ambito accademico. Il libro di Th. Flournoy, Des Indes à la planète Mars (1900), conteneva le analisi dello pseudosanscrito parlato da una medium in cui si manifestava la moglie di un principe indiano tra XIV-XV sec. De Saussure analizzò questi testi di pseudosanscrito, scomponendone la parole coma aveva già fatto con sue precedenti ricerche anagrammatiche. Riteneva infatti di aver scoperto nella poesia sanscrita, greca, latina e neolatina un artificio tecnico per cui venivano inseriti nella trama della poesia nomi o parole-chiave, anagrammati, o meglio scomposti nelle loro unità costituenti (sillabe, fonemi), che comparivano distanziate l’una dall’altra, come in filigrana, in forma di parole sotto le parole.
L’opera maggiore di de Saussure è il Corso di Linguistica Generale, frutto della rielaborazione dei tre corsi da lui tenuti presso l’Università di Ginevra negli anni 1906-1911 da parte di un gruppo di suoi prestigiosi allievi: Charles Bally, Albert Sechehaye, Albert Riedlinger. La redazione del testo per le stampe pose delicati problemi filologici. Secondo i curatori:
“Pubblicare tutto nella forma originaria era impossibile… Ci siamo così attenuti a una soluzione più ardita, ma anche, crediamo, più razionale: tentare una ricostruzione, una sintesi, sulla base del terzo corso utilizzando nel contempo tutto il materiale per noi disponibile, comprese le note personali di Ferdinand de Saussure. Si trattava dunque di una ricostruzione tanto più malagevole in quanto doveva essere interamente obiettiva: su ciascun punto, penetrando fino al fondo di ciascuna particolare idea, occorreva tentare di vederla alla luce del sistema tutto intero e nella sua forma definitiva, depurandola dalle variazioni e dalle oscillazioni inerenti alla lezione parlata; occorreva poi collocarla nel suo ambito naturale, presentando tutte le parti in un ordine conforme alle intenzioni dell’autore, anche quando tale intenzione, più che apparire, si intuiva” [T. De Mauro, Introduzione a FdS, CLG, Roma-Bari 1967, pp. 4-5].
Le dicotomie del linguaggio. Il senso di tutta l’indagine saussuriana è mostrare ai linguisti l’errore in cui era impaniata la linguistica tradizionale, la quale studiava il linguaggio fondandosi su nozioni arbitrarie e incerte. Bisognava, invece, secondo lui, tornare ai fondamenti per scoprire l’oggetto-linguaggio assolutamento diverso da ogni altra cosa. Prende così corpo la straordinaria intuizione saussuriana di linguaggio come oggetto duplice, formato cioè di due parti, ciascuna delle quali ha valore solo in rapporto all’altra. Nasce la serie delle famose dicotomie saussuriane:
1) langue/parole. La lingua rappresenta il momento sociale, essenziale e sistemico del linguaggio ed è costituita dal codice di regole e di strutture grammaticali che ogni individuo assimila dalla comunità storica in cui vive, senza poterle inventare o alterare: “È la parte sociale del linguaggio, esterna all’individuo, che da solo non può né crearla, né modificarla. D’altra parte l’individuo ha bisogno di un addestramento per conoscerne il gioco; il bambino l’assimila solo a poco a poco…” [CLG, p. 24]. Come tale la langue è “un tesoro depositato dalla pratica della parole nei soggetti appartenenti a una stessa comunità, un sistema grammaticale esistente virtualmente in ciascun cervello o, più esattamente, nel cervello di un insieme di individui” [CLG, p. 23].
La parole è invece il momento individuale, mutevole e creativo del linguaggio, cioè il modo in cui il soggetto parlante “utilizza il codice della lingua in vista dell’espressione del proprio pensiero personale” [CLG, p. 24]. Essa rappresenta quindi una manifestazione concreta di intelligenza e di volontà che varia da individuo a individuo, ed anche nello stesso soggetto, a seconda delle esigenze e delle circostanze. Benché indagabili separatamente, lingua e parola, nella realtà, sono intimamente connesse fra di loro, in quanto l’una implica l’altra.
2) significato/significante. In quanto istituzione sociale, la lingua si distingue dalle altre istituzioni per il fatto di essere “un sistema di segni esprimenti delle idee”. Il segno linguistico, secondo de Saussure, unisce “non una cosa e un nome, ma un concetto e un’immagine acustica” [CLG pp. 83-84]. Quest’ultima, non è il suono materiale, cosa puramente fisica, ma la traccia psichica di questo suono, la rappresentazione che ci viene data dalla testimonianza dei nostri sensi” [CLG p. 84]. Poiché tuttavia, de Saussure osserva, per segno si intende abitualmente non la combinazione del concetto con l’immagine acustica, ma solo l’immagine acustica (cioè solo una parte del segno), per mantenere chiaramente la struttura dualistica del segno occorre modificare la terminologia iniziale. Nasce così la coppia significato /significante:
“Noi proponiamo di conservare la parola segno per designare il totale e di rimpiazzare concetto e immagine acustica rispettivamente con significato e significante: questi due ultimi termini hanno il vantaggio di rendere evidente l’opposizione che li separa sia tra di loro sia dal totale di cui fanno parte” [CLG, p. 85].
