La ripresa clinica della questione della Forclusione – di Nicola Dissez

La forclusione del Nome-del-Padre e la clinica del disconiscimento sistematico. Questa clinica, anticipando sulla scoperta della funzione dell’oggetto da parte di J. Lacan, indica come si tratti di una mancanza di nominazione che conduce l’alienato alla distribuzione senza limite delle manifestazioni di questo oggetto.

di Nicola Dissez

Una decina d’anni fa Marcel Czermak, durante il suo seminario a Sainte-Anne, raccomandava di lavorare sulla questione del disconoscimento sistematico (méconnaissance systématique),nozione dimenticata tanto dagli psichiatri che dagli psicoanalisti. Con un certo ritardo, ho seguito questo consiglio e sono andato a cercare le modalità con cui un certo numero di psichiatri francesi hanno potuto trattare questo concetto, così come il posto che esso occupa nell’insegnamento di Jacques Lacan. Questa ricerca mi ha condotto a qualche ipotesi che vorrei proporre e che concerne la sistemazione attraverso Jacques Lacan della nozione di forclusione.

Diciamo che il mio sforzo costituisce una tappa necessaria e una giusta individuazione clinica della nozione di forclusione. Questa individuazione mi pare conforme al desiderio di Freud che indicava come la teoria analitica non trovasse la sua solidità – ricorrendo all’immagine del gigante Anteo che restava invincibile fintanto che rimaneva a contatto con la sua Terra madre – che nelle referenze cliniche stabilite. Dunque vi invito a una piccola immersione nei testi classici della psichiatria francese a cui vi esorto, per discutere qualche ipotesi sulla forclusione.

È Joseph Capgras, accompagnato dal suo allievo Paul Carrette, ad aver introdotto il concetto di disconoscimento sistematico nel 1924[1]. Adduce questa nozione per specificare tale meccanismo nella sindrome d’illusione dei sosia di cui entrambi hanno pubblicato un anno prima, con Reboul-Lachaux, l’osservazione principale.[2]Stéphane Thibierge ha saputo indicare con rigore il valore dottrinale essenziale di questa sindrome.[3]Ne ricordo la struttura clinica essenziale: un paziente in presenza di uno dei suoi amici nega con convinzione che si possa trattare della persona che conosce, anche se indica che gli assomiglia tratto per tratto. Afferma così regolarmente e con convinzione: “questo non è tale o tal’altro, questo è il suo sosia!”, da cui il nome della sindrome. “Il malato percepisce somiglianze perfette, se ne stupisce addirittura, ma afferma ciò nonostante che non è identico e deduce logicamente l’esistenza del sosia” così indicano Capgras et Carrette.[4]
Essi presentano nel 1924 un caso nuovo, di una giovane donna che presenta una sindrome d’illusione centrata sul padre. I suoi medici sono sorpresi nel constatare che la paziente dichiara che non ha trovato alcun ostacolo al suo desiderio di unione con colui che non è che un sosia del padre. In un periodo di diffusione dei testi psicoanalitici e dell’interesse manifestato da J. Capgras per gli scritti di Freud, questa situazione non manca di porre interrogativi ai medici che si mostrano sorpresi, della totale assenza in questa paziente delirante, dell’effetto terapeutico di rivelazione di un desiderio talmente conforme ai testi freudiani.

E’ dunque il meccanismo associato alla sindrome d’illusione dei sosia che Capgras e Reboul-Lachaux propongono di chiamare disconoscimento sistematico. In qualche modo, indicano Capgras e Carrette, l’alienato disconosce sistematicamente l’identità di chi è parente (amico), di cui riconosce tuttavia l’aspetto. Proseguono indicando che questa sindrome didisconoscimento sistematico, deve manifestarsi di altre occorrenze cliniche oltre che nell’illusione dei sosia così essi incoraggiano a proseguire gli studi.

