06 Apr Lo Schema L – La Forclusione del nome del Padre – V Seminario – Cap. VIII
Carmen Gurnari
LO SCHEMA L nel II Seminario e nello Scritto sulla lettera rubata
LA FORCLUSIONE DEL NOME DEL PADRE – V Seminario – Cap. VIII
La volta scorsa occupandomi del III paragrafo Con Freud della Questione preliminare, prima dello schema R ho citato lo schema L (semplificato nello schema Z) che Lacan ha già introdotto nel II seminario in una parte avanzata del testo (p.309). Nella Questione preliminare (p.545) Lacan ha utilizzato tale schema per indicare come la condizione del soggetto S (nevrosi o psicosi) venga a dipendere da ciò che si svolge nell’Altro A.
La versione del secondo seminario è più articolata dal momento che Lacan qui si sta occupando dell’Io come istanza immaginaria legata alla relazione con l’altro/Altro, relazione fondamentale per rappresentare la differenza tra la nevrosi e la psicosi.
Come egli precisa: “non basta avere questo io immaginario per essere degli uomini. Possiamo ancora essere quella cosa intermedia che si chiama un pazzo. Un pazzo è precisamente colui che aderisce a questo immaginario, puramente e semplicemente” (p.309).
Sta parlando del meccanismo dello specchio e dell’io indicato con a che si vede in a’, noto che nella Questione preliminare inverte le cose: l’io è indicato come a’ e l’oggetto con a, questo a riprova del transitivismo che li lega. Cito: “egli si vede in a, per questo ha un io …. l’analisi ci insegna che l’io è una forma assolutamente fondamentale per la costituzione degli oggetti”.
E’ dunque nella forma dell’altro speculare che il soggetto vede il suo simile e la forma dell’altro ha il più stretto rapporto con l’io. Tuttavia lo speculare ha il più stretto rapporto con il linguaggio, infatti Lacan afferma: “è dal muro del linguaggio che l’immaginario prende la sua falsa realtà, che è pur sempre una realtà verificata. L’io, l’altro, il simile, tutti questi immaginari sono degli oggetti”(p.310).
Nel linguaggio comune il soggetto si rivolge ai suoi simili come fossero reali, sono coloro a cui egli parla ma, per via di questa relazione con l’immagine, sono anche coloro con cui si identifica. L’identificazione all’altro è la forma basilare del rapporto soggetto – oggetto.
Gli analisti pensano, dice qui Lacan, che ci siano altri soggetti, che ci siano rapporti autenticamente intersoggettivi. Questo accade perché il soggetto può mentire. Ci si rivolge a degli A’ – A’’ che sono ciò che non conosciamo, degli autentici Altri, dei veri soggetti.
Cito: “Essi sono dall’altra parte del muro del linguaggio, dove in linea di principio non li raggiungo mai. Fondamentalmente è loro che ho di mira ogni volta che pronuncio una vera parola, ma raggiungo sempre a’, a’’, per riflessione. Miro sempre ai veri soggetti, e mi devo accontentare di ombre. Il soggetto è separato dagli Altri, i veri, a causa del muro del linguaggio” (p.311).
Ho riportato questi passi del secondo seminario per mettere a paragone punti diversi dell’opera lacaniana che trattano dello stesso argomento in quanto può essere interessante vedere diverse formulazioni degli stessi concetti. Quello di cui ci occupiamo in particolare è il tema dell’altro piccolo e Altro grande, distinzione che, come sappiamo, è centrale nella differenza tra nevrosi e psicosi e dunque è questione fondamentale nella Questione preliminare, tema di quest’anno di studio.
Oltre al secondo seminario, un altro testo dello stesso periodo (1955) in cui appare lo schema L è Il Seminario su “La lettera rubata”, lo scritto che apre il primo volume degli Scritti.
Qui Lacan afferma: “Se l’uomo arriva a pensare l’ordine simbolico è perché vi è anzitutto preso nel suo essere. L’illusione di averlo formato con la sua coscienza proviene dal fatto che è per la via di una beanza specifica della sua relazione immaginaria con il suo simile, che egli è potuto entrare in quest’ordine come soggetto” (p.49).
Ecco di nuovo quella “beanza” che abbiamo trovato nella Questione preliminare dove Lacan scriveva: “è grazie alla beanza aperta nell’immaginario da questa prematurazione, ed in cui pullulano gli effetti dello stadio dello specchio, che l’animale umano è capace di immaginarsi mortale. Non che si possa dire che lo potrebbe senza la sua simbiosi col simbolico: ma senza questa beanza che lo aliena dalla propria immagine, non avrebbe potuto prodursi quella simbiosi col simbolico in cui si costituisce come soggetto alla morte” (p.548-549).