Il legame che unisce il significante al significato è arbitrario. Cfr. il diverso modo di esprimere la stessa materia concettuale nelle varie lingue: it. papà, ingl. daddy, bulg. bashta ecc. Anche le onomatopee e le esclamazioni (cioè i modi “più istintivi” di espressione soggettiva) variano da lingua a lingua e non si mantengono (come invece ci saremmo aspettati se il legame tra parte sonora e concetto della parola fosse saldo e interrelato). La nozione di arbitrarietà del segno svincola in modo irreversibile il piano del significante da quello della cosa naturale. Radicalizzando la tesi saussuriana, Lacan dimostrerà che il significato non può essere concepito come una cosa che il significante rappresenterebbe in modo più o meno adeguato, ma è un effetto immaginario della catena parlante. Nel Seminario III (1955-56) scrive che :
“a disconoscere… che è il significante in realtà l’elemento guida, non solo squilibriamo la comprensione originale dei fenomeni nevrotici, la stessa interpretazione dei sogni, ma ci rendiamo anche assolutamente incapaci di capire cosa avviene nelle psicosi” pp. 261-262.
3) sincronia/diacronia. Ogni scienza [CLG p. 99] non può fare a meno di distinguere tra un asse della simultaneità, concernente i rapporti fra le cose coesistenti, da cui è escluso ogni intervento del tempo, e un asse delle successioni su cui è possibile considerare solo una cosa alla volta, dove però sono situate tutte le cose del primo asse con i loro cambiamenti. Sulla dicotomia simultaneità/successione si innesta quella associazione (o paradigma)/sintagma. Il rapporto sintagmatico è quello c.d. in praesentia, si basa cioè su due o più termini egualmente presenti in una serie effettiva. In altre parole, nell’ordine sintagmatico il valore di un termine è dato dalla sua connessione con ciò che precede e ciò che segue. Il rapporto associativo (paradigmatico) è quello in absentia, perché unisce dei termini in una serie mnemonica virtuale. In altre parole nell’ordine associativo un termine si oppone ad altri termini che non compaiono nel discorso, ma con i quali ha quaLacanosa in comune. Es. Il bambino [e non,: il bimbetto, il ragazzino, il maschietto ecc;] mangia [e non: morde, divora, assapora ecc;] la mela [e non: il pomo, il frutto, ecc;]. De Saussure preferiva dare questo esempio:
“…un’unità linguistica è comparabile a una parte determinata di un edificio, ad esempio una colonna; questa si trova da un canto in un certo rapporto con l’architrave che sorregge; tale organizzazione delle due unità egualmente presenti nello spazio fra pensare al rapporto sintagmatico; d’altra parte, se questa colonna è di ordine dorico, essa evoca il confronto mentale con altri ordini (ionico, corinzio ecc.), che sono elementi non presenti nello spazio: il rapporto è associativo” [CLG p. 150].
Il Circolo di Praga. Le idee di de Saussure dettero presto i loro frutti sia in Svizzera che in Francia. Ma l’influenza più importante è quella da esse esercitata sulla c.d.scuola di Praga, dove furono attive aLacanune straordinarie figure di russi emigrati: il principe Nikolaj Sergeevic Trubeckoj, Roman Jakobson e Sergej Karcevskij. Quest’ultimo era stato allievo di De Saussure a Ginevra e, ritornato in patria, ne aveva diffuso per tempo le idee tra i suoi connazionali. Al circolo di Praga dobbiamo l’approfondimento e precisazione di aLacanuni concetti implicitamente presenti nel pensiero teorico di de Saussure:
1) struttura. Cfr. la scelta terminologica di linguaggio (anziché lingua, come invece fanno i linguisti) proprio per sottolineare che si tratta di considerare una struttura linguistica, non la concreta realizzazione di questa da parte di una comunità di parlanti). Cfr., per esempio, a questo proposito il modo lacaniano di approcciare l’Edipo.
2) funzione. Con tale termine, all’interno di una concezione della lingua come sistema di mezzi espressivi finalizzati alla comunicazione, funzione è il ruolo svolto da ogni elemento linguistico appartenente a quel sistema. È uno dei termini-chiave attorno al quale ruota la teoria praghese giacché è strettamente in rapporto al sistema che ogni unità linguistica riceve il proprio valore. Cfr. per Lacan la funzione del padre nell’elisione del desiderio della madre e nella estrazione del soggetto dal campo del desiderio della madre.
