30 Mar L’uno e l’oggetto della psicosi – di Jean-Jacques Tyszler
Coagulazione e frammentazione sono due termini utilizzati nel calcolo delle probabilità; la parola che spesso figura al posto di coagulazione è coalescenza.
La difficoltà nel rendere conto della clinica e della pratica nel campo delle psicosi dipende da un problema che può essere pensato a partire da tali due termini ripresi dall’universo della matematica.
È strutturalmente impossibile, nel nostro modo di apprendere il fatto clinico, nello stesso tempo identificare il processo di unificazione proprio della psicosi, il processo così caratteristico dell’1 colmante e totalizzante (così percepibile, ad esempio, in quelle che dopo de Clérambault chiamiamo le “psicosi passionali” e, più generalmente, il passionale nella psicosi fare Uno nei confronti dell’Altro, Uno nell’Altro) e il lavoro ipocondriaco dell’oggetto (nella lingua, nel corpo e nei passaggi all’atto del paziente).
Ben inteso, quando parliamo dei nostri casi (e in un lodevole sforzo di sistematizzazione) noi ci muoviamo nell’ambito del riconoscimento: classifichiamo gli elementi di linguaggio come fenomeni elementari della psicosi, questi ultimi come produzione delirante, annoveriamo il “tentativo di guarigione” – come diceva Freud – tra le turbe dell’agire. Con soddisfazione ritroviamo, capitolo dopo capitolo, il seminario sulle strutture freudiane delle psicosi ma, credendo di riconoscere, nessun impossibile viene più identificato con il nostro sapere e la nostra lettura; nessun tratto (per dirla propriamente) nuovo, inaudito, inusitato ci guida. Niente viene più inventato, ogni cosa viene solo verificata fantasma di una clinica compiuta e visibile a cielo aperto.
La difficoltà di una clinica che, come la luce, è onda e corpuscolo e che, di conseguenza, mette in scacco il nostro modo riduttivo di apprendere lo sguardo è reperibile nei grandi dibattiti e nelle dispute sulla nominazione della casistica e della nosografia. Quando de Clérambault nomina l’eotomania dandole la forza della scrittura, i suoi colleghi ed amici insorgono perché vogliono ridurre la “scoperta” al contenitore ben noto degli amori deliranti.
Quando Cotard descrive la sua famosa sindrome, occorrerò tutta l’autorità di Séglas per conservare valore a tale forma di negazione mai repertoriata come tale sino ad allora. Quando Lacan parla di autopunizone nella sua tesi, non esita a fondare una tipologia la cui pertinenza non è tributaria della statistica.
La nominazione clinica è un tempo di coagulazione, mentre la frammentazione e l’atipicità sono sempre la regola.
Si tratta, in ciascun caso, di “finzioni” nel senso marcato di J: Bentham, vale a dire di un modo di agganciare un reale eminentemente instabile e diffranto rispetto a una scrittura.
La clinica delle psicosi, eternamente divisa fra onda e corpuscolo, è altresì la scomposizione spettrale dello stesso transfert. Rinvio a due testi ormai “classici” di Marcel Czermak che analizza attraverso storie cliniche accuratamente dispiegate il modo in cui gli elementi che d’abitudine si manifestano annodati nel transfert si scompongono ciascuno per proprio conto.
Bravo il terapeuta che riesce a dire in che punto si trova di una mania o di una paranoia; andando dietro al significante, trascura necessariamente l’immagine; appoggiandosi allo speculare, libera l’eco parassitaria; convocando il Nome scatena a sua insaputa l’oggetto…
Coagulato nel luogo di un transfert, il paziente è al tempo stesso frammentato in luoghi ognuno dei quali è Altro per l’Altro.
Bisogna perciò, in presenza di forme così sconcertanti di transfert, rinunciare, abbandonare il campo?
L’ipotesi di lavoro che propongo è la seguente: nel continuo degli psicotici, ogni termine della teoria analitica – che è in primo luogo prassi – può costituire un operatore. Purché si conferisca al termine di operatore la ricchezza conferitagli da Lacan quando si fonda sulle tre dimensioni di Reale, Simbolico e Immaginario. Un operatore è un significante che apre alla triplicità Reale, Simbolico, Immaginario , unica garanzia di una trasmissione che non sia puramente intuitiva.