La beanza che è hiatus, vuoto, discontinuità, lo aliena dalla propria immagine, cioè lo fa “altro”, fa sì che il soggetto non coincida del tutto con la propria immagine (a questo è legato il soggetto diviso e l’alienazione dell’Io che nasce come “altro”) tanto da poter esserci ma anche non-esserci (ricordiamo il quesito amletico), è la questione della mancanza, la manque.
Tutto questo è importante per pensare alla psicosi, per pensare cioè a cosa può succedere se questo hiato non si forma (autismo) o non funziona allo stesso modo della nevrosi, come avviene nella psicosi, dalla più grave schizofrenia alla più “vivibile” paranoia.
E Lacan, nello stesso passo di questo testo, prosegue: “(l’uomo) non ha potuto fare questo ingresso, altrimenti che attraverso il defilè radicale della parola, quello stesso di cui abbiamo riconosciuto nel gioco del bambino un momento genetico, ma che, nella sua forma completa, si riproduce ogni volta che il soggetto si rivolge all’Altro come assoluto, vale a dire l’Altro che può annullarlo, allo stesso modo che può venire ai fatti con lui, facendosene cioè oggetto per ingannarlo. Questa dialettica dell’intersoggettività, di cui abbiamo dimostrato il necessario uso nel corso dei tre ultimi anni del nostro seminario al St.Anne, dalla teoria del transfert alla struttura della paranoia, si vale del seguente schema” (p.49-50).
E disegna anche qui lo Schema L.
Quindi dal transfert alla paranoia la dialettica dell’intersoggettività si avvale dei due assi disegnati nello schema L: quello immaginario a – a’ (io e altro) e quello simbolico tra S (soggetto) e A (Altro).
Afferma Lacan: “I due termini a – a’ rappresentano la coppia di reciproca oggettivazione immaginaria da noi isolata nello stadio dello specchio” (p.50).
Dunque lo stadio dello specchio corrisponde all’isolamento di una coppia che produce un’oggettivazione immaginaria, indispensabile perché il soggetto in sé non è coglibile come non lo è l’Altro.
La relazione speculare con l’altro è quella del narcisismo descritto da Freud, cito: “la sua posizione dominante nella funzione dell’io, può ridurre alla sua effettiva subordinazione tutta la fantasmatizzazione messa in luce dall’esperienza analitica, solo interponendosi, come è espresso nello schema, tra quell’al di qua del Soggetto e quell’al di là dell’Altro in cui di fatto la parola l’inserisce, in quanto le esistenze che si fondano su quest’ultima sono interamente alla mercè della sua fede” (ivi).
Infatti nello schema si vede l’incrocio tra le due linee S – A e a – a’ ed è alla confusione tra queste due coppie che si deve, secondo Lacan, il fatto che la psicoanalisi post-freudiana sia andata dietro, cito: “alla chimera del cosiddetto amore genitale al punto da attribuirgli quella virtù di oblatività da cui sono risultati tanti fuorviamenti terapeutici” (ivi).
Una volta soppresso il riferimento ai poli simbolici dell’intersoggettività la cura si riduce ad una utopistica rettificazione della coppia immaginaria inevitabilmente giocata sull’identificazione all’io dell’analista preso come modello. A questo punto consideriamo lo schema L nel V seminario intitolato Le formazioni dell’inconscio, lo incontriamo nella sezione intitolata: La logica della castrazione di cui andiamo a leggere alcuni capitoli che ho scelto di commentare per arricchire la lettura della Questione preliminare allentando la morsa della
condensazione che questo scritto presenta.
Partendo dall’VIII capitolo dedicato alla forclusione del Nome del padre datato 8 gennaio 1958 passeremo per la metafora paterna del 15 gennaio ed arriveremo ai due capitoli dedicati ai tre tempi dell’Edipo, rispettivamente del 22 e del 29 gennaio.
Teniamo presente che la Questione preliminare data dicembre 1957 – gennaio 1958, ciò significa che, mentre procede alla stesura del testo scritto, Lacan svolge questi stessi temi nel suo insegnamento orale.
Partiamo dunque dalla prima di queste quattro lezioni.
La forclusione del nome del padre
La lezione inizia con la citazione di Bateson (prima biologo poi antropologo, etnografo, figlio di un famoso genetista e terzo marito di Margaret Mead autrice della nota opera: Verso un’ecologia della mente) che introduce la nozione di comunicazione nella relazione madre-bambino arricchendo il semplicistico schema dell’alternanza tensione frustrazione da un lato e soddisfacimento dall’altro, e tenta di formulare come principio della genesi del disturbo psicotico la dialettica del doppio legame (double bind). Si tratta di una dialettica di doppio senso creata da, cito: “due messaggi simultanei nella stessa emissione di significazione” (p.146) che mettono il soggetto in un vicolo cieco. Nell’esempio di Gisela Pancow: “se rispondo alla dichiarazione d’amore che mi fa mia madre, provoco il suo rifiuto e se non la sento, cioè non le rispondo, io la perdo” (ivi).