3) fonema e fonologia. Fonologia è lo studio dei suoni in relazione alla funzione differenziatrice di significati: pane, rane, cane, sane, tane ecc. Per fonema si intende l’unità minima con tratti distintivi.
4) tratti distintivi. Tratti fonetici che distinguono un’opposizione distintiva; tino/Dino Abbiamo il tratto di sonorità: tino/sino, del modo di articolazione (occlusiva: fricativa), tino/pino, del luogo di articolazione. Ricordiamoci del tratto unario che è il supporto dell’identificazione del soggetto in quanto implicato in modo radicalmente costituente in un’attività inconscia di conta.
5) superamento della dicotomia fra sincronia e diacronia. Lo ritroviamo, per es., nella concezione lacaniana di S(A).
Lacan debitore di Jakobson. Lacan trae da R. Jakobson la tesi secondo cui le operazioni fondamentali del parlare sono la selezione di aLacanune unità linguistiche all’interno del codice (il patrimonio lessicale comune) e la combinazione di queste unità in unità sempre più vaste e complesse, dove ogni livello integra quelli che precedono in un insieme gerarchicamente superiore: dai fonemi ai monemi alle parole, poi dalle parole alle frasi, dalle frasi agli enunciati ecc. Abbiamo una dimensione verticale di similarità e una dimensione orizzontale di contiguità. O, secondo un’altra terminologia, un asse paradigmatico e un asse sintagmatico. Questi due assi dividono il linguaggio nella sua totalità. Jakobson faceva l’esempio del menu al ristorante: l’asse della selezione è quello secondo cui decidiamo cosa ordinare fra antipasti, primi piatti, secondi piatti ecc.; l’asse della combinazione è costituito dall’ordine in verticale delle pietanze da noi ordinate (antipasto, primo, secondo ecc.). Nello studio Due aspetti del linguaggio e due tipi di afasia (1956), Jakobson analizza i disturbi degli afasici per arrivare a concludere che metafora e metonimia strutturano il campo del linguaggio. Lì dove infatti non funziona il rapporto di similarità è intaccata la funzione metaforica del linguaggio e i pazienti vanno avanti per slittamento da un termine a un altro contiguo. Es. forchetta al posto di coltello. Lì dove non funziona la combinazione, è intaccata la funzione metonimica e i malati utilizzano metafore e similitudini. Es. fuoco invece che luce.
Precisazione fondamentale. Tutto questo che è stato fin qui detto ci serve, ex post, per aiutarci a cogliere tutte le sfumature e le implicazioni d’uso di certi termini lacaniani e per cercare di ricostruire dal di dentro un certo modo di interrogarsi da parte di Lacan. Lacan si è interessato di linguistica e di strutturalismo, ma non deve essere avvicinato come se si trattasse di studiare Hegel o Marx. Ha detto J.M. Auzias, Clefs pour le structuralisme (1967):
“Jacques Lacan non è uno strutturalista, così come un pittore appartiene a una scuola di pittura. Jacques Lacan è uno psicanalista freudiano, che vuole essere di stretta osservanza. E le sue ricerche hanno incontrato quelle di Lévi-Strauss che egli nomina a più riprese… Lo struturalismo vive d’incontri, non di annessioni. Jacques Lacan incontra Lévi-Strauss, come incontra Hegel o Marx. Incontrare non è sottomettersi, né coincidere, né entrare nei quadri.”
Lacan ha infatti utilizzato la linguistica e lo strutturalismo solo come strumenti per scrivere ciò che aveva trovato nella sua pratica clinica. Tutte le accuse di cui è stato in vita e in morte fatto oggetto — quelle di essere troppo freudiano per i linguisti o troppo linguista per i freudiani — non tengono conto dell’orizzonte entro il quale egli è sempre restato: quello cioè di un praticien dell’Inconscio, ovvero dell’ordine simbolico.
Note:
1. Sincronicamente, secondo l’esigenza propriamente strutturalista in cui tutto è significante ogni significante fa parte dell’insieme. Ma nell’ordine di catena, che è un ordine di rinvio, siamo obbligati a porre che c’è almeno un significante ultimo che non fa parte dell’insieme. La correzione dell’ipotesi strutturalista si impone perché Lacan cerca di scrivere nello stesso tempo il linguaggio e la parola, cioè non soltanto l’organizzazione sincronica dei significanti ma anche la loro successione diacronica in una struttura di rinvio. È la psicanalisi, che sola può mantenere questo paradosso distruttore di logica. J.-A. Miller, I paradigmi del godimento. Intr. di A; Di Ciaccia. Roma 2001, p. 54.