22 Mar Dr. Jorge Cacho – La Lalingua nella Troisième
Sabato 11 maggio 2013
Laboratorio freudiano Roma – Via Corsini, 3
Dr. Jorge Cacho
Lalingua nella Triosième ed il suo rapporto col Reale e con il godimento
- Drazien: questa sera, come annunciato, il dott. Cacho che già si è speso tantissimo ieri con noi, abbiamo finito molto tardi…
- Cacho: ma con piacere!
- Drazien: meno male che è stato con piacere.
- Cacho: come vi avevo annunciato ieri, Lacan stesso parla di un percorso tortuoso e pieno di difficoltà, per lui, il che è già per noi un insegnamento fondamentale, cioè che le difficoltà è tortuoso di un certo aspetto masochistico, una sorta di mettersi alla prova della verità. Un uomo che aveva ormai fatto 74 anni, quindi aveva già fatto tantissime cose, stava praticamente alla fine delle sua vita.
Dr.ssa M. Drazien: ma, gli era rimasto qualche anno però, non vogliamo fare come Recalcati di fermarsi al 75!
- Cacho: ma, è questo il punto, perché lui non soltanto non si è fermato, ma ha rinnovato tante questioni, delle quali fa parte a mio avviso questa problematica della “Lalingua” in una sola parola; ed è per questo che l’ho scelto anche. Non è la prima volta che ne ha parlato, però non ho voluto incominciare per la prima volta in cui Lacan ne parlò nel ’71, nelle Conferenze sul sapere dell’analista, quelle conferenze che faceva allo stesso tempo del Seminario, che non mi ricordo, le faceva allo stesso tempo ed erano conferenze per i giovani psichiatri. È li dove per la prima volta, per un lapsus, trova questa parola. Ne verremo alla fine, non soltanto per non seguire l’ordine cronologico, perché Lacan fin dall’inizio ci insegna che l’analisi è a- storica, contrariamente alla psichiatria che ricostituisce la storia del soggetto.
- Drazien: la psicologia soprattutto.
- Cacho: ecco, ha questo carattere che il soggetto non si definisce che per il suo sviluppo cronologico, c’è qualcosa, anche se noi siamo attenti a dei momenti nodali, che coincidono con la cronologia diciamo, con la diacronia, perché lui cambierà anche la nominazione, parlerà di “diacronia”, che è sviluppo o meno sviluppo, regressione o poco importa ma indica un cambiamento nei tempi. Lui, come sapete meglio di me, combina la sincronia con questa diacronia.
Però non ho voluto seguire questo cammino perché è un cammino di facilità, perché nella prima volta che lui ne parla per un lapsus, per un errore di qualcuno che ha scritto, e che era li presente e ha scritto sulla lavagna facendo un errore e Lacan l’ho ha ripreso, lo vedremo alla fine. Però Lacan lì dà una definizione, la prima e l’unica, se noi parliamo di definizione in una maniera diciamo concettuale. Invece ha parlato in altri testi, non citerò tutti, citerò soprattutto “La troisième”/ “La terza”, perché qui appare la questione più complessa, la più difficile e, per me, la più interessante, perché è legata, questa problematica della lalangue, in una sola parola, all’inconscio, al sapere, al godimento, al corpo. Quindi c’è un intreccio di questioni molto complesse, che mi limiterò a citare alcuni paragrafi; alcuni sono densissimi. Io vi presenterò la lettura che ho potuto fare per poi stabilire un dibattito e vedere come voi leggete questo testo, io vi propongo la mia lettura nella quale ho passato mesi, leggendo questo testo, e vi assicuro, non soltanto non capivo niente, il che non è una difficoltà, anzi, può essere anche uno stimolo, è che mi sembrava contraddittorio e ci sono aspetti contradditori di quello che dice, e in effetti si contraddice parecchie volte, il che per noi è importantissimo. La contraddizione fa parte del nostro cammino, anche come analisti. Alle volte con un paziente abbiamo una idea e poi ci rendiamo conto che contraddice quella che è la verità del paziente. Quindi la contraddizione, se la prendiamo sotto l’angolo della dialettica è estremamente produttiva, può essere estremamente produttiva, e poi significa un punto fondamentale, che è il rapporto dell’analista con il sapere. Il fatto che noi arriviamo a questi momenti di confusione e di perplessità di cui ho parlato un po’ ieri, vuol dire che il nostro sapere, e lo dice Lacan, è un sapere impotente, non nel senso che si potrebbe sempre andare oltre, ma impotente anche nel senso di impossibile. Che c’è qualcosa nel sapere analitico che è impossibile di superare, che c’è un ostacolo; Freud lo dice in modo chiarissimo nell’ombelico del sogno. Sapete, questo testo sarebbe un’occasione interessante, Muriel, di lavorare questa problematica del sapere dell’analista; questo testo meraviglioso di Freud, se si può interpretare completamente un sogno. Freud all’epoca pensava di si, che si può interpretare totalmente un sogno, anzi pensava che se si riesce in una analisi a interpretare un sogno nella sua totalità, l’analisi è finita. Conosco dei bravissimi analisti che riescono a sapere tutto dei sogni dei loro pazienti, creano una collana perfettamente unita, tutto legato, anche una certa preziosità, guardate, leggete qualsiasi rivista, specialmente i kleiniani; i kleiniani hanno questo fascino della totalità della interpretazione. Bene, noi siamo in un altro registro, perché? E’ vero che Lacan conosceva benissimo Hegel, lo conosceva in un modo un po’ particolare, conosceva Hegel di Kojève, che