Gaëtan Gatian de Clérambault, che assiste alla presentazione di questo articolo intitolato“L’illusione dei sosia e complesso di Edipo” alla Società Medico-Psicologica, riprende, con un certo entusiasmo, questa tesi. Ecco come – non senza manifestare quello che è il suo proprio punto di disconoscimento – riprende l’esposizione del caso:

“Lascerò da parte le complicazioni erotiche del caso per non commentare che il processo di disconoscimento sistematico. Questo processo merita di essere isolato, citato e commentato”.[5]

Egli elenca, in seguito, le situazioni cliniche dove sembra manifestarsi questa sindrome didisconoscimento sistematico.[6]
Non è irrilevante annotare le situazioni che egli enumera: la melanconia, la mania, le psicosi sistematiche, le megalomanie, gli stati persecutori e confusionali. Non soltanto egli inserisce chiaramente questa sindrome in un registro che è quello della psicosi, ma la estende praticamente in tutto il campo clinico. Noi avremo l’occasione di ritornare su questo punto.

In seguito delle indicazioni di J. Capgras e di Gaëtan Gatian de Clérambault, un certo numero di lavori, in particolare quelli di alcuni dei loro allievi riprenderanno la descrizione di questa sindrome. Nel 1931 appare così la tesi di J. Borel, allievo di Gaëtan Gatian de Clérambault, dal titolo “I disconoscimenti sistematici negli alienati. Il disconoscimento della morte”.[7]Questo lavoro si propone di descrivere un altro tipo di disconoscimento sistematico oltre quello che si manifesta nella sindrome dell’illusione dei sosia e che egli nomina dunque il disconoscimento sistematico della morte. Ecco una delle 19 illustrazioni cliniche di pazienti passati all’infermeria presso la Prefettura di Polizia di Parigi:

“Disconoscimento sistematico della morte di suo marito. Ha assistito alla morte di suo marito, e ha pagato 400 franchi per il suo funerale. Ma questo funerale non è stato che un simulacro di funerale; il marito era in stato di letargia sotto l’influenza di un narcotico. All’infermeria il suo corpo era ancora tiepido. In ufficio ha avuto un gesto tra due impiegati. Al cimitero non è stata ricoperta la fossa con la terra, come si deve fare immediatamente e il carro funebre è restato nel viale del cimitero. In seguito le persone hanno fatto delle riflessioni sul suo lutto; hanno consigliato di vendere gli effetti del morto. (…)
Sostenuto dalla tendenza paranoica, il disconoscimento sistematico diventa il tema delirante essenziale.
Si sviluppa grazie ad un deficit intellettuale. La parte delle forme pratiche di giudizio fa disconoscere in particolare il valore dello stato civile e delle formalità amministrative”.[8]

Il valore di questo lavoro è anche di riportare e di sistemare le circostanze cliniche nel corso delle quali si manifesta il disconoscimento sistematico, al di là di deldisconoscimento sistematico della morte e dell’illusione dei sosia. J. Borel isola in particolare nel testo di Sérieux e Capgras sulle “Follie ragionate” un certo numero di elementi clinici corrispondenti al fenomeno del disconoscimento sistematico:

“Il delirio d’interpretazione è particolarmente ricco di disconoscimenti. Troviamo molti casi nell’opere dei MM Sérieux e Capgras, “Le follie ragionate”. (…)
Il malato descritto al capitolo numero XII sostiene di essere stato rinchiuso in prefettura da un falso capufficio che ha inventato delle cose sul suo conto prodotto dei falsi. Le persone che l’hanno arrestato sono dei falsi agenti. Al manicomio tutto è una commedia. I magistrati che vengono a vedere sono dei falsi magistrati.
(…) Nella descrizione, numero XVIII il malato, nel corso di un delirio di filiazione, disconosce l’identità di sua madre. Dice addirittura che il suo atto di nascita è un falso.”[9]

I fenomeni che J. Borel elenca sotto la denominazione di disconoscimento sistematicotrovano qui la loro coerenza: ciò che è disconosciuto dall’alienato in ciascuna di queste situazioni è il carattere specifico di un certo numero di atti ufficiali nei quali la nostra cultura racchiude i tempi essenziali dell’esistenza: nascita, morte, matrimonio, divorzio…

J. Borel, quando lo definisce, raccoglie attorno al fenomeno ciò che costituisce l’unità del fenomeno del disconoscimento sistematico:

“Il disconoscimento sistematico è (…) una convinzione delirante. È il risultato di un disturbo del riconoscimento in virtù del quale l’alienato rifiuta di ammettere la veridicità di un dato di fatto. (…)
Sia come corollario di un disconoscimento dell’identità, sia sotto altri aspetti, la sua negazione sistematica si riferisce sovente agli atti dello stato civile. Il malato sostiene che si tratta di un falso matrimonio, di un falso divorzio.
L’estratto di nascita, la registrazione del matrimonio, i registri ufficiali sono delle falsificazioni.
Per quanto concerne i beni, il disconoscimento e la negazione si manifestano soprattutto in occasione di atti giudiziari o amministrativi, come l’espropriazione, il fallimento, la vendita per via giudiziaria, etc.”[10]

Così si chiarisce retroattivamente la mancanza di riconoscimento caratteristico della sindrome d’illusione dei sosia. Questo provoca all’alienato l’impossibilità di riconoscere colui che gli si presenta davanti, è l’assenza del fatto che ognuno di noi è riconosciuto per il suo cognome, (nom). Per il fatto che colui che ha davanti a sé non rientra più nell’indicazione di un nome il paziente colpito dalla sindrome d’illusione dei sosia non può identificarlo.
In questa sindrome, colui che l’alienato non può designare con il suo nome non può avere altra denominazione che quella di “sosia”, segno appunto della carenza di questa operazione di nominazione. Nel delirio di filiazione, il delirante sostiene l’assenza di legame filiale rende legittimo il fallimento dell’operazione attraverso la quale un bambino può essere riconosciuto simbolicamente, come riconosciuto per il nome che ha.
Quando l’alienato rimette in causa i legami del matrimonio, egli mette in evidenza l’inefficacia dell’operazione per la quale un matrimonio è prima di tutto un atto di parola che viene a sottolineare. Nei casi di disconoscimento sistematico della morte, è all’atto per il quale la morte è resa ufficiale, e che trova la sua concretizzazione nella redazione del certificato di decesso, che il delirante non può accordare il suo valore. Infine, dagli elementi ripresi dal testo di Serieux e Capgras, ciò che non permette il riconoscimento dei titoli di agente di polizia, di capufficio o di magistrato, è l’inefficacia dell’atto per il quale ognuno può essere nominato simbolicamente a una funzione. Messo di fronte a questi documenti giuridici che segnano la realtà di questi atti, l’alienato ha una risposta stereotipata che non manca di richiamare la reazione che egli ha per i “sosia”: “vedete bene, dice, questi sono dei falsi!”.

Ildisconoscimento sistematico appare così come la modalità secondo la quale gli alienati hanno saputo isolare le manifestazioni di carenza di questa operazione di nominazione nel campo delle psicosi.

In seguito al lavoro di J. Borel, nel 1934, appare la tesi di Marie Derombies intitolata:“L’illusione dei sosia, forme particolari del disconoscimento sistematico”.[11]Oltre al fatto di riprendere i dati importanti nel quadro della sindrome d’illusione dei sosia, il suo lavoro ha il valore di precisare alcune conseguenze cliniche della sindrome deldisconoscimento sistematico. Così, l’insieme del contesto di questi alienati per coloro che la nominazione perde progressivamente la sua efficacia, perde una tonalità di artificiosità specifica:

“Esprime la sensazione di trasformazione del mondo esteriore come una commedia, una mistificazione. “Questo non mi pare più un ospedale” dice la malata B… (obs.2). Tuttavia le sue percezioni sono esatte. Un’ altra (obs.2 Bouvier) ha scoperto un nuovo mondo: “tutto gli appare preparato, artificiale, illusorio.” Un’altra ancora (obs. 4 Bouvier) dice: “Non vedo più niente nel mio modo normale di vedere, tutto appare strano: vivo in un ambiente artificiale”.[12]

Si troverebbe difficilmente conferma clinica più chiara di ciò che J. Lacan dovrà sottolineare lungo tutto il suo insegnamento: e cioè che il nostro timore (appréhension) del mondo dipende da un intervento del registro simbolico che ne assicura la stabilità come il carattere di autenticità. Il solo registro dell’immagine non permette di assicurare la tenuta del mondo quale noi lo abitiamo, questa considerazione riposa su un certo numero di funzioni simboliche. In mancanza di certe designazioni, il mondo circostante perde tutta la sua stabilità e assume l’aspetto di una caricatura che fa smorfie, di una commedia:

“Per Adele, è del teatro, è vistosamente evidente, i fiori sono come in un teatro, i decori in cartone di cartapesta, si tratta della scadente imitazione fatta a macchina”.[13]

