Il rapporto fra la funzione del nome del padre forcluso e il tipo di psicosi – di Fabrizio Gambini

In ciò che sto per proporvi invece prendiamo un episodio che accade e viene tagliato trasversalmente e viene analizzato a partire dal tentativo di identificare la struttura soggiacente a quello scambio o a quel tipo di produzione verbale e di questo troverete traccia negli esempi clinici che vi darò, tratti dalla recente esperienza in ospedale.

di Fabrizio Gambini

Il titolo che avevo dato a questo incontro, riguarda se ci sia la possibilità di differenziare qualcosa all’interno del campo delle psicosi, non tanto dal punto di vista fenomenico o descrittivo (descrivere le diverse forme di psicosi), ma piuttosto cercare di capire se alcuni degli elementi strutturali possono darci ragione della grande varietà di quadri clinici che esistono all’interno delle psicosi. Questa è la questione fondamentale e proveremo ad articolare qualcosa rispetto alle ragioni di questa grande differenza fenomenica, puramente descrittiva, prendendo come punto centrale della riflessione la nozione della funzione del Nome del Padre. A seconda, quindi, del trattamento, di costellazione, di organizzazione, che gira intorno a questa funzione, proveremo a differenziare dei quadri di psicosi. Ecco il cappello descrittivo di questo studio.
Immagino che molti di voi, per professione o studio, abbiano esperienze all’interno dei Servizi. Mi preme sottolineare una cosa: qui non si tratta necessariamente di una cura psicanalitica delle psicosi o di un trattamento psicanalitico delle psicosi in senso stretto. Si tratta dell’apporto che la psicanalisi può dare nel trattamento delle psicosi, che è fondamentalmente su molti piani. Ad esempio, io lavoro da diverso tempo in un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. È fondamentalmente un Ospedale con un certo numero di posti letto, per pazienti che arrivano in situazioni critiche e che io vedo per un periodo (15 giorni, 20 giorni, un mese al massimo) e poi rientrano in un circuito di cure di cui non faccio più parte; cioè escono dall’Ospedale e finiscono da altre parti. Se stiamo anche solo a questo minimo osservatorio la questione della cura psicanalitica delle psicosi non si pone. Nonostante ciò, la mia aspirazione è quella di poter dire qualcosa circa il fatto che un formazione e considerazione psicanalitica di quadri clinici, comporta una differenza concreta nel trattamento di questi quadri clinici ed anche un esito diverso della loro cura e trattamento. È un progetto non semplice ed anche un po’ ambizioso però fondamentalmente di questo si tratta. Quando prima si accennava al tratto del caso, la questione è questa. I tirocinanti che sono in ospedale, compiono un’osservazione su un paziente per 15/20 giorni, quindi sono da 1 a 5 colloqui, a seconda del numero di volte che il tirocinante si trova ad essere presente in reparto durante i 20 gg di degenza del paziente. Noi prendiamo delle tranche cliniche, degli spaccati, episodi accaduti, uno scambio tra una domanda ed una risposta, una produzione verbale, un disegno, qualcosa che comunque è accaduto lì, e proviamo ad analizzarlo con una dimensione trasversale, più che longitudinale, ossia la dimensione della storia. Questo si rivela uno strumento prezioso per persone che durante tutta l’Università hanno in testa l’idea che la psicoterapia come una sommazione di conoscenza, per cui un paziente lo conosco meglio dopo averlo visto 4 volte, ancora meglio dopo 25, e ancora meglio dopo 15 anni. In questo modo il percorso di conoscenza trova la sua ragion d’essere nella longitudinalità, in un accrescersi di conoscenza rispetto a quella persona che si fa per sommatoria, per accumulo di dati.
In ciò che sto per proporvi invece prendiamo un episodio che accade e viene tagliato trasversalmente e viene analizzato a partire dal tentativo di identificare la struttura soggiacente a quello scambio o a quel tipo di produzione verbale e di questo troverete traccia negli esempi clinici che vi darò, tratti dalla recente esperienza in ospedale.
Intanto mi chiederei con che cosa abbiamo a che fare quando parliamo di presa in carico di una situazione psicotica? Fondamentalmente abbiamo due possibilità sostanziali per gestire questa situazione Da un lato una sorta di accoppiamento: Servizio e paziente, in cui operatore e paziente si conoscono da tempo, magari da 20 anni, si produce questo accoppiamento e la conoscenza è quella che gli operatori hanno dei pazienti e viceversa, del genere di quella che dicevo per sommatoria. Va benissimo, ma attenzione perché questo tipo di conoscenza può nasconderne un’atra, che in qualche modo o in qualche momento ci è più utile per lavorare. In questo accoppiamento si creano delle situazioni, spesso, di conflitto tra varie parti dell’equipe curante o tra quest’ultima ed i familiari, perché la famiglia, ruolo geneticamente materno, ed il ruolo terapeutico tendono ad occupare lo stesso spazio, cioè quello della gestione del paziente. L’altra modalità, molto più moderna, è quella di uno Psichiatra orientato ad una visione della Psichiatria basata sulle evidenze, quella dei DSM e di quel modo di funzionare delle diagnosi. Qui quando si ascolta una persona non si è alla ricerca della storia biografica, già sarebbe un punto di arrivo; ma sono alla ricerca di segni. Ad esempio una persona mi racconta che gli extraterrestri lo stanno bombardando con i raggi gamma ed io segno: delirio. Non mi interessa cosa dica quella persona, o quale sia il contenuto della sua situazione delirante, io segno delirio, allucinazione, ossia una serie di items e spesso il racconto che il paziente fa mi infastidisce perché ridondante mentre io devo ridurlo all’osso di una serie di segni che mi consentono di identificare un quadro clinico, alla fine del quale posso fare una diagnosi. L’aspirazione di questo tipo di Psichiatria è che avendo fatto finalmente una diagnosi, questa comporti anche una terapia. Questa illusione in genere ve la raccontano gli informatori farmaceutici, quando presentando un farmaco. Lo presentano come se fosse calibrato per un determinato quadro clinico, cosa che tutti gli psichiatri sanno che non è così, visto che tutti i farmaci possono essere utilizzati in tutte le situazioni. Non funziona tutto questo ed impedisce di ascoltare. L’ottica in cui ci muoviamo è di pazienti presi in carico con queste due modalità: da un lato l’accoppiamento sulla biografia e sulla conoscenza fatta sull’accumulo e l’altra sulla conoscenza medicalizzata. Io ve ne propongo evidentemente una terza.