è un Hegel molto particolare, è un Hegel marxista, è un Hegel, diciamo, a modo Kojève, però Lacan ha seguito questo insegnamento e conosceva il testo di Hegel da quello che Kojève racconta, cioè, soprattutto, come è normale per un marxista, la problematica dello schiavo e del padrone, cioè, l’applicazione sociale e politica della dottrina del padrone e dello schiavo nella filosofia hegeliana. In ogni modo, c’è in Hegel quest’idea di un sapere assoluto, che è l’ideale del sapere, e ideale realizzabile. Nella storia s’arriva a un momento in cui s’acquista un sapere assoluto, cioè, un sapere aldilà del quale non si può sapere più, è finito e coincide nella teoria hegeliana con il fine della storia, perché la storia cosa è? È la storia del sapere, una volta che si sa la Bewußtsein . Per questo Lacan attacca, in un modo molto radicale, quest’idea che l’inconscio sarebbe il contrario del conscio. Perché il conscio nella teoria hegeliana è quello che è legato al sapere assoluto e l’inconscio è quello che ancora non è arrivato a diventare un sapere assoluto. Questa è anche un’idea che hanno molti analisti e analizzanti, cioè, l’idea che l’analisi conduce a un sapere assoluto sulla propria condizione e le proprie determinazioni. E questo rifiuto che noi tutti abbiamo ad accettare che nel sapere c’è qualcosa d’impossibile di sapere. Quindi Lacan s’oppone in un modo molto radicale, partendo anche da “Lalingua” in una sola parola, si oppone in modo radicale a questa idea, cioè che l’inconscio non è soltanto un sapere non saputo. Perché se noi diciamo che l’inconscio è un sapere non saputo, possiamo lasciar intendere che quel sapere non saputo può essere saputo. E quindi in questo testo, “La Terza”, cambia lo statuto del sapere è uno dei punti essenziali, che poi lo riprenderà come voi sapete nel testo “L’insu que sait de l’une-bévue s’aile a mourre” e lo cambia completamente e lo lega alla “Lalingua” e anche al godimento, perché il godimento non è come il desiderio. Ieri nel dibattito al campidoglio, c’è stato questo dibattito interessante sulla differenza tra godimento e desiderio; non entrerò su questo tema, ma ci sono degli elementi che ci portano. Comunque quello che a noi, o a me, interessa molto in questo testo è che c’è anche una modifica fondamentale in quello che riguarda lo statuto del inconscio e quindi la pratica dell’analista, perché la pratica dell’analista si fonda sul sapere dell’analista, che è un sapere molto particolare; noi diciamo di solito è “un sapere supposto”, così definiamo il sapere, pure lui l’ha detto, però non basta. Non basta che l’analizzante supponga, è necessario perché l’analisi cominci, che l’analizzando supponga che è l’altro che sa, pur se questa supposizione può rovesciarsi e quindi essere la fonte d’un rimpianto molto profondo: perché, come mai se tu sai quello che mi succede, non mi dai qualcosa di quel sapere? Perché vuoi frustrarmi? Molte volte è una delle cause degli aspetti del transfert negativo, che l’analizzante pensa che l’analista lo priva d’un sapere, perché lui, l’analista, vuole essere “il padrone del sapere”. Questa è una pura proiezione dell’analizzante, perché sappiamo bene che il nostro sapere è assai ridotto, ma è un sapere che non è un sapere per essere saggi. La nostra disciplina non è come la filosofia greca, che era meravigliosa, per la quale io ho tantissimo rispetto e grande ammirazione, però non per questo ideale di diventare saggio, non è “maître” che è un’altra cosa, perché uno può essere maître senza sapere niente e lo vediamo ogni giorno. Si può essere un politico di prima classe, ignorantissimo, però lui comanda e molto probabilmente perché non sa e perché se ne infischia del sapere e perché sa che il potere non si fonda sul sapere.
Il nostro sapere è un sapere molto limitato, ma è un sapere che riguarda la possibilità di quello che noi desideriamo come analista; il desiderio dell’analista non è tanto che l’analizzante vada meglio o peggio, pur se è molto attento anche a questa dimensione terapeutica, ma è il fatto che l’analizzante riconosca quello che rifiuta di sapere e che lo costituisce come tale, come soggetto, che ha questo carattere sempre un po’ traumatico o molto traumatico, dipende di tante questioni, però è un sapere che va alla modifica delle statuto del soggetto. Cosa può fare – quindi la questione è la responsabilità- cosa può fare l’analizzante con questo pezzo di sapere che non è tutto il sapere che gli concerne, però che è sufficiente perché lui, come soggetto, possa prendere un’altra posizione che quella del rimpianto, o quello del masochismo o tutti quei sintomi che noi conosciamo. Anche per gli analisti, spesso noi vogliamo spesso apparire come coloro che sappiamo, è vero che con l’analizzante dobbiamo mantenere a un certo momento una posizione di supposto sapere, perché se no il transfert non funziona. Non è che andiamo a dire: “senta, io non so niente di quello che lei mi sta raccontando, non capisco niente”, pur se è vero! Tante volte non capiamo niente, però quello non è un impedimento, perché la cura continui avanti; anzi può creare nell’analizzante e nell’analista questo sentimento di voler andare avanti nel suo modo di intendere quello che l’analizzante gli confida o non gli confida o nasconde.