La posta in gioco figura sin dagli inizi delle discussioni tra Freud e Abraham. Freud critica amichevolmente, ma fermamente la deriva di Abraham: “L’erotismo anale, il complesso di castrazione… sono fonti di eccitamento ubiquitarie e, a tale titolo, costituiscono parte integrante di ogni sindrome patologica. Alle volte ci forniscono una cosa, alle volte un’altra; […] la spiegazione dell’affetto può essere data solo dal suo meccanismo considerato dal punto di vista dinamico, topico ed economico”. Consideriamo in particolare qualcuno di questi operatori.
La pulsione. Il caso recentemente più emblematico per me non è rappresentato da un paziente seguito nel privato, ma in un Centro Medico Psico-Pedagogico (CMPP). Quando sono arrivato al CMPP ho sostituito un collega che sosteneva sin dall’infanzia un ragazzo che aveva allora 19 anni e che doveva affrontare la maturità, con due anni di ritardo. Il giovane presentava una psicosi infantile la cui importanza era andata smussandosi nel corso degli anni di sostegno (trovato tanto dal lato psicologico che pedagogico), ma la sua relazione con l’Altro e con gli altri era segnata da una netta ambitendenza: una depressività alle volte allarmante e un negativismo totale riguardo a certe materie scolastiche (in particolare la matematica). Dimenticava quasi con la stessa velocità con cui imparava, con grande disperazione della nonna (insegnante di matematica). Superando ogni ostacolo, la collega responsabile del suo caso ha lottato per mantenere questo ragazzo divenuto grande nell’ambito scolastico, giacché le “supplenze” familiari e sociali l’autorizzavano.
Succedendo nella presa in carico del ragazzo, sono stato ugualmente informato di un fatto sul quale il giovane aveva fino ad allora mantenuto il silenzo: da qualche anno aveva sviluppato, da solo e in segreto, un talento per la fotografia che gli aveva permesso di presentarsi con brio al concorso di ammissione alle due scuole specializzate di Parigi. La qualità del suo lavoro era tale aveva dei press-book che in un primo momento le giurie di quelle scuole sospettano un fotomontaggio – l’aiuto di un professionista e cercano di smascherarlo…
Diventa il beniamino della sua scuola, il cui preside riceve i complimenti per aver protetto un talento frenato da una clinica alquanto opponente (in realtà il CMPP doveva ogni anno battagliare con l’istituzione scolastica perché il giovane non venisse bocciato). Comunque sia, la funzione dello sguardo assume qui, in modo quasi isolato, una “super-specificazione” che permetterà un esito imprevedibile per ciò che concerne l’orientamento scolastico e l’ingresso nella vita attiva. Il quid del transfert? Né deficit, né despecificazione o piuttosto risposta imprevista a ciò che si gioca su altri registri nel modo atono e adibito ad altro uso così tipico della psicosi.
A lungo mi ricorderò del suo sorriso raggiante quando tirava fuori dalla cartella le foto commissionategli da una grande marca alimentare: rendere viventi/desideranti gli oggetti di consumo più usuali è un’esperienza che non pensavo d’essere disposto ad accettare. Qui si tratta di un caso favorevole, ma può anche esserlo il caso della psicotica descritta da Marcel Czermak la cui supplenza consisteva in un voyeurismo perverso.
Posso riaccostare a questo esempio il giovane di cui ho evocato la caratteristica turba dell’identità sessuale in occasione delle giornate dell’Associazione sul tempo. Vivendosi da sempre sul lato delle ragazze e “disgustato” dalla propria immagine allo specchio, questo giovane paziente aveva cristallizzato una identificazione immaginaria a un’attrice verso i suoi 12 anni, rimanendo di botto colpito davanti alla bellezza di quest’attrice meticcia dallo sguardo seducente e dalla voce indimenticabile.