Partirei dall’inizio del Seminario che Lacan dedica alle psicosi, in cui nota che le strutture freudiane delle psicosi partono dal fatto che il loro campo si divide in due: da un lato la nevrosi narcisistica, ovvero la schizofrenia, dall’altro la paranoia. Sempre per Freud penso che si possa dire che la divisione tra le due parti di questo campo non è netta. Ci sarebbe una progressione graduale di situazioni che dalla schizofrenia vanno verso la paranoia, che concerne la quantità dell’investimento pulsionale sulla rappresentazione dell’oggetto. Qui siamo in Freud. Vedrete poi qual è l’apporto di Lacan a questa questione. Quindi c’è un gradiente che va da un più d’investimento pulsionale ad un meno di investimento pulsionale. Nella paranoia saremmo di fronte, dice Freud, alla rimozione totale della rappresentazione dell’oggetto investito dalla pulsione. La rappresentazione dell’oggetto, in quanto investito dalla pulsione, subisce l’effetto della scomparsa, quindi subisce un effetto della forclusione, il che comporta il suo apparire all’esterno, non essendoci la possibilità di simbolizzazione. Ciò che scompare da dentro compare da fuori. Lacan riprende questa stessa espressione, dandoci un elemento in più per cogliere questa questione e cioè: ciò che è forcluso nel Simbolico, ritorna nel Reale. Quindi la paranoia è: massimo di investimento pulsionale sulla rappresentazione, scomparsa del valore Simbolico della rappresentazione, ritorno della rappresentazione nel Reale. È un meccanismo lineare in qualche modo. Nella schizofrenia, al contrario, la rappresentazione dell’oggetto non sarebbe investita da pulsione o lo sarebbe in misura minore, in quanto la pulsione stessa si ritorce verso un investimento totalmente narcisistico, ed è la ragione per cui Freud chiamava la schizofrenia nevrosi narcisistica; dunque una nevrosi caratterizzato dal ritorno della libido sul soggetto. Per alcuni di voi l’esperienza clinica di queste situazioni credo sia limitata. Qual’é la differenza fondamentale tra schizofrenia e paranoia? Magari la caricaturizzo un po’, ma è importante riuscire a capirsi su questa cosa. Ad esempio, un giorno mentre stavo visitando una persona in Ospedale, mi capita di sentire un ragazzo che urlava in corridoio: “Ridammi le ginocchia bastardo! Ridammi le ginocchia”! Un po’ incuriosito da ciò che stava accadendo esco dalla stanza in corridoio e trovo questo ragazzo che correva avanti indietro, interloquendo evidentemente con una sua rappresentazione, allucinazione e gli chiedo: “Che succede”? Lui mi guarda e risponde: “No no niente”. Questa secondo me è una cosa estremamente importante perché vi fa capire qualcosa di cui abbiamo a che fare e cioè, nel momento in cui, nelle forme radicali di schizofrenia, l’allucinazione cade, perché l’attenzione del paziente si distoglie dalla sua allucinazione alla persona con cui sta parlando in quel momento, non è in grado, in quanto schizofrenico, di ricostruire quell’allucinazione con cui ha avuto un momento di interlocuzione come oggetto del suo discorso. È nell’interlocuzione con quella cosa ma nel momento in cui distoglie lo sguardo da quella cosa con cui interloquisce, quella cosa scompare, e non la ricostruisce come oggetto del suo discorso. Provate a discutere con una persona presa da una dimensione schizofasia o allucinatoria di che cosa sta parlando. Lui vi parla ma non riuscite a costruire il suo discorso come oggetto del suo dire. È un’operazione praticamente impossibile. Ecco iniziamo a pensare che questo quadro, che per il momento resta puramente fenomenico e descrittivo, appartiene integralmente alla modalità di funzionamento della schizofrenia. Radicalmente diversa la situazione della paranoia. Un paranoico, se volete renderlo felice, dovete parlare con lui del suo delirio, cioè il suo delirio diventa oggetto del suo discorso. Un paranoico è in grado di parlarvi di ciò che gli si pone come delirio, cioè è in grado di parlarvi della sua verità. Detto così sembra si tratti di due quadri che agli opposti sono chiari. In realtà avete una serie di configurazioni intermedie tra questi due estremi. Ci sono pazienti paranoici che hanno momenti critici in cui sono presi dall’interlocuzione in cui c’è la divisione classica della schizofrenia paranoica, dove si tenta di organizzare un delirio e qualche volta ci riescono anche ma fondamentalmente avete un delirio frammentato che si diffrange, che si disperde in altre situazioni. Posso darvi e lo faremo, degli esempi clinici molto precisi di questa situazione e come ci si rapporta. Per il momento ciò che mi interessa sottolineare è che c’è questa continuità che stando alla spiegazione che abbiamo prima trovato in Freud, ha una sua logica, perché se da un lato abbiamo il massimo dell’investimento pulsionale sull’oggetto con la scomparsa dell’oggetto nel Simbolico ed il suo ritorno nel reale, e dall’altro abbiamo la retroversione della pulsione sul soggetto, possiamo immaginare che questo sia un meccanismo che ha la sua versione quantitativa e che, dunque, ci sia una quantità di pulsione che gioca nel differenziare queste due situazioni. Tra l’altro volevo sottolineare che questo è un problema teorico importante, perché ancora il Freud dell’Analisi terminabile e interminabile ribadisce con grande precisione e chiarezza il punto di vista quantitativo rispetto alle questione dell’economia psichica e libidinale, ed è il Freud del ‘38/’39, cioè alla fine della sua parabola dove ribadisce questo punto. Stando alla lettura che Lacan fa di Freud dobbiamo trovare un altro modo, e stasera proverò con voi, per nominare queste differenze che Freud situa dal lato della quantità di libido. Evidentemente questo è un concetto che in Lacan non ha cittadinanza e quindi dobbiamo provare a tradurlo diversamente. Proviamo quindi a vedere cosa possiamo dire rispetto a questa nozione di quantità così come l’abbiamo trovata in Freud. Piuttosto che dal lato della quantità dovremmo cercare dal lato della tipologia di funzionamento della funzione del Nome del Padre.
La questione del Nome del Padre è complicata e vediamo perché. Ad un certo punto, e faccio ancora riferimento all’Analisi terminabile e interminabile di Freud, si pone la questione della roccia della castrazione, cioè un momento rispetto al quale non si riesce ad andare al di là. La formulazione che vi propongo per la roccia della castrazione è questa: possiamo indicare come roccia della castrazione, cioè come punto di arresto su cui si ferma il lavoro di Freud, il fatto che l’unico rapporto che noi essere parlanti abbiamo con l’impossibile è organizzato a partire dal divieto. Non abbiamo accesso all’impossibile se non per via di divieto. Quello che istaura la dimensione del desiderio, è questa formulazione del divieto che in Freud è un rapporto causale con la nascita stessa del desiderio. Il motivo per cui evochiamo il termine di castrazione mi sembra ovvio, perché il divieto è il divieto fondamentale dell’incesto, ed è a partire da qui si instaura qualcosa del nostro rapporto soggettivo con l’impossibile; con ciò che non si può. In italiano, il verbo magico potere vi introduce direttamente nella questione così come la si coglie qui, perché il italiano poterevuol dire simultaneamente due cose. Se io vi chiedo “Posso aprire la finestra?” è ovvio che posso. Se la finestra non è inchiodata posso aprirla, ma quando ve lo chiedo intendo: “Ho il permesso di aprire la finestra”? o ancora “Non è che è proibito aprire la finestra”? Ad esempio i tedeschi non hanno problemi di questo tipo, perché le due forme sono radicalmente distinte. Se io uso il verbo kennen e chiedo: “Posso aprire la finestra”? il mio interlocutore mi dice: “Si certo, non è mica rotta?” però ti dice anche “Sie kann nicht”, cioè puoi perché non è rotta ma non puoi perché non te ne do il permesso, visto che fa freddo e piove. Quindi la questione dell’impossibile è un po’ difficile da trattare perché le parole ci portano un po’ fuori strada. Al momento pensiamo che la roccia della castrazione istituisce il nostro rapporto con l’impossibile per via di divieto. Cosa che non succede agli animali per esempio, che non parlano per cui imparano