Merito di questa visione è quello di postulare, nel tentativo di ricostruire quanto può essere successo all’origine, cito: “una posizione del soggetto profondamente lacerata, traballante nei confronti di ciò che il messaggio ha di costitutivo per lui” (p.147) il che equivale a dichiarare che il messaggio, all’origine, ha una funzione costitutiva per il soggetto.
Afferma infatti Lacan: “Il problema che si pone a proposito della psicosi è quello di sapere che cosa avviene al processo della comunicazione quando appunto non giunge ad essere costitutivo per il soggetto. Si tratta di cercare un altro punto di riferimento” (ivi)
Bateson intuisce che si tratta di qualcosa inerente alla significazione, infatti parla di doppio messaggio, di doppia significazione ma non tiene conto di quanto ha di costitutivo il significante per la significazione, cioè si muove esclusivamente in una dimensione di significato.
Gisela Pancow si spinge oltre comprendendo che a mancare è, dice Lacan: “la parola che fonderebbe la parola in quanto atto. Tra le parole bisogna che ce ne sia una che fonda la parola in quanto atto del soggetto” (p.149) per lui è questa la direzione giusta, si tratta un’esigenza di stabilizzazione di tutto il sistema.
La Pancow, in mancanza di meglio, la cerca nella personalità, Lacan invece cerca qualcosa che, cito: “fondi la significazione stessa, che è il significante – ed ancora qualcosa di più” (ivi).
E’ la legge, afferma Lacan: “chiamiamo qui legge ciò che si articola a livello del significante, vale a dire il testo della legge” (p.148).
Si tratta di qualcosa, a livello del significante, che autorizza il fatto che ci sia una legge. Cito: “è ciò che chiamo il Nome del padre, vale a dire il padre simbolico. E’ un termine che sussiste a livello del significante e che, nell’Altro, in quanto sede della legge, rappresenta l’Altro. E’ il significante che dà supporto alla legge, che promulga la legge. E’ l’Altro nell’Altro” (ivi).
Insomma perché legge ci sia deve esserci qualcosa che l’autorizza ed è questa la sostanza del mito di Edipo, infatti è legittimo chiedersi: perchè Freud ha avuto il problema di fondare l’origine della legge e perchè lo ha fatto ricorrendo al mito?
Ci vuole l’uccisione del padre perché nasca la legge, il padre in quanto promulgatore della legge è il padre morto. Testimonianza di una perdita subita, Lacan lo chiama: il nome del padre, egli è “morto” in quanto è un simbolo e come tale può operare in una posizione speciale a garanzia di tutto l’ordine simbolico.
Ciò significa articolazione di un certo ordine del significante. Quello che, per Freud, è il complesso di Edipo o legge della proibizione della madre, per Lacan è, cito: “un significante che significa che all’interno di questo significante il significante esiste” (p.149).
Si tratta dunque di un significante essenziale (il Nome del padre) all’interno dell’Altro che può mancare come in uno spazio tipografico può mancare una lettera, in questo caso c’è Verwerfung al posto della Verdrangung cioè avviene qualcosa di diverso dal continuo svolgersi ed ordinarsi della catena significante nell’Altro che accade, in quanto rimosso ed in quanto significante, al di fuori della nostra consapevolezza. Cito: “Prova ne è che essa (la catena significante) continua ad agire
senza che voi le diate la pur minima significazione, e che essa determina ogni minima significazione senza che voi la conosciate come catena significante” (p.148).
Tutto quel che, di sostanziale, avviene nella psicosi ruota intorno alla necessità di supplire alla mancanza di questo speciale significante che è il nome del padre.
Ecco perché Lacan ha iniziato il seminario dedicato alle formazioni dell’inconscio proprio dal motto di spirito, si tratta di quella formazione in cui si tocca in modo più tangibile questo doppio volto dell’Altro: luogo del codice ma anche Altro soggetto, cioè rappresentante di quell’al di là (Altro dell’Altro) che garantisce il funzionamento del significante in quanto significante.
E’ forse questa la ragione per cui è cosi difficile incontrare il motto di spirito nello psicotico? Possiamo affermare questo? Lo propongo alla discussione.