Non si può, dunque che constatare l’attenzione che J. Lacan ha rivolto a questa sindrome di disconoscimento sistematico, alla quale fa riferimento ripetutamente nei suoi scritti tra il 1933 e 1955. Notiamo che quando J. Lacan ha ricorso a questa nozione è specificatamente per affermare la natura psicotica dei disturbi che studiava. Così, pubblicando nella rivista “ Le Minotaure” il suo testo dedicato al crimine delle sorelle Papin, intitolato “Motivi di un crimine Paranoico”, e preoccupandosi di affermare la natura delirante di un atto al quale, tutta un’epoca si affannava a dare un senso, egli sottolinea:

“Nella prigione, molti temi deliranti si esprimono in Chistine. Noi qualifichiamo così non soltanto solamente i sintomi tipici del delirio, quale quello del disconoscimento sistematico della realtà (Chistine domanda come stanno le sue due vittime e dichiara che sono ritornate in altri corpi), ma anche le credenze più ambigue che si traducono in propositi come questo: “Io credo bene che in un’altra vita dovevo essere la madre di mia sorella”. Si può infatti riconoscere in questo proposito dei contenuti molto tipici dei deliri di classe”.[14]

Notiamo che, cercando di affermare il carattere psicotico dei disturbi presentati da Chistine Papin, e appoggiandosi sul fenomeno del disconoscimento sistematico della morte, J. Lacan ritrova il modo di procedere di S. Freud che nel 1924, indicando i meccanismi differenziali all’origine della nevrosi e della psicosi, sottolinea:

“A titolo di esempio tornerò a un caso che ho analizzato molti anni fa, nel quale una ragazza, innamorata del cognato, fu colpita, accanto al letto di morte della sorella, dall’idea seguente: “adesso è libero e ti può sposare.” Questa scena fu immediatamente dimenticata, e nel medesimo momento prende avvio il processo di regressione che conduce ai dolori di natura isterica. È questo un caso molto istruttivo perché permette di vedere con precisione per quali vie la nevrosi tenti di liquidare il conflitto. Essa valorizza il mutamento prodottosi nella realtà rimuovendo la sua pretesa pulsionale, cioè l’amore per il cognato. La reazione psicotica sarebbe stata invece quella di negare il fatto stesso della morte della sorella”.[15]

Il riferimento più significativo il più importante fatto da J. Lacan a questa nozione è certamente quello che troviamo nel “Discorso sulla casualità psichica” nel capitolo intitolato “La casualità essenziale della follia”, nel corso del quale, nel momento stesso in cui si sforza di specificare il fenomeno della credenza delirante, egli indica, una formulazione che si chiarisce se è letta in relazione alla clinica della sindrome dell’illusione dei sosia:

“Qual è dunque il fenomeno della credenza delirante? Esso è, noi diciamo, misconoscimento, con l’essenziale antinomia contenuta da questo termine. Misconoscere, infatti, suppone un riconoscimento, com’è manifestato dal misconoscimento sistematico, in cui si deve ammettere che ciò che è negato sia in qualche modo riconosciuto”.[16]

Sappiamo che successivamente, nel suo insegnamento, J. Lacan utilizzerà questo termine di disconoscimento per applicarlo a congiunture differenti, in particolare per caratterizzare la funzione del moi (dell’io).Tuttavia, anche quando, per estensione del concetto, egli sostiene il meccanismo del disconoscimento sistematico, per applicarlo a contesti differenti, come alla clinica dei gruppi, il riferimento alla psicosi resta essenziale:

“I termini con cui stiamo ponendo il problema dell’intervento psicoanalitico fanno sentire a sufficienza, ci pare, che la sua etica non è individualista.
Ma la sua pratica nella sfera americana si è così svilita i modo sommario a mezzo per ottenere “success” e “happiness” che conviene precisare che sta proprio lì il rinnegamento della psicoanalisi, il che risulta in troppi suoi adepti per il fatto puro e radicale che non hanno mai voluto saperne della scoperta freudiana e non ne sapranno ma niente, anche nel senso della rimozione: poiché si tratta del meccanismo del misconoscimento sistematico in quanto simula il delirio, anche nelle sue forme di gruppo.”[17]