dall’esperienza. Un cagnolino al limite ha il colpo di testa della madre che lo allontana da un percolo, ma non ha la parola che gli dice: “No, non si fa” “Non si mettono le dita nella presa della corrente”. Dunque il nostro rapporto con l’impossibile viene instaurato in Freud. Ebbene, quando Lacan ci dice che è possibile fare un passo oltre la roccia della castrazione, non arrestandoci lì, fondamentalmente ci dice che dietro l’impossibile che si è instaurato a partire dall’esperienza della castrazione, dunque dal rapporto con la funzione del Nome del Padre, esiste qualcosa d’altro che è fondamentale per organizzare il nostro rapporto con l’impossibile. Detto in estrema sintesi, se per Freud la questione è stata per tutta la vita ed è rimasta quella: “Che cos’è un padre?”, la questione per Lacan è altra e cioè: “Non c’è rapporto sessuale”. In altre parole, indipendentemente dalla funzione padre, non c’è rapporto tra la nominazione e la cosa; resta un impossibile che è inscritto nel funzionamento psichico degli esseri umani, a partire dal momento in cui gli esseri umani, in quanto tali, sono presi nel linguaggio. Ciò che stabilisce la funzione con l’impossibile, non è la funzione del Nome del Padre. Quest’anno abbiamo la fortuna straordinaria di poter leggere in fila tre Seminari: Les non-dupes errent; RSI e Le Sinthome, nei quali si nota che il concetto del Nome del Padre va lentamente a scivolare progressivamente, divenendo meno importante. Lacan già ne scriveva nello scritto sui complessi familiari negli anni ’30, in cui c’è una trasparentizzazione, il venir meno della funzione del Nome del Padre, il che vuol dire il venir meno dell’idea di paternità nella funzionamento sociale. Ma non c’è solo questo in Lacan. C’è che la nozione stessa si addolcisce, si stempera, si sposta, per finire e non più indicare il Nome del Padre come agente della castrazione; dunque quello che vi da ragione nella roccia della castrazione, ma per spostarlo indietro in qualche cosa che è totalmente preso nel linguaggio a partire dal fatto che si parli. Nel momento in cui si parla, per il fatto stesso che si parli, da qualche parte, c’è in Nome del Padre. Il modo in cui la questione della psicosi è introdotta nel seminario Le Sinthome che leggeremo quest’anno vedrete che è come un qualcosa che incontra con difficoltà questo primo divieto, che istituisce il mondo della parola come qualcosa in cui il Reale è preso, colonizzato, rappresentato in un nodo tra l’Immaginario ed il Simbolico. Ciò che nella psicosi succede, è che qualcosa sfugge a tale questione. Dunque una parte del Reale resta lì, in questa condizione inarticolabile rispetto al resto del linguaggio e si concretizza, si materializza. Poiché ci vediamo anche domani, stasera possiamo permetterci il lusso di divagare per capire di cosa si tratta. Vi do un esempio clinico, anche banale da un certo punto di vista, ma che vi fa capire perfettamente cosa vuol dire avere a che fare con la funzione del linguaggio che perde la sua capacità di rappresentazione e con il Reale che si infila lì dentro. Un giorno mi telefonano da un Centro Diurno, nel quale un paziente è inserito per un parte della sua giornata e mi dicono che devo assolutamente ricoverarlo perché stava minacciando di morte un educatore. Siccome conosco bene il paziente, nel senso biografico, perché l’ho preso in carico quando ero al Servizio Territoriale, almeno 15 anni fa, ho risposto che lo avrei ricoverato senz’altro, chiedendo di mandare da me anche l’educatore che il paziente minacciava di morte. Arrivano entrambi da me ed inizio il colloquio in cui il ragazzo mi racconta che lui vuole effettivamente ammazzare l’educatore, le cui iniziali del nome sono SB (S del nome e B del cognome). Gli chiedo il perché voglia ammazzarlo e lui mi dice: “Perché questo educatore ha ucciso Giorgia”. Giorgia è una ragazza che lui aveva conosciuto durante un precedente ricovero in Ospedale e che era effettivamente morta in un incidente stradale, investita da un’auto. Il paziente mi dice: “La macchina che ha investito Giorgia è una macchina grigia”. L’educatore ha una macchina grigia e ha ucciso Giorgia perché mandante del suo omicidio ordinato da Silvio Berlusconi e da Benedetto XVI, che sono entrambi posseduti dagli alieni con cui lui combatte una guerra da 2000 anni, essendo lui è la reincarnazione di Gesù. La prima volta gli è andata male, è stato crocifisso. Questo è il secondo round però gli alieni sono ancora lì e lui sta tentando disperatamente di proteggere il mondo dalla loro presenza. Siccome Giorgia era incinta di suo figlio, ecco perché era stata uccisa da Sergio (l’educatore). Ora, io non ho idea se la macchina che ha investito la ragazza fosse grigia, o comunque se si, ovviamente è un caso ma comunque nella parola grigiaci sono quasi le stesse lettere che ci sono nel nome Giorgia, come se fosse quasi un anagramma. L’educatore è scelto, oltre perché con lui ha una relazione significativa, anche perché si trova in questa coincidenza. In cosa consiste l’intervento? Intanto abbiamo la certezza delirante che l’educatore SB fosse alla guida dell’auto che aveva investito ed ucciso Giorgia; la certezza delirante che Giorgia attendesse un figlio da Sabatino (il paziente); la certezza delirante che la ragazza sia stata uccisa grazie ad un complotto organizzato da Silvio Berlusconi e Benedetto XVI. Nel corso del colloquio si determinano i seguenti passaggi. Io chiedo al paziente: “Perché Sergio avrebbe dovuto uccidere la ragazza, oltre che per il fatto di esserne stato il mandante?” ed il paziente: “lui l’ha uccisa perché mi odia”. Tutto ciò avviene in questa sorta di triangolo. E io: “Ah, e perché Sergio ti odia?” e lui: “Mi odia perché è geloso di me perché non voleva che uscissi con lei”. Io: “Perché non lo voleva?” e lui: “perché non voleva neanche che uscissi con altre donne perché non erano abbastanza per me” E io: “E perché Sergio pensa che lei e le altre non erano abbastanza per te?”, il paziente: “Perché mi vuol bene e vuole il meglio per me. Mi vuole bene come un padre. È un padre per me”. Quindi abbiamo iniziato il colloquio in un modo e lo abbiamo finito in un altro, non sulla base di una somministrazione farmacologica ma di una serie di domande in cui l’altro era presente concretamente, in carne ed ossa. Qui abbiamo un paziente paranoico, a proposito dello scivolamento sulla linea di prima, in cui l’aspetto delirante c’è stato in quel momento ma è poi scomparso. Come se il delirio durasse lo spazio del momento in cui si crea, e poi ne compare un altro, ma cosa succede? In quel momento il linguaggio diventa permeabile, mostrando gli elementi del Reale, che sono presi da una struttura affettiva, simbolica e relazionale, ma quegli elementi del linguaggio sono presi fuori simbolizzazione e dunque si traducono in qualcosa che è una percezione delirante. Il nostro lavoro con la mentalizzazione, con la rappresentazione, è qualcosa che si costruisce. Quando un bambino gioca e, ad esempio, pensa di essere in un ruolo, che è quello del gioco, sapete con che dolore voi lo tirate fuori da quella situazione? “Togliti il vestito da Zorro, lavati le mani e vieni a cena”. Abbandonare il vestito da Zorro è doloroso, perché non è soltanto una fantasia che in quel momento sta agendo. È una fantasia vissuta con tutta la struttura e l’informazione di un bambino. Questo riuscire a staccarsi dalla fantasia, nella psicosi non c’è. Le parole diventano cose, sono oggetti concreti e reali e a partire dalla loro posizione nel Reale, non cessano di dettarci questioni che poi ci spingono a muoverci nel tempo secondo tali modalità.
Dr.ssa Drazien: sembra un delirio schreberiano questo “è mio padre”, ma questo è qualcosa che l’ha placato, perché tu sembri dire che ad un certo punto si è rovesciata la frittata.
Dr. Gambini: l’ha placato totalmente
Dr.ssa Drazien: sembra… però magari è proprio questo il problema
Dr. Gambini: cioè?
Dr.ssa Drazien: cioè questo parvenza di un padre così come è stato nello scatenamento del delirio di Schreber con Flechsig. Magari il nesso è proprio il fatto di aver trovato un padre e per questo non è per forza qualcosa che placa.