Di fatto il motto di spirito è fabbricato nel modo, cito: “meno intenzionale che ci sia…qualche volta non è altro che il rovescio di un lapsus” (p.149). Che sia un segno d’ingenuità o che ci si accorga solo a posteriori di essere stati spiritosi, il suo effetto è in buona parte affidato alla sorpresa che suscita cioè all’espressione di qualcosa che non ci si aspetta e lo speciale soddisfacimento che provoca è, secondo Lacan, tutto da indagare e conduce alla dialettica della domanda a partire dall’ego.
La linea curva del grafo del desiderio scaturisce da un momento simbolico primordiale inesistente ma strutturalmente necessario, un punto ideale.
Quando l’intenzione incontra, nell’Altro, la catena significante diventa messaggio, ecco come Lacan descrive la possibilità di soddisfacimento legata alla parola: “La perfetta identità, simultaneità, esatta sovrapposizione, tra la manifestazione dell’intenzione, in quanto è quella dell’ego ed il fatto che il significante è come tale avallato dall’Altro, sta al principio della possibilità del soddisfacimento della parola. Se questo momento che chiamo momento primordiale ideale, esiste, deve essere costituito dalla simultaneità, dalla coestensività esatta del desiderio in quanto si manifesta, e del significante in quanto lo porta e lo comporta. Se questo momento esiste, il seguito, vale a dire ciò che segue al messaggio, al suo passaggio nell’Altro è contemporaneamente realizzato nell’Altro e nel soggetto e corrisponde a ciò che è necessario perché vi sia soddisfacimento” (p.150).
E’ anche il momento, aggiungerei, di radicamento del soggetto e della sua parola nell’Altro, radicamento con “garanzia” intendo, in quanto si tratta di ciò che rende possibile che un dato messaggio sia sentito dal soggetto come proprio. E’ quanto, come vedremo, manca a Schreber.
Inoltre, a proposito di questa “simultaneità” o meglio “identità” tra manifestazione dell’intenzione ed avallo dell’Altro di cui parla qui Lacan, potremmo anche ripensare a quell’identità di percezione che Freud indica, nel famoso VII capitolo dell’Interpretazione dei sogni, come mira del desiderio onirico.
Si tratta, in ogni caso, di un momento mitico di corrispondenza tra tendenza, desiderio e sua traduzione nell’Altro di cui possiamo cogliere un eco in un fenomeno come quello del motto di spirito, ad essere in gioco è la stessa possibilità di soddisfacimento della parola, soddisfacimento sostitutivo che compensa la perdita di godimento legata alla perdita della “cosa”. E’ quanto Lacan chiama godimento fallico ed il il motto di spirito darebbe un esempio tangibile di questo godimento che, di
norma in modo dissimulato, sottende la parola.
Il significante nel messaggio si presenta come significato, vale a dire qualcosa che è fatto della trasformazione, della rifrazione del desiderio per via del suo passaggio attraverso il significante. Le due linee nel grafo si incrociano ed è così che il soggetto incontra l’Altro.
Afferma Lacan: “Incontra l’Altro dunque, ma non vi ho detto che incontra l’Altro come persona, lo incontra come tesoro del significante, come sede del codice…. Il desiderio giunge dunque come significante altro da quello che era in partenza”(p.151).
Per questo, a detta di Lacan, il nostro desiderio è sempre cornuto, cito: “anzi siete piuttosto voi che siete cornuti. Siete voi stessi traditi dal fatto che il vostro desiderio ha fatto l’amore con il significante” (ivi).
Per quanto riguarda il soddisfacimento del desiderio tutto dipende da quello che succede nel punto A (Altro) che non è soltanto il luogo del codice, ma è il luogo di ben altro, dice Lacan: “c’è la legge, ci sono gli interdetti, c’è il super-io ecc… dovete capire che, appena parlate a qualcuno, c’è un Altro, un altro Altro in lui (…). E’ indubbio che, ogni possibile soddisfacimento del desiderio umano dipenderà dall’accordo del sistema significante in quanto articolato nella parola del soggetto e, direbbe il signor La Palice, del sistema del significante in quanto riposa sul codice”(ivi). Vale a dire che è in gioco l’accordo tra la parola del soggetto e l’Altro come luogo del codice, questo è cosa evidente, però si tratta di tratteggiare la connessione tra lo schema (il grafo) e la questione del Nome del Padre, vale a dire tra la questione del desiderio e le sue conseguenze psichiche, dichiara Lacan: “vedrete come si prepara e si disegna , dato che non si genera, né soprattutto si genera da solo (la connessione), poiché per arrivarci deve fare un salto. Non avviene tutto nella continuità, dato che la proprietà del significante è appunto quella di essere discontinuo” (ivi).
Ora, il motto di spirito, che: “dopotutto non dà nessun soddisfacimento particolare immediato, consiste nel fatto che avviene qualcosa nell’Altro che simbolizza quella che potremmo chiamare la condizione necessaria ad ogni soddisfacimento”. Vale a dire il fatto di essere ascoltati al di là di ciò che diciamo. In nessun caso però, ciò che diciamo può veramente far sì che si sia davvero capiti.