Collasso della voce e dello sguardo, forse anche del nome proprio, tutto vacilla e da quel momento in poi il paziente si sognerà nella pelle di quella donna: “Mi sento più a mio agio nel suo corpo; mi sento bene nella sua pelle di lei”.
Non è la china femminilizzante che voglio mettere semplicemente in valore ma, come per il primo paziente, l’impossibile ingresso nel simbolo, in francese e in matematica; il ragionamento logico che lo mette in perdizione a scuola. L’ho affidato a un’ortofonista che ha a lungo lavorato con lui sull’ortografia, la grammatica, addirittura sulla grafia delle lettere.
Questa doppia presa in carico ha alleviato di molto la sua tendenza alla sensitività e al disfattismo su un fondo di impasse soggettiva: non ho un mio posto, sono senza posto…
Forma di lavoro distaccato dalla lettera, in qualche sorta per conto proprio nelle strade maestre del linguaggio strutturato. La china transessuale di questo giovane paziente assume una tonalità di latenza. Riprenderà probabilmente il suo corso poiché nessuno sa artificialmente ricucire l’immagine e l’oggetto. Per contro il versante sensitivo, paranoico trova di che alleviarsi il che non è poco quando si ha presente la china regolarmente passionale del transessualismo psicotico cristallizzato.
Il significante. Nelle psicosi mettiamo a giusto titolo l’accento sulla riduzione del significante al segno, dall’equivocità all’univocità mortifera. Ma per alcuni pazienti, nei casi più favorevoli, è incontestabile una certa disponibilità nel lavoro del significante (cfr. Joyce in Le Synthome). Ho evocato per il Collège di formazione degli analisti il caso di quella paziente filosofa, specialista di fenomenologia tedesca, critica d’arte e di letteratura. La sua psicosi interpretativa, inserita nella paranoia di un padre non è suscettibile di dubbio, ma quella giovane donna può scrivere – entro una certa misura – su Kertész, preparare un saggio sui Tags, fare degli articoli sullo scultore Zadkine…, non vi è nulla di delirante in tutta questa attività e – al contrario – vi sono tutta una serie di questioni controcorrente sull’arte moderna, sull’“ideologia del contemporaneo spinto” negli artisti di oggi o su quelle intriganti “procedure di valutazione” che esigono la presenza di un pubblico nel momento in cui l’opera artistica viene fabbricata.
Creazione participativa; forma di transitivismo che J. Bergès non aveva rimarcato e sulle quali questa donna riflette. Non posso descrivere in dettaglio i giri per i quali la paziente mi porta; la direzione della cura non è in dubbio, ma non nel senso con cui l’intendiamo abitualmente.
Interroga interi lati dell’arte all’opera nei paesi recentemente liberati dal totalitarismo con una pertinenza e una perseveranza incredibili: come hanno quegli artisti criptato le loro opere nei momenti mostruosi del XX secolo? Che cosa produce l’ingresso a marce forzate nella democrazia e nell’economia di libero mercato?
Ci troviamo in una fantastica amnesia di identità sotto l’apparenza di un’“arte a nuovo”, né volta all’astrazione né alla contemplazione?
Condivide il gusto dell’autore di Essere senza destino per gli autori/lettori della Mitteleuropa. “Da un lato il potere impercettibile, ironico, atono, indecifrabile; dall’altro la viltà, il conformismo, la tragedia grottesca e visibile che imprigiona le persone”.
Non dirò per contro di lei che “infrange dall’interno i limiti della lingua”, giacché questo tipo di invenzione non è a sua disposizione; lei si spinge sino al limite della propria struttura, scavando le metafore e i neologismi poetici sino al punto di infrangersi lei stessa. Si tratta allora di miracolo? Di un annodamento attraverso la scrittura (molto) e del transfert (un poco) di una psicosi accertata?
No, giacché per le ragioni evocate nel preambolo, quando questa paziente si trova nel mezzo della sua produzione ideica, e parallelamente, l’Uno e l’oggetto perseguono il loro Essere senza destino: episodio erotomaniacale una volta, crollo persecutorio un’altra.