Dr. Gambini: in questo caso si assolutamente. Anche perché la questione del padre non è stata trovata come metafora delirante, ma come metafora tout-court cioè “tu sei un padre per me”, che non è una costruzione delirante, ma una metafora. Cioè, qualcosa che coglie una parte di quel rapporto ed un situarsi al suo interno. Peraltro tutta la situazione ovviamente è stata gestita all’interno di una situazione transferale in cui loro due da soli non sarebbero stati in grado di fare tutto questo discorso se non c’era una struttura minimamente organizzata da un transfert che teneva in piedi tutto. Il fatto di poter costruire, per il ragazzo, tutto lo scambio, non come interlocuzione ma come oggetto di un discorso, cosa vuol dire rispetto all’altra persona? Questo è altra cosa rispetto a dire “Chiudetevi un una stanza e discutetene”. Gli si chiede: “Perché tu dici questa cosa di lei?” ma rispondi a me non a lei. È questo meccanismo che ha tenuto in piedi la possibilità di scambio in questa situazione, che altrimenti non ci sarebbe stata. Inoltre credo che si debba sempre considerare che quando si ha a che fare con il transfert psicotico, bisogna saperlo maneggiare perché molto rapidamente si è messi in una posizione reale, nell’interlocuzione con un paziente e quindi bisogna anche sapersi districare con queste cose, perché se ci si ritrova presi in un nodo tra Reale ed Immaginario, siamo totalmente in balia delle produzioni immaginarie del paziente.
Dunque come simbolizzare continuamente questa questione?
Ho fatto questa digressione per dire che la questione della psicosi ed il suo consentire che attraverso la funzione dell’imperfetto funzionamento del Nome del Padre, fa sì che qualcosa del Reale passi direttamente, senza alcuna mediazione, a partire dalla forclusione di qualcosa nel Simbolico. Tale accezione del nome del Padre, non riguarda tanto l’accezione freudiana di agente della castrazione, ma riguarda l’accezione lacaniana in cui progressivamente il Nome del Padre si sposta dall’agente della castrazione, in senso proprio, a quella questione che ci fa iscrivere nel linguaggio, che è preso in qualche modo dal nodo e che non è solo la questione della castrazione. Se posso azzardare un mio personale punto di vista su questa questione è che noi per un certo numero di migliaia di anni, sostanzialmente per tutto il tempo del monoteismo, abbiamo avuto a che fare con la coincidenza di questa funzione con la castrazione. Ciò che ci iscrive nel linguaggio è qualcosa nell’ordine della castrazione perché è il funzionamento della paternità, di Mosè, di Abramo; è questo il funzionamento della paternità. Nel momento in cui le cose non sono più così, resta la funzione del Nome del Padre, ma meno mascherata e meno coincidente con la funzione stessa.
Dr.ssa Jerkov: io ho una difficoltà proprio per la storicizzazione che tu fai per la funzione del Nome del Padre. Visto che tu hai citato i seminari che sono allo studio adesso, in realtà, ciò che io ho colto è che Lacan va, a partire da La Troisieme, in direzione di una destrutturazione del linguaggio; tant’è vero che il Nome del Padre poi esce di scena ne Le Sinthome e così via. Mi domando, come mettiamo insieme queste due psicosi?
Dr. Gambini: Facciamo un piccolo salto nel Seminario che leggerete l’anno prossimo, nel Sinthome. Chiunque di voi abbia provato a leggere Joyce, si rende conto di una questione che è sotto gli occhi di tutti. Prendete Gente di Dublinoe vedrete che è un libro assolutamente godibile, carino, da leggere la sera in poltrona per quanto è piacevole. Sollecitati dalla lettura di Gente di Dublino, prendete l’Ulysse e lì diventa un bel po’ più complicato. Ci sono dei capitoli che io non sono mai riuscito a finire, quelli ad esempio senza punteggiatura. Senz’altro alcuni sono difficilmente leggibili ad esempio l’invenzione del monologo interiore, in cui si trovano quaranta pagine senza una virgola o un punto. Per leggerlo dovete avere una ragione. Poi andate a leggere Finnegans Wake e vi rendete conto che è praticamente illeggibile. Quindi in Joyce c’è questa dissoluzione del linguaggio. Per come l’ho capita io, qual è la questione che Lacan si pone? Joyce diceva di sé “Gli universitari parleranno di me per i prossimi 200 anni”. Evidentemente dobbiamo pensare che questa progressiva dissoluzione del linguaggio, non sia uno scivolare nella schizofasia, come successe a Lich, che aveva la sifilide cerebrale ad un certo punto perse la capacità di organizzare il proprio pensiero. Dobbiamo pensare che questa questione, che è quella che fondamentalmente Lacan si pone, sia sotto una qualche forma di controllo dell’Io. Cioè la progressiva destrutturazione del linguaggio si impone progressivamente all’Io, per avvicinarsi sempre di più alla radice delle cose, per rendere più permeabile l’inconscio, per essere meno preso in una rappresentazione immaginaria della parola, per far sì che la radice gaelica della parola avesse la stessa dignità del significato che la parola ha preso nell’uso comune che se ne è fatto in Inghilterra negli ultimi 400 anni; che le due cose avessero pari dignità. Questo era l’intento di Finnegans Wake. Quindi questa cosa era voluta ed il problema che si poneva Lacan era capire a cosa fosse di fronte. C’è un Reale che si impone o non c’è? Attraverso la mia capacità di simbolizzazione di questo, c’é una forma di dominio su questo Reale stesso. Ed ecco il quarto anello e una serie di questioni per noi importantissime perché ci consentono di lavorare con la psicosi. Sono possibili delle operazioni di simbolizzazione a partire da ciò che nel linguaggio si impone a partire dal Reale. La funzione del Nome del Padre, dal lato della castrazione, comporta un tipo di impermeabilità dell’Io per cui la rappresentazione è presa da un flusso di coscienza da cui parte poi la legge del pensiero cosciente, la logica aristotelica, la geometria euclidea, ecc ecc.; in cui valgono gli aspetti dell’Immaginario, cioè quelli sulle tre dimensioni cartesiane. È possibile simbolizzare qualcosa al di là di questo ma è molto difficile ed è possibile se il Nome del Padre non è più quello che organizza il sistema cartesiano in cui io mi organizzo la realtà, ma è quello che progressivamente va verso il nodo. Allora esiste una logica dell’inconscio, e se lavoro con questa logica. Il Nome del Padre, cioè quello che condiziona il mio rapporto con l’impossibile, non lo trovo più nel Nome del Padre di Freud dove l’inconscio è come il mare da prosciugare, ma per Lacan c’è un’altra questione, tutta lì in quella topologia che comprende tutto il resto.
Tutte questo tipo di operazioni che appartengono alla clinica del nodo, cerco di situarle, nella misura in cui riesco a fare questo tipo di operazione, in una trasformazione del Nome del Padre come agente della castrazione a I Nomi del Padre e poi indietro fino a qualcosa che di fatto rende ragione alla nostra possibilità e discrezione del linguaggio.
A questo punto cosa possiamo dire circa il Nome del Padre rispetto alle forme di psicosi che descrivevo prima, cioè quelle che si organizzano dal lato della schizofrenia a quelle che si organizzano dal lato della paranoia? Intanto prendiamola dal lato in cui siamo più abituati, ossia dal modello freudiano e poi cercheremo di superarlo. Ci sono delle differenze se ad operare in quanto agente del divieto, cioè l’agente che instaura per noi la dimensione del desiderio, è di un agente simbolico della castrazione, e Simbolico vuol dire che qualcosa manca al suo posto, cioè che non coincide con l’immagine che io ne ho. Quando voi parlate di agente simbolico della castrazione, la prima cosa che è chiara è che non è papà perché con papà siamo o nell’Immaginario se volete o nel Reale per un’altra questione. L’idea più folgorante di tutto questo la avete nel sacrificio di Abramo. C’è un episodio molto interessante. Intanto il titolo che si trova nella Bibbia è Il sacrificio di Isacco, ma il titolo del versetto della Bibbia è La tentazione di Abramo. La prima cosa che ho notato leggendolo è la stranezza della tentazione, essendo per me una tentazione qualcosa di appetibile, che piace. Che tentazione è invece quella di una voce che dice: “Prendi tuo figlio e sacrificalo”? Dov’è la tentazione?