L’anima del motto di spirito è il meccanismo della metafora che vi dispiega in modo peculiare le proprie possibilità. Particolarmente interessante è il fatto che il soddisfacimento si annidi proprio in ciò che si presenta come “inciampo del significante” perché è questo segno che rimanda ad un al di là di ciò che si dice, nelle parole di Lacan: “a questo segno l’Altro riconosce la dimensione dell’al di là dove deve significarsi ciò che è in causa e che non potete significare in quanto tale” (p.152).
Vedremo come questo al di là abbia a che fare con il fallo, cioè con l’oggetto che non c’è, l’oggetto del desiderio che guida la significazione psichica secondo quella logica che definiamo appunto come “fallica”.
Il fallo è anche però, e non a caso, implicato nella commedia e questo ci riporta al nostro discorso attraverso l’umorismo. Se infatti lo scacco della comunicazione del
desiderio tramite il significante trova un certo compenso nel motto di spirito capace di provocare una sorta di felicità, io credo che questo sia implicato anche nel meccanismo dell’umorismo in generale, in questo secondo caso però, la modalità è più consapevole e non possiamo parlare di formazione dell’inconscio in senso stretto, tuttavia, se l’effetto riesce vuol dire che l’inconscio entra in gioco.
Vediamo ancora come Lacan descrive tutto questo, cito: “l’Altro avalla un messaggio come fallito, mancato, ed in questo stesso fallimento riconosce la dimensione al di là della quale si situa il vero desiderio, ovvero ciò che, in ragione del significante, non giunge ad essere significato” (p.152).
Questo estende la dimensione dell’Altro che, cito: “non è più soltanto la sede del codice ma interviene come soggetto avallando un messaggio nel codice e complicandolo” (ivi). Ci troviamo qui a livello della legge come tale dal momento che l’Altro, intervenendo anche in quanto soggetto, conferisce al messaggio quel tratto supplementare che lo designa come al di là del messaggio, è quanto può fondare la legge.
Insomma un fenomeno che è nel significante ma che ne rivela la defaillance, l’impotenza (come fa, del resto, anche l’atto mancato..) sta per l’emersione del vero desiderio ovvero di ciò che spinge ma che non può essere significato. Per questo Lacan in questo seminario sulle formazioni dell’inconscio parte proprio dal lapsus. Tuttavia quando ci indirizziamo all’altro non lo facciamo sempre con una battuta di spirito, se lo facessimo saremmo più felici, afferma Lacan, e questo rende parzialmente ragione dello stile delle sue lezioni spesso ironico e punteggiato da battute, non per niente egli dichiara: “E’ quanto cerco di fare durante il breve tempo di questo discorso che vi rivolgo, ma non ci riesco sempre, senza che sia possibile
capire se sia colpa mia o colpa vostra” (p.153).
C’è nella lingua una parola che, per eccellenza, ha a che fare con l’evocazione dell’altro è il “tu”, è qualcosa di essenziale in ciò che Lacan ha chiamato: “la parola piena, la parola in quanto fondatrice nella storia del soggetto, il tu di: tu sei il mio padrone o tu sei la mia donna. Questo tu è il significante dell’appello all’Altro”.
Nel seminario sulla psicosi Lacan si era dato da fare per illustrare la differenza tra due formulazioni della stessa frase: Sei tu che mi seguirai e Tu sei colui che mi seguirai (con una i in più).
Nella prima c’è qualcosa di più che manca nella seconda, c’è un’invocazione, cito: “Sei tu che mi seguirai, ti invoco, ti assegno di essere colui che mi seguirà, suscito in te il -si- che dice io sono tuo, mi consacro a te, sono colui che ti seguirà”(p.153).
La seconda formulazione è piuttosto una constatazione, cito: “annuncio, constato, rendo oggettivo, addirittura eventualmente respingo: Tu sei colui che mi seguirà sempre, ne ho piene le scatole”(ivi). Può trattarsi perfino di un rifiuto.
Nell’invocazione invece, cito: “io faccio dipendere il mio desiderio dal tuo essere, nel senso che ti chiamo ad entrare nel percorso di questo desiderio, qualsiasi esso sia, in maniera incondizionata” (ivi). Qui l’appello è alla voce “ossia a ciò che supporta la parola. Non faccio appello alla parola bensì al soggetto in quanto porta la parola ed è per questo che mi trovo a quel livello che Lacan chiama: “personalista”
(p.154).