Quindi vedete come il rapporto al sapere, sia nell’analizzante come nell’analista una questione fondamentale, che in questo testo viene veramente messa in questione. Qui lo vediamo chiaro, il sapere dell’inconscio non è un sapere insaputo, è il sapere insaputo, ma non basta; è un sapere legato al godimento, cioè, è un non sapere legato al godimento. Il soggetto non può accettare che lui gioisce della sua ignoranza, perché se va in analisi è supposto che vuole sapere, ma è una supposizione che è da provare, che lui deve provare e ci sono dei momenti della cura, quello che chiamiamo di solito nella tradizione freudiana la resistenza e Lacan la definisce benissimo fin dal primo seminario, vi ricordate: “ la resistenza appare nel momento in cui il soggetto s’avvicina in modo radiale, non direttamente, perché non c’è rapporto diretto, cioè, da diversi raggi al nucleo patologico, al nucleo traumatico”, è li dove si scatena la resistenza, in questo rifiuto di sapere; anche questo rifiuto di un sapere insaputo, perché lui può farsi l’illusione che lui sa, e ci danno delle spiegazioni sistematicamente e spiegano ho questi sintomi perché … come se in un certo senso vorrebbero essere sicuri di sapere qualcosa, quando non è che una copertura di questa ignoranza di quello che costituisce la loro struttura. E parlo di pazienti in un modo come Lacan ne parlerebbe, lui lo dice, parla da analizzante.
Quindi questa differenza analista/analizzante, nell’insegnamento soprattutto, è una differenza assurda, perché Lacan quando insegna, insegna come analizzante, cioè come qualcuno che non sa, che lavora come un pazzo per tentare di articolare le questioni, le più difficili, e andare fino in fondo nei limiti delle sue possibilità, che erano molto grandi, però, con i suoi limiti, e parla di questo testo come un testo che lui non lo fa, lo dice: “non lo faccio a cuor leggero”.
Sente una grossa difficoltà che lui non sa come risolvere, è pieno di contraddizioni, lo vedremo nei testi in alcuni paragrafi, e questo, invece di impedirgli di andare avanti, è una lotta, è uno sforzo, ma uno sforzo sostenuto da un desiderio. Lui dice: “ non esiste il desiderio di sapere, esiste il desiderio dell’ ignoranza”, che è quello che noi abbiamo normalmente e aggiunge :“ io invece ho questo desiderio”. E penso che lui aveva questo desiderio di sapere che è molto diverso da Freud. Freud aveva il desiderio di scoprire la verità, ed è quello che lo ha portato ha fare dei grossi errori anche, cioè di dire la verità al paziente ed è per questo che tutti i casi di Freud sono falliti. Dora, le ha detto la verità: “lei è innamorata del sig. K”, era completamente falso, perché era un suo pregiudizio; all’uomo dei topi, mi piace molto rileggerlo perché è molto divertente, perché questo ragazzo che era così intelligente, Lacan dice una frase su questo caso e dice, un ragazzo così intelligente e secondo Freud la sua analisi era riuscita, ma è morto durante la guerra, il che è curioso perché durante la guerra la norma era morire e Lacan ne fa una interpretazione come un effetto del masochismo di questo paziente, che si è offerto per essere ammazzato. È così che fa la lettura, una lettura sorprendente, cioè per provare che Freud aveva fatto un’interpretazione erronea di questo caso, cioè che non aveva permesso a questo paziente di uscire dalla sua nevrosi. Ma non è necessario passare per questa osservazione di Lacan, nel testo dell’uomo dei topi Freud è il maestro che gli spiega tutto. Lui gli racconta un sogno o gli racconta una storia, immediatamente Freud gli dà una spiegazione analitica perfetta, tutte evidentemente edipiche, assolutamente, perché l’analisi era questo e basta. E lui, il paziente, lo prendeva in giro, gli diceva: “no,no, non è come lei mi sta dicendo, non è che io odiassi mio padre, anzi, mi è capitato che una volta quando già morto, entro a casa, vado nella sua stanza dove lui viveva per parlare con lui e raccontargli della mia giornata”. Dà una serie di risposte a Freud interessantissime, per noi analisti che è una critica sistematica a l’ossessione di Freud di dire la verità ai pazienti. Perché Freud era preso da questa problematica della verità. Cosa che Lacan ci protegge, Lacan non parla della verità, parla della “mi-veritè” e del “mi-dire”, che la verità non si può dire tutta, vi ricordate. Queste cose che ci possono sembrare così teoriche, astratte, vedete come sono vive nelle cure e come leggendo qualsiasi testo di Freud, che è preso da questa passione della verità, ma che nella analisi non è questo che guida l’etica dell’analista. L’etica dell’analista non è l’etica della verità, è un’altra etica. All’epoca del Seminario dell’etica, è l’etica del desiderio, vi ricordate, il cui caso più interessante è quello di Antigone. Il desiderio di far valere una legge che è al disopra di una legge arbitraria, è questa la verità, far valere questa verità, qualcosa che trascende l’etica umana, che c’è una trascendenza nel mondo. Questo è contrario, vedete benissimo, a come Freud trattava i pazienti. E noi, come facciamo? Non penso che siano incompatibili, alle volte, in certi momenti della cura, con certi pazienti, non interveniamo sempre nell’interpretazione, ma in quell’altro modo diamo spiegazioni o costruzioni in analisi. Freud usava moltissimo questo metodo della costruzione, lui costruiva una storia, gli spiegava al paziente perché il paziente capisse quello che gli stava succedendo e perché.