INTERVENTO NON UDIBILE

Quando Uenem ne ha parlato a Torino, e lui conosce bene l’ebraico, aveva fatto riferimento a questo episodio, sottolineando che in ebraico c’è una difficoltà di comprensione del testo, nel senso che potrebbe essere: “Prendi Isacco e fammi sacrificio” non necessariamente di Isacco, oppure: “Prendi Isacco e fammene sacrificio”. C’è un’ambiguità nel testo ebraico. Io dal mio modo di vedere, l’ho trovata una spiegazione che scivolava, rispetto alla mia lettura da italiano che non conosce l’ebraico, sul punto sostanziale che interessava e che è quello che sto per dire. E cioè ad un certo punto questo padre viene tentato ad uccidere il figlio. La tentazione potrebbe essere quella di prendersi come il Padre (con la P maiuscola) che si rende responsabile della morte del figlio e quindi un padre immaginario che coincide con la sua posizione. Abramo però dice di si e non si oppone, nonostante il tutto sia bizzarro, visto che essendo Isacco più giovane, gli carica anche la legna sulle spalle. Arrivano fino in cima poi mentre Abramo sta per uccidere Isacco, l’Angelo lo ferma e gli dice che gli basta aver visto che stava per farlo. Secondo me succede che Abramo, diventato poi padre fondatore del Popolo di Israele, fonda la sua paternità non da se stesso, ma da qualcosa che gli sta dietro; cioè per fondarsi come padre del popolo di Israele, deve prima fondarsi come figlio. Per essere obbedito, obbedisce. Per poter dettare una legge ne segue una. Si iscrive in un fondamento e quando Lacan vi dice che il padre è un padre morto, dice che ogni padre per trovare radici in questa funzione deve girarsi indietro. Indietro non c’è niente, non c’è Abramo. Indietro c’è il linguaggio, c’è la parola: “Prendi Abramo e sacrificalo”. Dunque una paternità simbolica si fonda dal fatto si poter essere sfondata, mi immagino una sorta di scrittura in abisso della funzione del padre. La funzione in abisso è quella che si ha negli stemmi araldici in cui c’è un cavaliere con uno scudo su cui è dipinto un cavaliere con uno scudo, e così via. Quindi una struttura che non ha fine.
Quando dico un agente simbolico della castrazione vuol dire che parlo di un agente che non si presta a fare tutt’uno con l’Immaginario e neanche ad essere preso completamente nel Reale. L’agente simbolico della castrazione indebolito, dà luogo ad una posizione di frustrazione, ovvero di collocamento del soggetto di fronte ad una mancanza immaginaria e che determina l’oggetto in quanto reale. Se vi ricordate, nel seminario sulla relazione d’oggetto trovate uno specchietto in cui sono indicate queste posizioni: l’oggetto, la mancanza e l’agente, giocato tra le tre categorie del Reale, Simbolico e Immaginario. Quindi un agente simbolico che pone il soggetto davanti ad una mancanza immaginaria, perché quella può essere immaginarizzata e rappresentata; c’è una rappresentazione, tant’è vero che siamo nell’ordine della frustrazione, nell’ordine dell’insufficienza della rappresentazione costitutiva dell’oggetto a rappresentare il rapporto con l’oggetto stesso. Qualsiasi oggetto non è quello che può rappresentarsi in quanto oggetto del desiderio. C’è un’immaginarizzazione della mancanza; questo è il senso della parola frustrazione che determina l’oggetto in quanto reale. Se l’oggetto che io posso rappresentare attraverso il linguaggio, l’oggetto che io posso continuare a cercare, so già che non lo trovo, perché non è lì, perché quello che è rappresentabile nel linguaggio è segnato da questo aspetto della frustrazione, l’oggetto viene in quanto reale nel campo delle allucinazioni. In questa ricostruzione che sto cercando di fare, questo gioco tra agente simbolico della castrazione, rappresentazione immaginaria dell’assenza, ovvero frustrazione, e oggetto reale, rende ragione fondamentalmente delle situazioni di paranoia, in cui c’è un oggetto reale che si presenta lì (può essere un delirio, un’allucinazione ma è nucleare, è quella cosa fuori simbolizzazione) e il rapporto del soggetto con la realtà è un rapporto di frustrazione. Il rapporto del godimento è lì con quell’oggetto, tutto il resto non interessa. Possiamo fare esempi clinici di questa situazione, ma chiunque ha avuto a che fare con un paziente paranoico sa che non gli si può dire di non pensarci e fare altro, perché tutto è segnato da questo rapporto che fondamentalmente è un rapporto con la frustrazione. L’invidia ha la stessa struttura della paranoia, cioè il fatto di essere frustrati e di essere costantemente presi da questa sensazione di frustrazione per cui il rapporto con l’altro, con il vicino, è dettato dall’invidia. Quante situazioni cliniche ci sono (ad es. lo stalkeraggio), alcune non riconosciute come situazioni paranoiche dalla clinica psichiatrica, che sono situazioni di questo tipo invece, in cui c’è il rapporto con l’invidia e da qualche parte anche un oggetto delirante.