Il disconoscimento sistematico è così specificato attraverso la formula: “non voglio sapere niente, anche nel senso della rimozione” che J. Lacan, come sappiamo, riprenderà nel 1955 nel passaggio al testo di S. Freud sull’Uomo dei lupi, precisamente nell’episodio di allucinazione del taglio del dito, al fine di definire la Verwerfung come meccanismo all’origine della struttura delle psicosi. Vale la pena di ricordare i termini che utilizza:

“A proposito della Verwerfung Freud dice che “il soggetto non voleva saper nulla della castrazione, allo stesso modo della rimozione”. Io do a questa frase sorprendente il suo senso, come dire che, nel senso della rimozione, si sa ancora qualche cosa di questo medesimo qualche cosa di cui non si vuole, in un certo modo, sapere niente, ma che giustamente questo è in tutta l’analisi ad averci mostrato che lo si sa molto bene, ma poiché ci sono delle cose di cui il paziente non vuole dire, sapere niente, allo stesso modo della rimozione, ciò suppone un altro meccanismo ancora che può entrare in gioco, e come la parola Verwerfung appare due volte, la prima volta qualche pagina prima e l’altra volta in connessione diretta con questa frase, m’impadronisco di questa Verwerfung.”[18]

Non c’è bisogno di altri argomenti per avanzare l’ipotesi che mi auguravo di proporre. Così si manifesta il legame diretto tra questa sindrome di disconoscimento sistematico e la nozione di forclusione che J. Lacan sceglierà – dopo qualche esitazione poiché aveva proposto a suo tempo il termine “retranchement” – per tradurre il termine verwerfung. Si può, infatti, ipotizzare che ha saputo cogliere la funzione centrale di questa sindrome deldisconoscimento sistematico,J. Lacan a partire dal 1955, nel suo seminario che ha consacrato alle strutture freudiane delle psicosi, preferirà il termine di forclusione per rendere conto del valore dottrinale essenziale degli elementi clinici raggruppati sotto questa sindrome. La sindrome di disconoscimento sistematico si presenta così come un concetto precursore della nozione di forclusione del simbolico. Notiamo, in questo quadro, che il concetto di forclusione del simbolico introdotto da J. Lacan viene così a proporsi come una traduzione parola per parola della nozione di disconoscimento sistematicoisolata dalla psichiatria francese all’inizio del secolo. Il termine di forclusionespecifica, in modo altrimenti più preciso il registro del disconoscimento isolato da Capgras, quando il termine simbolicoviene a restituire le coordinate di ciò che nell’essere parlante può essere ridotto a sistema, cioè a organizzarsi in sistema significante.

Questi riferimenti hanno meno il valore di ricostruire delle tappe possibili della sistemazione di un concetto nell’elaborazione teorica di J. Lacan che di permettere di situare la clinica sulla quale egli ha potuto appoggiarsi per forgiare questa nozione. Per concludere dunque in un registro clinico, vi propongo di riprendere un’osservazione della tesi di Derombies che fornisce l’occasione di verificare l’interesse diretto di J. Lacan per questa sindrome di disconoscimento sistematico. Declinando un certo numero di osservazioni cliniche, questo lavoro indica infatti che “l’Osservazione 9” di “M. A… 64 anni”, che presenta un “Delirio melanconico di involuzione – Idee di negazione, d’immortalità, di persecuzione – Illusione dei sosia” è una “Osservazione dovuta alla gentilezza del Dr. J. Lacan e raccolta nel servizio del Professore Claude”.[19]
La presentazione di quest’osservazione può essere così l’occasione di ricordare l’articolazione esplicita tra punti di forclusione del simbolico e lo spiegamento del registro dell’oggetto proprio della psicosi:

“Si tratta di un paziente che vediamo da otto anni, dopo l’inizio dei disturbi mentali. Questi sono cominciati all’età di 56 anni.
Fino ad allora, il paziente, particolarmente onesto e virtuoso, buon marito, buon padre di famiglia (due figlie Adriana e Elena), lavorava regolarmente come panettiere.
L’inizio sembra essere stato segnato da un episodio melanconico, dormiva male, era ansioso, si credeva in pericolo; poco a poco le sue idee deliranti si sono manifestate di giorno, idee di autoaccusa in un primo tempo: si rimproverava di non essere stato onesto e di essere stato un cattivo amministratore dei beni che dovevano rimanere alle sue figlie.
Dopo un po’ di anni, il delirio che abbiamo esposto, sembra essersi costituito ed essersi fissato nella forma stessa che noi abbiamo presentato.
Nel frattempo, il paziente fece più tentativi di suicidio che l’hanno condotto in manicomio.
La presentazione del paziente è quella di un depresso, con attitudine di stanchezza e di disgusto.
Spontaneamente ci consegna i principali temi deliranti che lo preoccupano. Le idee di indegnità dominano il quadro.
Li distribuisce ugualmente su tutta la sua esistenza: “non conto niente, sono venuto al mondo ben tarato, figlio degenere. (…)”
Il signor A. fa su questo tema dell’indegnità tutte le variazioni possibili che gli suggeriscono gli avvenimenti della sua vita, interpreta retrospettivamente. Parallelamente si sviluppa un sistema di negazione: negazione che riguarda il suo stato civile:
“Credo di avere 65 anni, mio padre non mi ha mai voluto dare il mio stato civile; mi è stato detto che ero il secondo figlio ma non ne saprò mai niente, è un falso che è stato utilizzato quando si trattava di scrivere un foglio di censimento richiesto a mio padre. Io stesso ho fatto il mio stato civile”. Tuttavia precisa la data possibile della sua nascita, sarebbe il 2 Aprile 1869.
Lo stesso vale per l’atto del suo matrimonio, (“questa donna che vive con me da 25 anni” dice parlando della sua donna), non più che dell’atto di matrimonio di sua figlia, entrambi non sono validi, del resto sua figlia non ha firmato in municipio, quando era necessario, era un matrimonio fittizio, il presunto genero sarebbe “uno che era della polizia”.
Contemporaneamente ci parla delle sue figlie, nega la paternità. Ci sono due figlie che si credono mie figlie, i miei due bambini non sono miei, non sono capace di fecondare una donna. Egli dà la prova: “sono stato a Meaux a svuotare dei serbatoi per un anno (dunque vivendo separato dalla moglie), e nonostante ciò dopo nove mesi il bambino è venuto”.
Negazione della morte: In questo mondo non si muore. Se avessi saputo che non si muore avrei messo fine ai miei giorni. Ho visto mio padre sul letto di morte, ho visto mia madre che era tutta vestita di nero. Ma nessuno muore. Dottore, voi che sapete le cose, datemi un’idea della vita. Ce ne sono almeno cento nel mio comune che sono scomparsi, dove sono? C’è un posto che si chiama cimitero, dove ci porta?Tuttavia ci sono alcuni modi di morire. Se gli tagliano la testa? Quasi sicuramente, ma soprattutto è il suicidio, l’unica via per la morte che si pente di non aver meglio attuato nella sua esecuzione. (…)
Idee di immortalità, di enormità (d’énormité): La sua immortalità è dovuta principalmente all’indegnità eterna che lo opprimerà, il castigo e l’obbrobrio saranno la punizione eterna. Questa è la sua indegnità e il castigo che ne risulta, che sono concepiti come enormi ed eterni, “sono io che ho rovinato la Francia, la Francia sarà spogliata di tutto. Stavisky non esiste, è un palliativo della giustizia, sono io Stavisky.
Lo trascineranno per Parigi, sarò lo zimbello del mondo e dell’universo, e ciò non finirà mai. “Mi trascineranno come un animale curioso, e tra centomila miliardi di anni sarà la stessa cosa”; e aggiunge abbastanza tranquillamente: “Che peccato che sia così”.
Le sue figlie che ama tanto sono segnate dallo stesso destino: “queste due creature che si credono mie e che non sono mie saranno aggiogate con me, sarà un Golgota”. (…)
Illusione dei sosia nei riguardi delle figlie: Tuttavia le figlie di cui non vuole accettare la paternità, con una serie di idee analoghe senza dubbio a quelle che gli fanno negare la morte e ammetterne la possibilità attraverso il suicidio, egli le rivendica a modo suo, almeno, Adrienne, che sembra essere la preferita.
Avrebbero sostituito alla sua vera Adrienne una persona del tutto simile, ma differente. “Non ho visto alcuna differenza, la amo come la vera, l’avrei invitata a pranzo durante un anno (quello che precede il suo internamento) senza sospettare della sostituzione. Ora ce n’è una, è la vera di cui il destino è parallelo al suo: un destino che vuole che sia rinchiusa a Ste-Anne (mostra la direzione). È stata rapita la sera delle sue nozze per metterla a St-Mandé (casa di cura dove lui stesso fu curato), oggi è là dentro. La falsa Adrienne passeggia fuori, questa è una donna di malaffare, è lei quella che viene a trovarmi, non so perché. E a tutte le visite che Adrienne gli fa, egli rifiuta energicamente di vederla, cosi come sua moglie e l’altra sua figlia. Questa donna che ha vissuto con lui per 25 anni ha fatto tutta una commedia, in connivenza con la polizia, al fine di perderlo. Quando gli domandiamo come sappia che sua figlia Adrienne è stata chiusa in manicomio risponde : “lo so per certo”. (…)[20]