- Drazien: la storia di Hans.
- Cacho: certo! Ma vedi Muriel, non so se sei d’accordo, ma come noi evidentemente disponiamo secondo i momenti della cura e anche secondo la struttura del paziente di una serie di mezzi, ma quello non è l’interpretazione. L’interpretazione, vedremo qui, perché Lacan parlando della “Lalingua” parla dell’interpretazione, perché? Perché lui mette in rapporto “Lalangue” con l’inconscio. Lui chiama “Lalangue” il supporto dell’inconscio, è una delle definizioni che lui ne dà. È vero che fare intervenire in questo modo bisogna trovare il momento per questo tipo d’intervenzione, che Lacan considera come l’unico modo d’intervento. Questo modo d’intervento dobbiamo sapere in che momento è opportuno, perché può creare anche dei rifiuti, non dei rifiuti temporali, perché ci sono delle volte che l’intervento dell’analista lo rifiutiamo, ci diciamo: “ma a questo, cosa gli è passato per la testa, questo non mi riguarda”. Però c’è un secondo momento o in un sogno, o nella seduta dopo che vengono a confermare quello che lui, il paziente ha veramente ascoltato, in verità cosa ha ascoltato dell’intervento dell’analista. Qui siamo in un altro campo, quello del piacere o del dispiacere, non è per far piacere a nessuno, l’analista non è una persona che deve far piacere al paziente, ma neanche uno che cerca di far dispiacere al paziente, non è quello il suo compito, né il suo desiderio; il suo desiderio è tutta un’altra cosa, non ne parleremo oggi. È già importante sapere che il desiderio dell’analista non è quello di dire la verità, ne quello di far piacere, ne quello di far dispiacere, pur se può produrre questi effetti, ma non è questo il suo desiderio, è un’altra cosa, ma è un punto che in questo momento non voglio abbordarlo.
Leggerò alcuni paragrafi che per me sono i più complessi, già ho detto qualcosa sulla posizione di Lacan, in questo testo, quando dice che non lo fa volentieri e anche questa questione è una questione “tordue”/”intricata”, in francese ha un significato negativo, e dice anche: “è un problema dove possiamo restare impigliati”, possiamo perderci. Vedete come Lacan entra in un campo di ricerca che non sa e dunque con molta cautela e sa che si può “impigliare/avvolgersi” e sbagliare, sviare dal suo compito, da quello che lui si era preposto e quello che invece di impedirgli di entrarci è quello che lo fa proprio entrare. Questo per noi è fondamentale come etica. E io penso che se le istituzioni analitiche diventano quello che stanno diventando che erano già diventate dal tempo di Freud, cioè dei luoghi dove si impedisce di lavorare è perché si vuole assolutamente evitare di “impigliarsi”, e poi è un problema dove ci si può sviare, sbandare da un luogo all’altro.
- Drazien: non hai le pagine?
- Cacho: si,si, pagina 196 da “Le lettere della scuola”. Quest’ introduzione ho voluto subito metterla in valore, perché siamo o non siamo sufficientemente troppo ciechi, come la ricerca nell’analisi, nel senso di come rendere conto della situazione particolare e singolare di ogni paziente, non sia un ostacolo al quale noi ci confrontiamo, anzi è il motivo che ci deve impegnare con desiderio, perche? Perché l’analista è responsabile della sua vita e della vita di coloro che vengono a confidarsi con lui. Quindi c’è un aspetto etico, magari sto insistendo troppo, ma se lo faccio è perché ho l’impressione che le istituzioni analitiche, in genere, sono fatte per impedire il lavoro. Questo è chiarissimo nella storia del movimento analitico. Subito dopo Freud e ancora prima della sua morte c’erano tutti questi movimenti che venivano a negare assolutamente quello che Freud aveva proposto precisamente su quello che si riferiva al godimento, “Al di là del principio del piacere”. Lacan non ne parliamo, tu sai meglio di me come Lacan era rifiutato da una parte della sua scuola. Rimaniamo qui per non andare avanti, ma quella tendenza continua e l’unica cosa che può, a mio avviso, garantire l’esistenza di un gruppo analitico, di un’istituzione analitica, è che almeno si tenti di ridurre questa opposizione, questa negazione al lavoro comune, questa dispersione, questo voler avere ragione sull’altro, questa incapacità di scambiare i nostri propri errori, per sapere come risolvere i problemi ai quali tutti noi siamo confrontati. Penso che questo sia un punto fondamentale e che Lacan ci insegna e ne approfitto perché questo mi inquieta molto.