Vedremo poi più da vicino, nei tre tempi dell’Edipo, come si avvii questo gioco con l’altro/Altro agli albori del soggetto nella dinamica desiderante madre bambino e vi ritroveremo come essenziale il Nome del padre.
In ogni caso però, nell’ottica di Lacan, questo livello “personalista”, pur essendo ineludibile, non deve scivolare nell’ineffabilità del vissuto dell’Altro perchè l’al di là della parola esso è articolato, e lo è anche nel caso del delirante o del mistico. E’ questo un punto essenziale che Lacan ribadisce anche nella Questione preliminare, egli ritiene che l’ineffabilità del vissuto patologico sia un alibi atto a coprire l’inefficienza teorica della visione psichiatrica (qui la citazione è per Blondel).
E’ ineffabile ciò di cui non si può parlare e che dunque non si dice, ma ciò che viene detto, essendo articolato nella parola, ha una struttura e dunque pone un ordine che possiamo cogliere a condizione di non pensare che la parola sia fatta per rappresentare il significato, in questo caso, ci dice Lacan, cito: “affogheremmo subito perché noi il significato non lo conosciamo” (p.155).
Naturalmente invocando il Tu nel rivolgerci all’Altro incontriamo tutta la sua impenetrabilità personale soggettiva, ma non è questo il livello che abbiamo di mira. L’invocazione ha a che fare con l’appello che rimanda al desiderio ed alla domanda.
Non basta dire all’altro: tu, tu… si tratta piuttosto di, cito: “dargli la stessa voce che noi desideriamo che egli abbia, di evocare questa voce che è appunto presente nel motto di spirito come sua dimensione specifica. La battuta di spirito è una provocazione che non riesce a fare il grande prodigio, che non arriva al grande miracolo dell’invocazione. E’ a livello della parola, ed è in quanto questa voce si articola in conformità con il nostro desiderio, che trova posto l’invocazione” (ivi). Dunque l’invocazione ha a che fare col desiderio (ricordiamo che la voce in Lacan sarà uno degli oggetti parziali, pulsionali, aggiunti ai tre freudiani) ed ogni soddisfacimento della domanda viene a dipendere dall’Altro in quanto, sospesa com’è all’andirivieni circolare dal codice al messaggio e dal messaggio al codice, è solo dall’Altro che può venire l’autentificazione del proprio messaggio nel codice. Quello che Lacan chiama Nome-del-Padre ha a che fare con l’Altro nell’Altro,
cioè rappresenta nell’Altro l’Altro, lo specifica, lo particolarizza in quanto conferisce portata alla legge. Afferma Lacan: “Se c’è forclusione del Nome del Padre, cioè assenza di questo significante, le connessioni tra il messaggio e il codice sono distrutte ed impossibili” (p.156).
A questo si devono i due tipi fondamentali di fenomeni di voce che appaiono nel presidente Scheber a causa di questo “difetto”, di questa “mancanza” (ivi).
E’ proprio nel vuoto legato a questo difetto o mancanza che le voci insorgono e risuonano, laddove fallisce quell’evocazione del tu legata all’intervento del Nome del padre come unico fondamento dell’autonomia della legge, dal momento che è solo sulla legge che può fondarsi, per il soggetto, la possibilità di veder avallato il proprio messaggio. Ed è proprio su questo “punto di oscillazione, di “viraggio” che il soggetto può precipitare nella psicosi.
Senza il Nome del Padre, cioè senza l’Altro dell’Altro non c’è possibilità di fondazione stabile del tu, in quanto questo “tu” non può contare su una legge che lo fonda. Che il proprio messaggio sia avallato significa avere un perno su cui consistere.
L’accento cade dunque sull’autonomia della legge. L’unica autonomia possibile per il soggetto è quella della legge che lo governa, sappiamo del resto, come in biologia ciò sia vero anche per l’organismo e vedremo meglio nell’articolazione dell’Edipo come questa autonomia possa fondarsi.
Ma tornando al nostro testo vediamo come in Schreber appaiano due grandi categorie di voci e di allucinazioni proprio come risultato dell’esclusione delle connessioni tra il messaggio e l’Altro.
Da una parte abbiamo la lingua fondamentale, Grundsprache, insieme di significanti che si presentano come elementi originali del codice articolabili gli uni con gli altri che fanno parte di una lingua così ben organizzata da ricoprire il mondo con la sua rete significante senza però che vi sia nulla di certo se non il fatto che si tratti della significazione essenziale, totale, potremmo dire: la significazione in se stessa. Lacan afferma che ciascuna di queste parole ha un suo peso particolare, un suo accento, una sua portata significante. Il soggetto le articola le une in rapporto con le altre, però ogni volta che esse sono isolate, appare la dimensione della certezza che evoca in modo stupefacente la dimensione enigmatica della significazione, dice Lacan: “L’Altro non emette se non da un al di là del codice senza nessuna possibilità di integrarvi ciò che può venire dal luogo in cui il soggetto articola il suo messaggio”.