Provo a leggervi un caso clinico che spiega esattamente questa situazione. Per parlarne vorrei partire da una definizione forse un po’ azzardata ma che ci serve per capire. Uno stalker è un paranoico che ha la preoccupazione di costruire concretamente nella realtà, il proprio persecutore. Lo fa nell’unico modo che conosce: perseguitandolo. Ricondotta nell’ambito di una delle forme di paranoia, la dinamica di questo funzionamento diventa comprensibile e quel che più conta, anche affrontabile se non curabile. Barbara, pur essendo psicotica, manifesta un’estrema preoccupazione per la verosimiglianza della propria verità. Non è in quanto inverosimile, che la sua verità è delirante, è in quanto certezza che si staglia su uno sfondo d’angoscia, che lo è. Andiamo con ordine. La verità di Barbara è costituita da un pensiero che le fa dire di sé che è affetta da nevrosi ossessiva o, se si preferisce, presenta un sintomo ossessivo compulsivo, che chiama Il Rituale.Sostanzialmente consiste nel fatto che le sue abluzioni si prolungano per molto tempo e, per riuscire a concluderle, le deve accompagnare con delle urla. Assieme al rituale è presente una dismorfofobia, che riguarda i tratti del volto e che costituisce un’ulteriore fonte di angoscia. I rapporti con i vicini, viste le urla, sono intuibili, ma se loro si lamentano, il loro lamentarsi e la preoccupazione per le conseguenze della loro irritazione, costituisce uno stimolo irritativo per la tranquillità di Barbara che, a causa della preoccupazione, causatale dal fastidio che procurerà urlando, si sente spinta ad urlare per contenere l’angoscia. Chiede al suo Psichiatra, quello che aveva prima di me, di certificare che le sue urla sono causate proprio dalla preoccupazione per i vicini e che, più i vicini si alterano, si irritano e reagiscono, più le urla sono destinate ad aumentare. Il medico ha provveduto a scrivere questa cosa. La casa in cui vive è di sua proprietà, acquistata per lei dai genitori che interpella continuamente affinché facciano qualcosa. I genitori esasperati, come talvolta i vicini, le inviano l’autoambulanza, dopo aver ricevuto 17 telefonate in un’ora. Il terrore del possibile ricovero la spinge a telefonare urlando alle ora più impensate, per tentare di ricevere una rassicurazione circa il fatto di sapere che non le stanno inviando un’ambulanza. È capace di telefonare al padre tutta la notte, ogni cinque minuti per chiedergli di non inviarle l’ambulanza. Tutto sembrerebbe partire dal rituale, nella sua ricostruzione. Nella ricostruzione di Barbara, tutto sembrerebbe partire dal rituale e il resto ne consegue come un meccanismo implacabile dal quale non c’è salvezza, se non attraverso un intervento esterno che ne spezzi il circolo. E questo è ciò che domanda alla Psichiatria. L’ipotesi che faccio è che le cose non stiano così. Al centro della questione si trova la voce o se preferite l’orecchio che questa voce coglie. Ricordo a questo proposito che una delle caratteristiche che Freud attribuisce all’oggetto, oltre a quella di essere mancante e di presentarsi su uno sfondo di angoscia, è il fatto di essere con il soggetto in una dimensione di reciprocità (mangiare ed essere mangiato, vedere ed essere visto, parlare, sentire, ecc). Per l’oggetto orale si tratterà dunque di mangiare ed essere mangiato, per l’oggetto scopico di guardare ed essere guardato. Nel nostro caso è l’orecchio/voce, che letteralmente incarna per Barbara il persecutore. Adora il telefono, è il suo strumento preferito. La sua domanda d’amore non può che esprimersi nell’aggressività. Spesso telefona ed al telefono può passare da una posizione all’altra. La voce cambia in modo impressionante, si fa roca e carica d’odio. Il linguaggio diventa scurrile, offensivo. Le parole cercano soltanto di ferire l’altro, sembrano non avere altra funzione che quella di scavare sempre più in profondità nella ferita che provocano. Lei telefona qualche volta e inizia a mimarmi cosa le ha detto il padre. Comincia così, poi sento la voce che cambia, fino a diventare terrificante e poi si lascia prendere da questo godimento e va avanti per ore. Ad un certo punto perde la capacità di dire se è lei che mi sta rappresentando il padre che parla a lei o se è lei che parla a me. È completamente presa e trascinata da questo godimento. Con qualcuno degli operatori che l’hanno seguita si è giunti ad una vera e propria persecuzione per la quale è stato evocato il termine di stalkeraggio. Il Servizio di Salute Mentasle, che avrebbe dovuto seguirla, l’ha denunciata alla Magistratura. Lei ha una sentenza del Tribunale che le impedisce di avvicinarsi a meno di 500 mt dall’Ambulatorio di Psichiatria. Quindi quando ho iniziato a lavorare in Ospedale ho deciso di ricoverarla. Per quel che mi riguarda, quando mi parla, anche di persona, è nel momento in cui mima la voce dell’altro, l’ho già detto, un padre o un vicino, che la sua voce si trasforma, caricandosi d’odio, come una nuvola dell’acqua di un temporale. Lo stesso tono, a tratti compare, non come mimesi dell’altro che la perseguita, bensì come effetto del suo rivolgersi a me in quanto mi ingiuria. In questa circostanza è lei il persecutore che mi accusa di perseguitarla in quanto rappresentante di una Psichiatria che non ha con lei altro rapporto se non quello determinato dal suo essere uno strumento coercitivo e violento della volontà persecutoria del padre. È questa la struttura di transfert in cui in qualche modo mi sono infilato. Da un altro punto di vista si potrebbe anche dire incastrato. Barbara adesso mi concepisce come una specie di baluardo imperfetto rispetto alla persecutorietà paterna. E spiego meglio. Ne consegue che spesso si rifugia in ospedale, ovvero nel reparto dove dovrebbe essere ricoverata se fosse ricoverata per sfuggire al padre. Lei viene in reparto, suona e dice: “Non ne posso più di mio padre”. L’accogliamo e il più delle volte si tratta di una visita relativamente breve: viene, mi parla, mi chiede se può fermarsi a pranzo, fumare una sigaretta sul balcone e talvolta arriva persino a chiedermi dei farmaci per contenere la sua angoscia.
Dr. ssa Drazien: viene per te.
Dr. Gambini: viene per me, si e vi dico anche perché. È la genialità della paranoia. Ricoverarsi per non essere ricoverati in una sorta di doppio salto mortale intorno alla doppiezza del significante. Un ricovero può essere evidentemente qualcosa di molto diverso se rappresentato come la cura della quale si è oggetto o come l’esito della persecuzione che si subisce. Il fatto che Barbara possa giocare con queste due facce del significante, mi pare l’espressione di un margine di lavoro che la struttura paranoica consente. Voi pensate che con lo Psichiatra precedente è arrivata, attraverso il suo cognome, a rintracciare il recapito dei suoi genitori ottantenni, che vivevano a Brescia, neanche a Torino, e a fargli telefonate alle 4 di notte in cui raccontava cose turpi sul loro figlio. Il mio numero è sull’elenco e fino ad ora n on ho ricevuto una telefonata. Cos’ha fatto in modo che non mi perseguitasse? Il giorno del primo ricovero lei mi raccontava questa storia del rituale e io le dissi che non ero d’accordo sulla diagnosi che lei aveva fatto di se stessa di nevrosi ossessiva, e le dissi che per me lei era totalmente paranoica. E continuai dicendole: “Io ritengo che la stessa Psichiatria consideri il termine un po’ offensivo, per cui si cerca di glissare su questa questione, ma riconoscere che lei è totalmente paranoica le dà una possibilità per fare i conti con ciò che le succede. Guadi cosa mi chiede. Mi chiede di intervenire su un esterno che è causa della sua sofferenza. Mi chiede sempre di parlare con suo padre, con il suo vicino, ecc. Io sono convocato a parlare con un esterno che la perseguita. Da questa situazione non ne uscirà, perché né io né lei siamo in grado di cambiare l’esterno. L’esterno per definizione è quello che è non quello che dovrebbe essere. Ciò che io posso fare per lei è aiutarla a stare nel mondo come è, non modificare il mondo intorno a lei perché lei ci si trovi meglio. Quindi quando chiede a me di scrivere la stessa cosa che le hanno scritto tutti gli psichiatri che ha avuto prima di me, io non lo faccio. È un dono avvelenato e per quella via si muore. Lei