- Drazien: questa è la ragione perché tu dici che l’Associazione analitica è contraria allo svolgimento etico del lavoro, per questo hai ragione, perché dà possibilità a chi vuole sapere più degli altri di farsi avanti.
- Cacho: cioè, per il rapporto al sapere, sono assolutamente d’accordo con te Muriel, ma io lo formulerei, magari come è normale, differentemente, e cioè, che il sapere viene messo in posizione di agente, al posto del significante “maître/padrone”, e quindi, immediatamente il sapere si converte nell’ oggetto della rivalità, “io so più di te e quindi, fuori, sono io che comando”, cio rende impossibile la dialettica, noi sappiamo poche cose, ma tentiamo di confrontarci con queste difficoltà e fare che ognuno apporti quello che ha capito, e più di quello che ha capito, quello che lui si chiede e come lui legge, è questo che fa una istituzione analitica degna di questo nome, era quello che facevano Freud e Lacan. Però Freud e Lacan, soprattutto Lacan, per essere più vicino e perché aveva un altro approccio dell’inconscio, che personalmente mi conviene di più, anche se sono un grande lettore di Freud, perché amo Freud, però preferisco leggere Lacan perché non capisco. Mi sento confrontato a quell’impossibile che mi fa muovermi, che impedisce di ridursi a un’idiozia prematura. Muriel lo sa benissimo perché lavoriamo da tanti anni, è grazie a lei che io ho conosciuto Lacan, e quindi se vengo qui è anche per ringraziarla di questo dono, di aver potuto entrare in questo discorso nuovo che ci permette di respirare in un mondo assai irrespirabile.
Passerò adesso, se voi mi permettete, alla pagina 178, non la leggerò. Lacan qui stabilisce una differenza molto interessante, la distinzione tra “onomatopea” e “Lalangue”. Perché gli esempi che lui ne dà fino alla prima pagina, “dit-ce-que”, e si può intendere dal verbo dire o da “disque” disco, quello che ritorna sempre, ed è quello che succede nelle istituzioni analitiche, che sono diventate peggio che la “dottrina della fede”, e la scomunica, e Lacan è stato sottoposto a questa terribile esperienza che per lui è stata benefica, perché è grazie a questa scomunica, che ha potuto fare il lavoro che ha fatto, se lui fosse rimasto con questa banda di delinquenti, alcuni, che abbiamo conosciuto, che non aveva altra idea che quella di avere un potere istituzionale. In ogni modo Lacan aveva una tale forza che sarebbe uscito, non scomunicato, comunque non gli avrebbe impedito il suo lavoro.
Dr.ssa M. Drazien: lui ha sofferto di essere sradicato, di perdere questa base nella quale lui era cresciuto; questo è il fatto;non sarebbe andato via di sua propria volontà, credo, anche se aveva le ali tappate, perché non gli permettevano di insegnare alla fine.
J.Cacho: vedi come le istituzioni impediscono il sapere, qui abbiamo un caso flagrante, ma non è l’unico, ne l’ultimo purtroppo.
Quindi lui fa questa differenza tra l’onomatopea e “Lalangue”, facendo però della onomatopea, non un significante, ma una prevalenza della voce, di cui ieri abbiamo detto qualcosa. Tutti gli esempi che lui dà, sono un modo di trasformare la parola “dit-ce-que”del verbo “dire” in “disque”, “disco”, invece di introdurre il taglio, fa un collegamento e diventa “disque”, e poi in altri testi, che magari ricordate, parla del “disque” della seduta, quella ripetizione che raccontano. É una delle ragioni per cui lui dice che la pratica delle sedute brevi aveva questa funzione, di tagliare il disco. Come si fa a tagliare il disco? Nella clinica freudiana è chiarissimo; abbiamo tanti esempi nella letteratura della Internazionale, che leggo frequentemente perché è molto interessante. E’ diretto: “lei si difende, questa è una resistenza”. Cosa produce questo intervento, che il paziente si sente ancora più minacciato, perché se si difende è perché ha bisogno in quel momento di difendersi. C’è un esempio meraviglioso di quello che fu il presidente dell’Internazionale, e di questa attrice famosissima che si suicidò, Marylin Monroe. Lei fu un’analizzante di Ralph Greenson. Lui racconta nei suoi due libri “ Tecnica e Pratica Psicoanalitica” un caso meraviglioso che riguarda proprio questo, a mio avviso. Si trattava di una signora che secondo Greenson era una nevrosi di difesa; io non avevo mai sentito una nevrosi di difesa, almeno ha inventato questo. E in che consisteva questa difesa? Che questa signora era inabbordabile, era inanalizzabile, perché si difendeva da ogni possibilità di ricevere l’interpretazione dell’analista, che non mancava. La seduta consisteva che era lui che parlava, l’altra si difendeva da lui che parlava. E’ arrivato a un punto tale, questo è raccontato da lui, che lui racconta questo sogno della paziente come una conferma della sua idea di nevrosi di difesa di questa paziente, inanalizzabile per lui. Questa paziente che non ne poteva più, la povera donna, è arrivata un giorno in seduta e per la prima volta ha aperto un po’ la bocca, prima che l’altro la lasciasse afona e gli racconta il seguente sogno: che lei si trova in un gabinetto si chiude con molti chiavi e pur se tenta di chiudersi con quaranta chiavi, diciamo, c’era qualcuno che, con molta forza, nel luogo più intimo e più indifeso di tutti. E questo non ha capito niente, ha capito che era la conferma di quello che lui pensava.
