Stile e traduzione in psicanalisi – di Carlo Albarello

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Presentazione del Dizionario di psicanalisi, a c. di R. Chemama-B. Vandermersch, edizione italiana a cura di Carlo Albarello e del Laboratorio Freudiano per la formazione degli psicoterapeuti, Gremese, 2004

di Carlo Albarello

Un giorno, studioso del medioevo latino, assistevo alla presentazione dell’edizione critica dell’Elegantiae linguae latinae di Lorenzo Valla, che si colloca tra un dizionario e una grammatica di latino. Per un latinista, si trattava di un vero evento.

E rimasi stupito nell’udire che l’editrice del testo, dopo tanto lavoro, iniziasse il suo intervento dicendo che di quel libro non voleva più occuparsene e che nella sua attività di studiosa preferisse abbandonare subito dopo la stampa le sue opere, che definiva figli cartacei.

E oggi è con un certo imbarazzo che ho accettato questo invito da parte di Marisa Fiumanò per rendere conto di ciò che ho messo in pratica, ossia un’attività di traduzione che ho condiviso con altri ed un’operazione editoriale di cui sono pienamente responsabile. Nell’introduzione Muriel Drazien ha voluto ricordarne i tempi e le fatiche. Mancano le ore e le intere serate trascorse, ogni settimana per più di due anni, a fare e disfare. Con i suoi termini rari e le costruzioni ricercate, quest’opera non poteva che generare spontaneamente il commento e la discussione. Le parti oggetto di lavoro intenso erano infatti quelle la cui interpretazione si presentava più problematica: testo mal stabilito o lacunoso, errori dell’autore, allusioni percepibili solo dagli edotti.

Più volte un significante tradotto alla sera, il mattino successivo ci sembrava inadeguato, come una tela di Penelope. Sì perché quello che correntemente si rinfaccia ai lacaniani è di non parlare la lingua dell’altro, di essere chiusi in un cerchio di neologismi e di un lessico specifico solo a loro noto.

In questa sede più della dinamica della composizione ci riguarda la questione dello stile, in primis quello di Lacan e della letteratura psicanalitica, ricordando la frase di Mounin: «Anche per il lettore il genio degli altri è quasi sempre un lavoro di lunga pazienza»[1].

Il libro sui 789 neologismi di Lacan rivela che la tecnica del suo stile non interessava solo la sintassi e la grammatica, ma anche l’invenzione verbale, che mette la lingua alla prova della più estrema leggerezza, parola volatile e provvisoria per eccellenza. E ripercorrendo la bella introduzione di Cristiana Fanelli il lettore potrà rendersene pienamente conto. Cito: «Con questi significanti siamo all’interno del tessuto linguistico lacaniano, ove giochi di parole, omofonie, neologismi, Witze, funzionano come produzioni dell’inconscio. Sono, perciò, strade privilegiate da Lacan e dalle generazioni di psicanalisti che hanno frequentato i suoi Seminari. Tra i molti extime, désetre, parletre, m’etre, discque-ourcourant, dit-mension».

Così Lacan conclude il suo testo La psicanalisi e il suo insegnamento (1957): «Ogni ritorno a Freud che dia materia ad un insegnamento degno di questo nome, si produrrà unicamente per la via attraverso cui la verità più nascosta si manifesta nelle rivoluzioni della cultura. Questa via è la sola formazione che potessimo pretendere di trasmettere a coloro che ci seguono. Si chiama: uno stile»[2].

Ma perché lo stile degli analisti (che si intravede nella diversità delle voci che compongono questa opera) non ha la limpidità cartesiana? Limpidità cartesiana nel senso che tutte le cose vanno al loro posto, ben collegate da relazioni perfettamente stabilite?

Lacan giustifica le difficoltà del suo stile per il fatto che esso «dipende anche dall’oggetto in questione», ossia «non semplicemente di parlare della parola ma di parlare per così dire sul filo della parola»[3].

È a partire dall’inconscio stesso e dalla matrice che egli impone alle relazioni logiche che gli analisti hanno spesso una scrittura curiosa e uno stile molto strano quando cercano di rendere conto del loro lavoro[4].

Lacan stesso apre la sua raccolta degli Scritti con un’epigrafe in esergo: «Lo stile è l’uomo a cui ci si rivolge», per concludere: «è l’oggetto che risponde alla questione dello stile che poniamo fin dall’inizio. Al posto che per Buffon era segnato dall’uomo, noi chiamiamo la caduta di questo oggetto, rivelatrice in quanto lo isola ad un tempo come causa del desiderio in cui il soggetto si eclissa, e come ciò che sostiene il soggetto tra verità e sapere». E in questo vi rimando alle singole voci dell’opera.

E di dizionari Lacan si è spesso avvalso nel corso della sua pratica e, per eccellenza, al Dizionario etimologico Le Bloch e von Wartburg, citatissimo nei seminari. Solitamente essi servono per conservare e canonizzare gli atti di dire di una lingua oppure per raccogliere i significanti di una disciplina specifica. In questo caso la psicanalisi. Nella temperie rarefatta dell’editoria, quest’opera è una rassicurante sorpresa. Scorrendo le varie voci con semplice processo cursorio, si trae lo shock di una cifra riassuntiva, che squaderna subito l’ampiezza del fenomeno e la vastità delle analisi conducibili.

Questo dizionario ne conserva, di quella lacaniana, tutto il carattere sovversivo e allo stesso tempo il modo stesso con cui nell’inconscio vengono trattate le questioni che attraversano l’uomo, ma secondo lo stile dell’inconscio stesso. Per stile intendo cio’ che caratterizza il suo modo di scriversi. Perché questo modo di scriversi dell’inconscio pone problemi particolari, tanto da aver spinto gli autori del Dizionario a descriverli e articolarli nelle varie voci che compongono quest’opera?

Basterebbe pensare alle mutazioni che l’inconscio pone alle relazioni logiche nei sogni, negli atti mancati, nei motti di spirito. Certo canonicamente sono chiamate formazioni dell’inconscio ma anche degli inconvenienti per la logica dell’uomo pensante.L’analisi è un’esperienza di parola, discontinua, con effetti legati al tempo, all’anticipazione, all’après-coup, con degli scarti tra enunciato ed enunciazione.

Le singole voci possono apparire poco omogenee. In realtà, l’uniformità è un criterio che mal di adatta al discorso psicanalitico, perché supporrebbe l’esistenza di un rapporto univoco tra il discorso e ciò che nell’immediato si elabora; supporrebbe un adeguarsi del dire al detto, tra il soggetto dell’enunciato e il soggetto dell’enunciazione. Paragonate ai misfatti che comporterebbe una tale sutura, le suspens di senso nelle quali è lasciato talora il lettore attento non sono nulla.

Per questo motivo, forse, diceva Lacan, «l’unica obiezione che si può fare contro il dizionario è solo questa: è un dizionario. Abbiamo sempre a che fare con dei dizionari, nonostante la contraddizione interna che c’è nel termine dizionario. […] Un dizionario è sempre contraddizionario».

[1] G. Mounin, «La communication poétique» précédé de «Avez-vous lu Char?», Gallimard, Paris 1969, p. 38

[2] J. Lacan, La psicoanalisi e il suo insegnamento, in Scritti, I, pp. 451-52.

[3] J. Lacan, Le formazioni dell’inconscio, p. 26.

[4] C. Melman, Nouvelles études sur l’inconscient, p. 35