Il topos, il luogo. Georges Perec ha raccontato ne I racconti di Ellis Island come vede il suo rapporto con la filiazione, con la sua identità: “Da qualche parte mi sento straniero rispetto a qualcosa di me stesso; da qualche parte sono “diverso”, ma non diverso dagli altri, diverso dai “miei”. Non parlo la lingua che parlavano i miei genitori, non condivido con loro nessuno dei ricordi che poterono avere, qualcosa che fosse loro, che facesse sì che fossero loro; la loro storia, la loro cultura, le loro speranze non mi sono state trasmesse”. Inventerà, come sappiamo. Ma cosa può fare uno psicotico di tale questione? Sono stato a più riprese portato a seguire delle paranoie che mettevano il proprio luogo impossibile, la loro assenza di Heim al cuore del loro questionamento. Il dilemma o l’uno o l’altro, o io o l’altra matrice minima della paranoia può in casi ancora favorevoli (che sono lungi dal costituire la maggioranza) aprire su una forma di interrogazione: se è l’altro che sembra vivere e non sono io è forse per difetto di un vero incontro?
Marcel Czermak ci ha spesso messo in guardia sul valore degli incontri “riusciti”!
Ma nel modo di interrogarsi di questa paziente c’è un transfert, uno spazio complesso, al tempo stesso aperto e chiuso, limitato e infinito il cui dispiegarsi merita interesse e prudenza. Così questa giovane donna dal versante passionale esibito, che dimostra in modo sperimentale l’interesse della triplicità lavorata: il nome, l’immagine, l’oggetto. Mi aveva messo in guardia, riferendomi l’episodio erotomaniacale relativo al suo professore di filosofia, con questa frase anodina, ma che suonava curiosamente: “l’amo di tutto cuore”.
Ciò che mi aveva incuriosito è che, accanto al procedere della passione (lavoro di un Uno unificatore), si abbandonava in modo erratico a incontri via internet, concedendosi di seguito sessualmente nel timore e nella ricerca di essere contaminata dall’AIDS (lavoro dell’oggetto di scarto che marcava una china melancolica).
Poi un giorno e, a mio modo di vedere, in virtù dell’aggancio transferale: “io gli uomini che preferisco sono gli arabi perché rispettano le donne…”,forma di postulato difficile a chiarirsi con lei nei momenti di posta in gioco della sua vita, ma che ha portato quasi subito a un incontro riuscito con un ragazzo ebreo, praticante…
Accettava per la prima volta un certo “sembiante” di vita con questo ragazzo, un modo di far tenere l’immagine e l’oggetto al prezzo della scelta di un nome che subito poneva questioni di tutto o niente: avrebbe potuto – lui – sposarsi con una non ebrea? e – lei – doveva convertirsi? Era pronta immediatamente a farlo, doveva fargli un figlio a sua insaputa?
A questo proposito notiamo che è la valutazione reale del terapeuta ad essere sollecitata per dire un No [NdT, gioco di parole omofonico tra il fr. nom “nome” e il fr. non “no”] che intacchi un pochino il godimento del passionale in gioco nella psicosi.
La pulsione, il significante, la metafora, l’immagine, la lettera, il godimento… ognuna di queste parole può essere un operatore, una via per il praticabile. È la struttura clinica a determinare ogni volta il tratto su cui possiamo lavorare.
Terminiamo con il bel termine di etica. Come proteggere senza infantilizzare, interdire senza vessare, dirigere senza ergersi a guardiano dei costumi e del buongusto? C’è un lavoro di annodamento per il tramite della dignità.
È nel momento in cui si verifica la possibilità di una riduzione logica del soggetto al suo oggetto (cosa che la psicosi mostra in tutta chiarezza) che la questione della dignità assume la sua cogente attualità.
La sorte riservata nell’Iliade al cadavere di Ettore è una lezione che l’antica Grecia ci permette di intendere. Gli dei di Omero sono l’arbitrio assoluto; il destino è la struttura. Ma Zeus in persona interviene per limitare l’ira di Achille: riguardi, rispetto, dignità debbono essere resi a un uomo che non è più nulla; fango e nient’altro.
Come dice Jacqueline de Romilly: la nostra crudeltà di moderni supera di molto quella di Achille.