Dr.ssa M. Drazien: ecco perché era innanalizzabile.
J.Cacho: quello che era inanalizzabile era lui, è certo, perché se questa qui aveva bisogno di mettersi in un gabinetto, è perché c’era qualcosa, per usare termini freudiani, dell’analità, da cui lei voleva proteggersi, qualcosa che non poteva assumere, poco importa infine.
Però vedete, come questa problematica del “disque”, che non è soltanto dalla parte dell’analizzante, può essere anche dal lato dell’analista, che ripete sempre le stesse cose, che non è in condizioni d’ascoltare. È vero che a volte diventa, per noi, molto difficile ascoltare, perché ci sono dei momenti dove non capiamo niente; bisogna avere una certa ascesi, come nella tradizione monastica, per sopportare questo disco senza aggredire il paziente, come farlo? Si può interrompere la seduta senza che questo aggiunga nuove difficoltà alla continuazione della analisi, perché il paziente si sente troppo minacciato. Sono questioni molto delicate e ogni uno di noi se la sbroglia come può, e soprattutto dalla risposta che riceve dal suo paziente al intervento dell’analista, è questo che ci guida, come lui a fatto sentire all’analista qualcosa. Perché non è perché parla, fa sentire, come l’analista, che non necessariamente parla, ma fa sentire; e Lacan dice una cosa incredibile, che il discorso dell’analista è un discorso senza parole. Si può leggere in diversi modi, ma è anche questo di “far sentire”. E per far sentire, sappiamo benissimo con i bambini, non è necessario la parola, alle volte un gesto, uno sguardo; ci sono dei mezzi molto diversi di cui noi disponiamo come analisti e noi tentiamo di vedere qual è la risposta a questi modi, a questi interventi che è un discorso. Lacan parla di discorso, curioso, è un discorso perché? Perché è la posizione dell’analista, perché l’analisi è un discorso per Lacan, in quella posizione di oggetto “a” che lui fa intendere, non fa sentire, non è necessario che faccia sentire. Tu sai meglio di me, di Lacan si dice molto come interveniva senza parlare.
Quindi c’è questa distinzione che lui stabilisce tra onomatopea e “Lalangue” fondata sull’aspetto fonetico, cioè non dal significante, ma dalla voce, come la voce può intervenire, come può farsi sentire, visto che la voce è afona, cioè, che l’intervento dell’analista non è soltanto a livello del linguaggio, ma è a livello del reale.
Questi modi di Lacan, e ne raccontano tante cose, ogni uno ha i suoi modi, io non parlo dei miei modi, tranne in supervisione dei miei pazienti. Per esempio il fatto di farsi presente con il corpo all’analizzante, di non rimanere seduto dietro tutto il tempo, ci sono dei momenti in cui l’analista si sposta, senza dire una parola e alla volte l’analizzante è molto sorpreso, le prime volte, non so se avete questa esperienza?
- Drazien: scusa, puoi ripetere di che cosa si tratta?
- Cacho: voglio dire che l’intervento dell’analista, come io intendo in parte questa espressione, questo enunciato di Lacan che il discorso dell’analista è un discorso senza parole, e penso che ci sono dei modi di intervento dell’analista senza parole, che quindi non appartengono al registro del simbolico, ma che appartengono a un altro registro. A me sembrano, in alcuni casi, appartenere al registro del reale, anche del reale del corpo dell’analista, o del suo modo di muoversi, o del fatto che sta leggendo dietro di te, o sta facendo delle cose …
- Drazien: o sta dormendo…
- Cacho: o sta dormendo, che è una questione molto delicata, ci sono dei pazienti che sollecitano che l’analista si addormenti; alle volte per l’analista non è negativo, perché è stanco e perché ci sono dei pazienti che lo stancano o che vogliono renderlo furioso. Mi è successo, era un periodo che il mio analista era molto stanco (il pubblico ride), ma aveva ragione, prima di tutto perché aveva moltissimi pazienti e poi una serie di questioni, e non so se era perché aveva molta fiducia in me (il pubblico ride), e io devo dire sono stato molto rispettoso del suo sonno, perché io a un certo momento, e si sente immediatamente che è addormentato; io dopo qualche minuto, mi alzavo molto piano, lasciavo i miei soldi e uscivo discretamente (il pubblico ride). Pensavo prima di tutto, dicevo: “io sono pesantissimo” e secondo, “il poveretto mi sta a sopportare e ogni tanto ha il diritto di riposarsi”. Questo è un po’ per scherzare, cioè, per dare alle cose dure e difficili un po’ d’aria.