Tali elementi permettono di ricordare che questo registro del disconoscimento, lungi dal limitarsi ad una ignoranza colpevole, si rileva organizzata ad un registro strutturale in quanto tale. Ci sono, come attesta la clinica del disconoscimento sistematico, degli oggetti che non possono essere conosciuti che sul modo del disconoscimento. Questa clinica, anticipando sulla scoperta della funzione dell’oggetto da parte di J. Lacan, indica come si tratti di una mancanza di nominazione che conduce l’alienato alla distribuzione senza limite delle manifestazioni di questo oggetto. Infatti, è il disconoscimento sistematico che riguarda il suo stato civile che sembra condurre il paziente ad affermare la sua indegnità. E’ il disconoscimento sistematico della morte che lo conduce al delirio d’immortalità. Infine è proprio il disconoscimento sistematico della funzione del matrimonio, cioè l’impossibilità di nominare la sua sposa come propria moglie che trasforma la stessa nella sua persecutrice.
[1] J. Capgras et P. Carrette, Illusione dei sosia e complesso di Edipo, Annali Medico-Psicologici, XII serie, Tomo II, Giugno 1924.
[2] J. Capgras et J. Reboul-Lachaux, L’illusione dei sosia in un delirio sistematico cronico, Bollettino della Società Clinica di medicina mentale, Gennaio 1923.
[3] Stéphane Thibierge, Patologie dell’immagine del corpo, Studi dei disturbi del riconoscimento e della nominazione in psicopatologia, PUF, 1999.
[4] J. Capgras et P. Carrette, Illusione dei sosia e complesso di Edipo, Annali Medico-Psicologici, XII serie, Tomo II, Giugno 1924, p.48.
[5] Ibid
[6] Gaëtan Gatian de Clérambault, Opera Psichiatrica, L’illusione dei sosia nelle differenze psicotiche, Ed.Frénésies, Paris 1987, p 733.
[7] J. Borel, I disconoscimenti sistematici negli alienati. Il disconoscimento della morte, Parigi, Librerie Louis Arnette, 1931.
[8] Ibid, p. 61-62.
[9] Ibid, p. 14-15.
[10] Ibid, p. 11-13.
[11] M. Derombies, L’illusione dei sosia, forme particolari del disconoscimento sistematico, Cahors, Imprimerie A. Coueslant, 1935.
[12] Ibid., p.29.
[13] Ibid., p.31
[14] J. Lacan, Motivi del crimine paranoico. Il crimine delle sorelle Papin. Le Minotaure N° ¾, 1933-34, p. 27.
[15] S. Freud, La perdita di realtà nella nevrosi e nella psicosi, Nevrosi, psicosi e perversione, PUF, p. 300.
[16] J. Lacan, Discorso sulla casualità psichica, in Scritti, ed. Seuil, 1966, p.165.
[17] J. Lacan, La cosa Freudiana, , in Scritti, ed. Seuil, 1966, p. 146.
[18] J. Lacan, Le strutture Freudiane della psicosi, Lezione del 15 Febbraio 1956,Pubblicazione dell’Associazione Lacaniana Internazionale, p.275.
[19] M. Derombies, L’illusione dei sosia, forme particolari del disconoscimento sistematico, Cahors, Imprimerie A. Coueslant, 1935, p. 95
[20] Ibid., p. 95-98.