I messaggi non sono autenticati dal ritorno dall’Altro, nel senso che non riescono ad integrare nel codice un’intenzione soggettiva, tuttavia vengono dall’Altro in quanto solo da lì possono venire dal momento che sono fatti della lingua dell’Altro. Privati dell’intenzione soggettiva essi restano però aperti in una specie di proposta, si presentano come frasi interrotte: Adesso io mi voglio… Questa cosa me la voglio… Adesso però dovrebbe…
Cosa manca? Si chiede Lacan, cito: “il pensiero principale, quello che si esprime a livello della lingua fondamentale. Le voci stesse che conoscono tutta la teoria dicono anche: ci manca la riflessione”.
Dall’Altro partono messaggi che non è possibile avallare come tali, Lacan dichiara: “Il messaggio si manifesta qui nella dimensione pura e spezzata del significante, come qualcosa che non comporta la sua significazione se non al di là di se stesso, qualcosa che, per non poter partecipare all’autenticazione da parte del tu, si manifesta come qualcosa che non ha altro oggetto se non il presentare come assente la posizione del tu dove si autentifica la significazione” (p.158). Il soggetto si sforza di completare questa significazione, il messaggio rimane spezzato in quanto non può passare per la via del tu. Perchè la dimensione dell’Altro, in quanto tesoro del significante, possa esercitare la sua funzione occorre che ci sia il significante dell’Altro in quanto Altro. L’Altro per funzionare, deve possedere l’Altro per essere in grado di conferire fondamento alla legge, si tratta di una dimensione dell’ordine del significante che deve incarnarsi in persone che possano fare da
supporto a questa autorità.
Ciò che conta non è che il padre sia lontano o che sia un “coglione”, ma che il soggetto abbia acquisito la dimensione del Nome del padre.
Facciamo ora un ultimo passaggio per lo schema L con il quale Lacan, nel paragrafo terzo, chiude questo capitolo ed introduce il prossimo che sarà dedicato alla metafora paterna.
E’ importante distinguere il Nome del padre dal padre reale. Afferma Lacan: “Il Nome del padre bisogna averlo ma bisogna anche sapersene servire. La sorte e la riuscita di tutta la faccenda possono dipendere proprio da questo” (p.159).
Si tratta dunque di sapersi servire del nome del padre. Come vedremo l’essenza della metafora paterna Lacan la rappresenta con un triangolo ai cui vertici compaiono gli elementi edipici: Madre – Padre – Bambino, questo triangolo può essere messo a confronto con lo schema L dove compare il soggetto S, l’Altro A, l’a piccolo e l’a’ piccolo del rapporto speculare.
Cito: “Tre di questi quattro punti cardinali sono dati dai tre termini soggettivi del complesso di Edipo in quanto significanti, li ritroviamo su ciascun apice del triangolo…. (ivi). Nella clinica, di fronte ad un paziente, dobbiamo chiederci non quale madre o padre abbia avuto o non avuto ma cos’è per lui una madre o un padre…cioè come operi in quanto significante.
Proseguo citazione: “Il quarto termine è S. Lui è ineffabilmente stupido, poiché non ha il proprio significante. E’ al di fuori dei tre apici del triangolo edipico e dipende da quanto succederà in questo gioco. E’ il morto della partita. E’ proprio perché la partita è strutturata in tal modo – intendo dire che non continua solamente come partita particolare, ma come partita che si istituisce in regola – che il soggetto dipenderà dai tre poli che si chiamano Ideale dell’io, Super Io e realtà” (p.160).
L’introiezione delle figure edipiche della psicoanalisi freudiana, quella che porta alla formazione delle grandi istanze psichiche, viene intesa da Lacan come l’esito, il prodotto di una “partita” in cui i ruoli si polarizzano in “regola”. Da quella partita particolare che il soggetto (l’assoggettato) si troverà a giocare, se le cose non andranno troppo male, scaturirà un’etica atta a guidare il soggetto.