- Drazien: avresti potuto soprattutto aprire la finestra!
- Cacho: non sono sicuro che lo avrebbe svegliato. Comunque questa è una battuta, quello che è interessante è l’aspetto del reale, cioè in un momento è il reale che si fa presente, il che è sconvolgente, perché per noi l’analista è qualcuno che ascolta e che ogni tanto parla. Dicono che i lacaniani, in genere, parlano poco, io certamente parlo poco, ma devo dire la verità, parlo poco perché non so cosa dire e quindi preferisco stare zitto, è una sorta di prudenza speciale. Ma alcuni no, conosco tanti colleghi che parlano molto ai loro pazienti, penso che dipende del tipo di paziente. Voglio dire che siamo abituati a concepire l’analista, come Lacan ha anche detto, come dentro al registro del simbolico, come colui che ha un rapporto alla parola, a una parola che ci è indirizzata, più o meno direttamente, secondo l’occasione e invece non è soltanto così. Anche il modo di accompagnare il paziente, il modo di aprire la porta, ci sono delle modalità che sono reali, che ci lasciano molte volte perplessi, cosa ha voluto dire, cosa ha voluto dirmi. Mi ricordo una volta di un paziente di Melman, che siccome eravamo tanti nella sala d’attesa ci conoscevamo ormai, e questo paziente, avevo sempre avuto l’idea che era molto fobico, uno dei rari che essendo lì da anni e vedendoci tre o quattro volte alla settimana, come si usava all’epoca, quest’uomo non salutava mai, aveva una sorta di fobia di contatto, si metteva negli angoli. E Melman una volta, perché lui, quando finiva la seduta, ti salutava e ti lasciava uscire, ti accompagnava alla porta che dava sulla strada e con questo paziente lo accompagnava non soltanto alla porta che lui stesso apriva al di fuori della porta, cioè all’esterno, alla strada, come una sorta di aiuto, perché probabilmente questo paziente aveva un’agorafobia o qualcosa così, e lo aiutava anche in questo modo, io lo trovavo molto umano, dunque ci vuole una certa sensibilità. Ma sono degli interventi che riguardano soprattutto, perche non è che lui gli diceva qualcosa, lo accompagnava fisicamente. Non so come il paziente interpretava questo, sicuramente lo rassicurava, non lo so, magari è una pura proiezione, perche no. Gli interventi dell’analista appartengono a diversi registri, qui è chiaro, la differenza fra “lalingua” e la onomatopea, come lo dice Lacan, è legata alla questione della voce.
- Drazien: però lui dice in questo paragrafo che l’onomatopea fa parte della “lalingua”, appartiene al suo sistema fonematico.
- Cacho: si è vero. Vedi, da una parte Lacan ha questo genio di distinguere le cose, ma poi dall’altra di legarle fra di loro. Perché distingue, non soltanto qui, vedremo la questione dell’onomatopea in altri momenti, quando riprendi tutti questi esempi che lui ne da, distingue questi due fenomeni, però anche li lega.
- Albarello: perché insistere troppo sulla onomatopea vorrebbe dire ridurre “lalangue” unita semplicemente alla poesia, ma non è soltanto quello.
- Cacho: penso anche Carlo, non so se sei d’accordo, perché l’onomatopea è dell’ordine del segno …
- Albarello: del suono …
- Cacho: certo del suono, nel senso che imita, per esempio di un passero, un oggetto, non lo so; è nel campo non del significante, ma nel campo del segno, significa qualcosa per qualcuno, che mette subito in rapporto con l’uccello, col rumore di una macchina e che non è la questione della “lalingua”. La “lalingua” non è così, e vedremo come lui ne parla, e si capirà meglio, ma c’è, come dici tu Muriel, un legame, ma c’è una differenza.
- Drazien: ma lui qui ha dato diritto di cittadinanza all’onomatopea
- Albarello: ma è francese, lui non poteva essere diverso. Lui è figlio di Mallarmé e di tutti questi che hanno rivoluzionato la poesia, introducendo questa onomatopea e non poteva non farlo un francese, perchè comunque per loro la poesia, e a partire da loro e per tutto il novecento e per tutto il mondo è questa possibilità di utilizzare questi…
- Drazien: Carlo credo che in questo paragrafo specificamente lui intende dire che i suoni, neologismi, che sono spesso onomatopeici, fanno parte della “lalingua”, cioè hanno diritto d’ingresso …
- Albarello: ma non è “lalangue”.
- Cacho: non è “lalangue”, è vero ma c’è un rapporto, vedremo subito dopo come “lalangue” è in rapporto con la lettera.
- Drazien: va bene, allora la “lalangue” la metti in una categoria a parte.
- Cacho: a parte e c’è un legame, e tu ha ragione a sottolinearlo, però c’è una grossa differenza, come lo vedremo, ne possiamo assolutamente discutere, anzi è quello che vogliamo.