sta morendo della cura psichiatrica che ha creato intorno a sé. Quindi sa cosa c’è di nuovo? Lei è paranoica. Non mi chieda più di parlare con i suoi vicine e con suo padre, perché non lo faccio”. Questo ha permesso di stabilire un rapporto sensato. Un paziente paranoico è in grado di costruire il proprio sintomo come oggetto del proprio discorso. Certo non dovete mettervi nella posizione di chi critica, perché quella è la sua verità ed il suo Reale. Che i vicini la perseguitano è il suo Reale. Ma se voi vi mettete dal lato dell’impotenza rispetto a questo Reale, il soggetto è in grado di situarla questa risposta. Una mancanza immaginaria determina l’oggetto in quanto reale e da qualche parte c’è un agente simbolico della castrazione perché comunque qualcosa ha funzionato dell’iscrizione di questa persona nel linguaggio. Non è una schizofrenia, non è una schizofasia, non è l’assoluta incapacità di manipolare il linguaggio. È capace di manipolarlo, al punto che lo manipola con il criterio della verosimiglianza. Ad esempio un paziente aveva fatto una teoria lignea del volo spaziale. Ero incuriosito da questa cosa, tra l’altro io facevo falegnameria e poi ho capito che a lui del legno non importava nulla. Ciò che gli interessava era l’igneo che c’è all’interno del legno, per cui igneo era quel fuoco che faceva volare l’astronave e aveva costruito su tutto questo dei disegnini, dei modelli, tutto su questa idea che igneoè il carburante con cui vola astronave. Per cui teoria lignea del volo spaziale. È straordinariamente pazzo. Barbara non sarà mai in una posizione di questo tipo. Lei è nell’assoluta, totale verosimiglianza. Le parole significano quella cosa lì. Ci sono altri casi di paranoia in cui voi vedete l’assoluto rifiuto e difficoltà a giocare con le parole. Le parole sono sassi. Evidente è la precisione con cui dicono le cose. I famosi paranoici intelligenti; la Magistratura è piena di paranoici, l’Avvocatura è piena di paranoici, la Psichiatria è piena di paranoici. Voi leggete delle perizie psichiatriche e vedete che hanno un amore che inchioda la parola al suo posto in modo che non ci sia la differenza tra la cosa ed il modo in cui lo dice. Questo è un segno di paranoia di cui potete fidarvi. Se uno non è capace di dire la stessa cosa in due modi diversi, non fidatevene mai. C’è quella bellissima favola di Esopo del satiro e del contadino in cui c’è questo satiro che girando per i boschi della Grecia, incontra un contadino in una giornata fredda che si sta soffiando sulle mani e il satiro gli chiede perché lo fa. Il contadino gli risponde che con il calore del fiato si riscalda le mani, il satiro prova e vede che è vero. Poi parlando amichevolmente arrivano a casa del contadino. La moglie aveva appena finito di cucinare e mette sulla tavola una zuppa fumante. Il contadino prende il cucchiaio e soffia sulla zuppa. Il satiro gli chiede cosa fa e il contadino: “Soffio sulla zuppa per raffreddarla”. Il satiro posa tutto e se ne va e dice: “Io non posso pensare di avere a che fare con una persona che sia così radicalmente doppia, cioè che con lo stesso fiato scaldi e raffreddi, che faccia due cose opposte con la stessa emissione di fiato”. Scompare il satiro ma scompaiono i satiri, cioè entriamo nel mondo del logos, della parola e della doppiezza dei significanti, entriamo in un mondo dove non c’è più spazio per la concretizzazione del significato che la parola comporta. Dunque usciamo dal mito ed entriamo nel logos e i paranoici sono tutti lì. Quello che i paranoici odiano di noi nevrotici è questo, è ciò che odiava il satiro nel contadino, ossia la capacità di stare nella doppiezza del significante, di non essere inchiodato al significato delle parole che usa.
Dr. ssa Jerkov: però è anche vero che si pacificano quando tu gli inserisci un elemento di incertezza, cioè quando interroghi il paranoico sulla sua certezza.
Dr. Gambini: quella è data per scontata, è che cosa farne di questa certezza che diventa la questione. Cioè costruirla come oggetto del discorso e mai con una funzione di antagonizzazione, di critica o di messa in discussione, perché questo non può sostenerlo. Gli extraterrestri, teoria lignea del volo spaziale, il vicino di casa, sia quel che sia va bene, ma cosa ne facciamo di tutto questo con il paziente? Quello apre un discorso. Naturalmente questo presuppone la possibilità di stare dentro la posizione transferale.
Prima di parlare di questo volevo parlarvi della schizofrenia, in cui succede qualcosa di diverso, perché non siamo più nell’agente simbolico che determina una frustrazione immaginaria, a partire dalla quale faccio i conti con la realtà dell’oggetto, che è ciò che riguarda fondamentalmente il quadro della paranoia. Nella schizofrenia abbiamo a che fare con un agente immaginario della castrazione, che in quanto agente immaginario non risulta castrato. Siamo in altre parole nell’Abramo che non c’è stato, in quello che avrebbe risposto a Dio. “Il figlio è mio, lo difendo io e io sono in quella posizione”. Si tratta di un padre immaginario preso dalla sua posizione di onnipotenza, a cui non è riconosciuta una castrazione e quindi in qualche modo neanche subisce una legge e quindi di fatto si ritrova ad essere il padre dell’orda. Non castrato, che da luogo ad una posizione soggettiva di privazione, cioè di collocamento del soggetto davanti ad una mancanza reale, che determina l’oggetto in quanto simbolico. Se fossimo in una struttura nevrotica, quello che io vi ho descritto è il padre dell’ossessivo, cioè un padre immaginario che colloca l’oggetto in una funzione simbolica e la mancanza nei termini della privazione. L’oggetto in posizione simbolica vuol dire che qualcosa si ripete al suo posto sempre uguale, perché vieni lì, in quella posizione lì e può avere rappresentazioni diverse ma mentalmente è sempre la stessa cosa che si ripete. C’è un Simbolico che insiste nelle forme dell’Immaginario che ruotano come una banderuola. Quando dico che il padre dello schizofrenico ha qualcosa di questa connotazione è perché parlo dal luogo della sua forclusione. La funzione del Nome del Padre nella psicosi è soggetta a forclusione, cioè è qualcosa che non si recupera. La forclusione non è il non esserci niente, è come se non ci fosse, ma c’è. La forclusione è altra cosa dal non esserci. In altre parole, se io da una libreria tolgo un libro e lascio un buco vuoto, che è uguale ad un altro buco vuoto, non sarà comunque la stessa cosa se in quel buco vuoto manca un libro o un altro libro. Certo che quel buco è uguale a se stesso in quanto buco, ma rappresenta la mancanza di qualcosa di diverso. I due libri diversi, dal luogo della loro forclusione, hanno una funzione diversa. Così la forclusione ha una funzione diversa per la paranoia e la schizofrenia. La paranoia si organizza intorno ad un centro di gravità, e quindi c’è la possibilità che questo Reale che viene come oggetto costituisca una sorta di tappo, di rammendo ad una tela che per il resto funziona; per cui con il paranoico posso andare a prendere un caffè e parlare del più e del meno, perché il suo delirio ha la funzione di tenere una tela che si sgretolerebbe se non ci fosse quello, poi per il resto della tela può muoversi abbastanza agevolmente. Ma se non c’è il punto centrale che fa la tenuta di tutta la tela, perché la forclusione è quella di questo padre terrificante, immaginario, non c’è tenuta simbolica. Tutto quello che ha la possibilità di rapporto con la significazione, è guardato con orrore. Lo schizofrenico è preso dalla totale e costante interlocuzione. Tutto gli viene nel Reale e di ciò che gli succede non riesce a dire perché non ha sufficientemente struttura simbolica per costruire un discorso sul Reale. È soltanto sul Reale. Nelle forme molto gravi di schizofrenia, nei casi di psicosi infantile, spesso si vede l’assoluta impossibilità di essere lì. Con i casi più gravi talvolta si riesce a costruire un discorso con quel limite che non si riesce a riparlare di quella cosa, altre volte il tentativo di interloquire è perso rispetto all’enormità di elementi del Reale che ci sono intorno; per cui è una produzione di un discorso schizofasico a cui si assiste ed al limite lo si può trascrivere, registrarlo, per farne un uso di studio.