Però, afferma Lacan: “per capire la trasformazione della prima triade in quell’altra, bisogna considerare che, per quanto morto sia, il soggetto, perchè vi è soggetto (cioè “assoggettato”, lo vedremo meglio con i tre tempi dell’Edipo) in questa partita, ci sta a sue spese. Da questo punto non costituito (S) in cui si trova, dovrà parteciparvi – se non con i suoi soldi, non ne ha forse ancora, almeno con la sua pelle, vale a dire con le sue immagini, la sua struttura immaginaria e tutto quel che segue. E’ così che il quarto termine, S, si rappresenterà in qualcosa di immaginario che si oppone al significante dell’Edipo e che deve essere, perché funzioni, ugualmente ternario” (ivi). Abbiamo già parlato della posizione del morto nel gioco del bridge come quella di qualcuno che non prende parte al gioco se non nella posizione di chi ne è determinato. Sebbene il soggetto sia ancora soggetto bruto, nudo, non ancora costituito come tale e quindi non meglio definibile, tuttavia per entrare nel gioco edipico dovrà lasciarsi prendere dal gioco immaginario che Lacan rappresenta in un altro triangolo, un triangolo sovrapponibile a quello edipico in cui il soggetto può rappresentarsi in una posizione immaginaria che “si oppone” dice Lacan al significante edipico.
Qual è questa posizione immaginaria? E’ quella del fallo. Il fallo è dunque la risorsa tramite la quale il soggetto privo di mezzi propri, può entrare in gioco.
“Beninteso” prosegue Lacan “esiste un intero stock, un intero bagaglio di immagini. Per saperlo aprite i libri di Jung e della sua scuola non vedrete che immagini”. Una serie di immagini fondamentali: il serpente, il drago le lingue,
l’occhio di fuoco, la pianta verde, il vaso di fiori, la portinaia che si presentano, dice Lacan: “imbottite di significazione (cioè sono dell’ordine del significato non del significante), solo che non ce ne facciamo proprio nulla” servono soltanto a perdersi nella foresta dove vegetano gli “archetipi primitivi”.
Quello che, invece, ci serve davvero per capire la dialettica intersoggettiva dice Lacan: “si riduce a tre immagini selezionate…da assumere come guida” (ivi).
E’ il meccanismo di riduzione logica che Lacan adotta per puntare l’essenziale del processo. Si tratta delle tre immagini collocabili ai vertici del triangolo immaginario che ha per base: a – a‘ e come apice il fallo, triangolo omologo per la base al triangolo bambino-madre-padre, tanto da confondercisi. Cito: “si tratta del rapporto tra il corpo in frammenti ed allo stesso tempo avviluppato da un bel numero di quelle immagini di cui parlavamo con la funzione unificante dell’immagine totale del corpo” (ivi).
In altre parole, il rapporto dell’io e dell’immagine speculare ci dà la base del triangolo immaginario al cui vertice vedremo apparire il fallo che, come vedremo, sarà effetto della metafora paterna.
Nel seminario dell’anno precedente, dedicato alla relazione oggettuale, lo abbiamo visto apparire in posizione terza tra madre e bambino ed il seminario era terminato sulla relazione tra il Nome del Padre e il fantasma del piccolo Hans su cui era costruita la fobia del cavallo.
Come è noto il fallo, in Freud, appare come oggetto privilegiato tra gli oggetti della pulsione e quindi non è a caso che esso compare nel IV seminario lacaniano dedicato all’oggetto, qui nel V seminario lo vediamo prendere posto tra le formazioni dell’inconscio.
Oggi la psicoanalisi va errando solo per il fatto che se ne va allontanando sempre più. Dichiara Lacan: “Essa elude la funzione fondamentale del fallo, con cui il soggetto immaginariamente si identifica, per ridurlo alla nozione di oggetto parziale. La cosa ci riporta alla commedia” (p.161).
E su questo conclude il capitolo. In effetti, io trovo che una delle ragioni fondamentali dell’oscurità e direi anche dell’ostilità che suscita nei post-freudiani il discorso lacaniano è proprio il fatto che non si è fatta luce sulla significazione del fallo, cioè sul ruolo fondamentale di questo particolare oggetto-significante (e lo dico marcando la contraddizione che i due termini si portano dietro…) e sul punto di snodo tra i due registri Simbolico e Immaginario che esso rappresenta in relazione al nome del padre. Per questo, incontrando questa questione nella Questione preliminare ho deciso di soffermarmici nel dettaglio e di portarla alla discussione .
Ricollegandomi allora alla prima parte di questa lezione la concluderò dicendo che se la relazione immaginaria con il simile, il piccolo altro, può funzionare dando luogo ad un io, ciò è possibile in quanto questo incontro primordiale si accompagna a quello con la parola articolata, quel muro del linguaggio nominato all’inizio. Come vedremo nel dettaglio seguendo questi capitoli dedicati al complesso di Edipo, il simbolico può realizzare la sua funzione grazie al fallo, cioè a quell’oggetto immaginario che, costituendosi in posizione terza tra madre e bambino, assume una funzione simbolica scollando i due elementi della relazione speculare grazie al meccanismo della metafora. E’ questa, come vedremo, la funzione del padre, o, più
precisamente, del nome del padre, dunque funzione fallica e funzione del padre sono strettamente legate.