Passiamo alla questione del transfert e cioè di come, a partire da queste due modalità di funzionamento della psicosi, quella organizzata dal lato della paranoia e quella organizzata dal lato della schizofrenia, con la differenza di cui abbiamo parlato rispetto alla funzione del Nome del Padre, si organizza il transfert. Freud ne parla esplicitamente di ciò, dicendo che le questioni che riguardano la schizofrenia sono del tutto in analizzabili. C’è una nevrosi narcisistica, quindi non c’è transfert. Una delle cose sulle quali io mi sono molto speso in questi ultimi anni, affinché potessi trovare una posizione dalla quale gestire delle situazioni, sia privatamente sia in ospedale, notevolmente complesse, è organizzata intorno a quella che io ho chiamato la funzione del no. Che cos’è un no? Intanto possono esserci diversi no, soprattutto per chi li pronuncia, ma saranno comunque caratterizzati da qualcosa di comune e cioè che il bambino che li riceve, li riceve prima di differenziare l’oggetto a cui il no si riferisce, li prende come una limitazione della sua liberta che è significata da quell’interlocutore lì. Quindi la differenziazione di costruisce a posteriori, ma il primo momento di ricezione del no, è significato dal rapporto che il bambino ha con l’interlocutore del no. Questa è l’idea da cui sono partito per orientarmi nella clinica. Vi racconto una metafora a proposito. Una barca a vela per poter dirigersi necessita di un timone che esercita una resistenza. Una barca a vela senza timone non governa e se non c’è resistenza la barca è in balia delle onde, non è libera, ma è totalmente libera, abbandonata. Se invece c’è un timone la barca, esercitando una resistenza, riesce a dirigersi. Dunque l’idea di libertà che c’è in una barca senza timone, è la libertà del tappo di sughero, che lo porta dove va la corrente. La libertà di una barca con timone è quella di poter decidere dove andare. Questo però presuppone l’accettazione di una resistenza che si introduce in una relazione terapeutica attraverso la funzione del no. Da qualche anno lavoro in un reparto di Diagnosi e Cura, un reparto di psichiatria ospedaliera, e mi trovo a ricevere dei Trattamenti Sanitari Obbligatori e quindi con persone che non vogliono essere ricoverati. Mi sono posto quindi il problema è se c’è un altro modo di gestire queste reazioni senza chiamare i Carabinieri. Sempre il paziente di cui vi raccontavo prima, quello che voleva uccidere l’educatore Sabatino, un giorno mentre visitavo, entra in stanza aprendo la porta a calci, aggredendomi verbalmente e minacciandomi se lo avessi ricoverato. Ma cosa lo portava lì? La mia idea è che venisse a cercare un no e quindi la possibilità di simbolizzare un divieto. Veniva a cercarlo da me perché cercava una parola, visto che tra noi è sempre tutto passato attraverso l’uso della parola. Un giorno in cui arriva con tale modalità, entra da me e dandomi del lei, di solito mi da del tu, mi dice: “Le ricordo che l’odio non è una malattia, è un sentimento”. Era un po’ di tempo che cercavo di collocare questo suo modo nei miei confronti in qualcosa che faceva parte di un funzionamento che era possibile di correggere. Su questa questione dell’odio, se leggete un libro di Racamier, Gli Schizofrenici, alla fine del libro sono indicati una serie di cose particolari, che lui chiama gli schizogrammi che sono una serie di annotazioni. Una di queste recita: “Non vi fidate mai di uno schizofrenico che non lascia trasparire il fatto di odiare il fatto di amarvi”. E questo è vero. Se con un paziente psicotico non riuscite a cogliere da qualche parte che odia il fatto di amarvi, cioè che è in una qualche ambiguità, siete in una brutta situazione perché siete solo in una delle due facce della medaglia, o siete nell’odio o nell’erotomania, che sono poi due questioni che fondamentalmente sono la stessa. Quindi quando Domenico, il paziente, è venuto a dirmi: “Le ricordo che l’odio non è una malattia, è un sentimento”, è venuto a dirmi qualcosa sulla genuinità del suo sentimento. Quell’odio che lui nutriva nei miei confronti non era il frutto della malattia, ma genuino odio, una cosa che mi alberga, riconosco e muove la sua relazione con me. Dopo averci lavorato un po’ su questa cosa, mi scrive una lettera in cui scrive (l’ho trascritta come lui, quindi ci sono degli errori di grammatica): “Caro Fabrizio” torna al tu “può anche darsi che in qualche luogo sperdito sulla terra c’è stato un bel terremoto e io ho sentito tantissimo per quello ero molto ma molto irrequieto. Scusami ti voglio bene, ma in certi casi un litigio rafforza un’amicizia (sovente). Ti chiedo umilmente scusa. Sto più male quando i terremoti sono lontani che quando sono vicini. Parlo anche di 5/6000 Km di distanza”. La sua questione qual è? Quell’odio, quell’avversione, che lo aveva mosso ad una serie di comportamenti di cos’era l’effetto? Di un terremoto avvenuto a 5/6000 Km di distanza e quindi non vedeva niente. È stato invaso dalla marea montante di questo sentimento, perché essendo Gesù Cristo ha una serie di sensibilità non banali, e quindi un terremoto in Perù, che a noi non tocca più di tanto, lui lo sente in diretta attraverso il centro della terra. Dopo il mio intervento e la possibilità di lavorare con lui, l’odio diventa un terremoto in Perù, cioè una cosa che lo traumatizza e su cui non può assolutamente niente. Questo è un esempio drammatico della difficoltà che noi abbiamo nella paranoia e cioè che la paranoia guarisce paranoicamente. Parlo di guarigioni sincroniche, che durano un attimo, perché si risolve momentaneamente una situazione poi subito dopo se ne crea un’altra. Questo tipo di guarigioni sincroniche avvengono con un meccanismo paranoico. Qui ciò che ha ristabilito un rapporto con me è stato il fatto di aver situato fuori una cosa che aveva ad un certo punto situato dentro. Quest’odio che in un momento ha avuto dentro, lo ributta fuori e ributtarlo fuori è un’operazione squisitamente paranoica.
Cosa ne fanno gli psicotici dell’en amour? O dell’amor – odio? Io ve lo proporrei con un nodo olimpico in cui ci sono tre anelli scissi. Quando si crea la scrittura in cui gli anelli si dividono in modo che ci sia la S, poi la I e poi la R, l’oggetto può trovarsi in due posizioni: tra Reale ed Immaginario o tra Immaginario e Simbolico. Lacan dice che quando l’oggetto è preso tra l’Immaginario ed il Simbolico abbiamo l’oggetto d’amore, cioè qualcosa che nella rappresentazione immaginaria dell’oggetto è presa dalla funzione simbolica dell’oggetto d’amore. Al contrario, nella funzione tra Reale ed Immaginario, siamo nell’odio. Anche qui ho un esempio molto semplice. Un mio amico tempo fa mi dice: “L’altra sera tornavo a casa, ho incontrato Giovanni per strada e quando sono rientrato ho detto a mia moglie di averlo incontrato e di esserci bevuto una cosa insieme e mia moglie mi ha interrotto chiedendomi cosa avessimo bevuto, dove, perché passavo da quel bar e non riuscivo a raccontarle perché mi interrompeva costantemente sui particolari che mi impedivano di rappresentarmi nel discorso che stavo cominciando a fare”. Essendo in grande confidenza con questo amico ho potuto dirgli: “Guarda. Tua moglie ti odia perché è nella funzione di rottura della tua rappresentazione di un discorso. C’è sempre un Reale che irrompe nell’Immaginario in cui ti proietti”. Una parola che sia presa tra l’Immaginario ed il Simbolico è una parola tesa in nome di quello che significa, nella significazione che le sta dietro e apre per me una parola di attesa. Quando ascolto un discorso con passione, estasiato, lo faccio perché da qualche parte, la rappresentazione che ho davanti, le parole che ascolto, mi fanno intuire che dietro c’è qualcosa a cui attribuisco un valore, e che mi indica un Simbolico dietro a quell’Immaginario. A me spesso succede leggendo la sera che mi sembra di aver afferrato qualcosa, e torno indietro e vado avanti. Quando succede, si è presi da una rappresentazione tra l’Immaginario ed il Simbolico. Ma quando, in nome del Reale, io taglio ed impedisco ogni forma di rappresentazione immaginaria, per cui appena inizio qualcuno mi interrompe, qui c’è una rappresentazione dell’odio.
Trascrizione a cura di Daniela Spaziano
Non rivista dall’Autore