A pagina 179, fa un rapporto, parlando della onomatopea proprio, con le “Discours de Rome”, diventa le “disqu’ourdrome”, è una sonorità la quale qualità principale è che non ha senso, “ourdrome” non ha senso. L’onomatopea non ha senso.
- Drazien: parla del godimento del gatto. E tutta questa mattina hanno parlato di questo bambino che era trattato e sopranominato “il gattino” dalla madre.
- Cacho: ecco, ma li è un aspetto metaforico, la madre che chiama il suo bambino di gattino è una metafora. Qui quando parla del gatto, lo vedremo subito, parla del gatto in quanto che il godimento del gatto riguarda la totalità del corpo e distingue perfettamente il godimento del corpo nell’essere parlante, che non è un godimento totale, dal godimento animale, dal gatto, per esempio, ma anche di altri; il gatto si presta, e lo sentiamo con quel “rom rom”.
Vedrai come distingue subito il godimento del corpo, perche Lacan incomincia ormai a distinguere tre godimenti: il godimento fallico, il godimento dell’altro e il godimento del senso, “ jouis – sence”.
Perché in altri testi precedenti, Lacan ha una lista di godimenti quasi infinita; qui dal fatto della topologia borromea, riduce il campo del godimento, e vedremo come lo fa.
Quello che volevo farvi sentire subito è che qui distingue immediatamente il godimento animale, che è un godimento del corpo, ma del corpo nella sua totalità, e vedremo l’importanza di questa differenza, e poi il godimento del corpo non come tutto, non come totalità, ma il godimento del corpo dell’essere parlante, che è un godimento parziale, non è totale prima di tutto, e secondo, che è un punto per me fondamentale in questo testo, è un godimento, e lo vedrete subito nella formulazione curiosissima di Lacan: “je pense donc se jouit”. Lo scrivo perché vedremo di cosa si tratta. La declinazione che lui ne dà è interessante, “se jouit”, il carattere riflessivo del godimento nell’essere parlante. E vedremo in che senso dobbiamo intendere questa riflessività, come possiamo leggere questa riflessività del godimento del corpo nell’essere parlante, non del godimento dell’altro nell’essere parlante, ma del godimento del corpo nell’essere parlante.
Allora, lui parte dal famosissimo enunciato cartesiano de: “ je pense donc je suis”. Dunque che l’esistenza del soggetto è una conseguenza del pensare, che il soggetto, per Decartes, che l’ esistenza del soggetto non è un effetto del significante, ma un effetto del pensiero e Lacan cosa fa? Fino a un certo senso rispetta la prima parte: “ je pense donc…” , dice in questo testo che questo donc deve essere rifiutato, forcluso; dunque la causalità, perché in questa frase di decartes, il “donc” indica la causalità, “se uno esiste è perché pensa”, questa è la ragione della esistenza filosofica. Invece Lacan non soltanto modifica la formula, ma insiste che questo “donc” , e dunque “je pense (donc) se jouit” , donc l’ho messo tra parentesi. Questa è una delle formule che vengono usate in questo testo e c’è n’è una seconda ancora, per me, più interessante: “Jepensejesuis”, senza tagli ,“ iopensoiosono”, ma è vero che non ha la stessa sonorità che in francese, se diciamo in italiano iopensoiosono c’è subito la questione della sonorità, c’è quindi la questione della “lalingua”, invece in francese, perché insisto su questo, perché dice Lacan che la problematica della “lalingua” è tipica a ogni lingua. La “lalingua” non si può concepire in un modo universale, perché ogni lingua ha le sue modalità della “ lalingua” e lui ne da parecchi esempi, qui ne abbiamo uno. Qual è anche l’interesse di questa seconda formula, perché qui abbiamo a che vedere, se parliamo dal punto di vista grammaticale, a una contraddizione. Perché qui è la prima persona e questa è la terza persona, non è “je pense je suis” con la “s”, ma con la “t”.
Quindi, è una questione interessante perché? Perché, infatti, il soggetto ha bisogno per la sua costituzione del terzo elemento.
- Gurnari: non ho capito questo della terza persona, perché c’è la terza persona?
- Drazien: perché è il terzo, la terza persona, la declinazione.
- Gurnari: si, questo l’ho capito, però perché la terza?
- Drazien: lui sta indicando che questo godimento è fuori del “je”.
- Cacho: è fuori ma anche…, per riprendere un po’ Muriel quello che abbiamo sentito ieri, è ex-time al soggetto al soggetto.
- Drazien: si, esattamente!
- Cacho: che il soggetto non si può concepire senza l’altro, senza il terzo, la (…?) di Freud; è quello che costituisce un soggetto, almeno è questa la lettura che ho fatto perché se no cosa succede, che rimaniamo nel campo della riflessività, “ se juis” grammaticalmente è una costruzione riflessiva, cioè, cosa vuol dire riflessiva? Vuol dire che il soggetto agente è lo stesso dell’oggetto dell’azione, “io mi lavo, io mi pettino …”, cioè il soggetto e l’oggetto sono lo stesso, cioè, colui che agisce è lo stesso sul quale lui agisce, dunque c’è una chiusura, una perfetta chiusura, una esclusione di questa “terzialità”; così ho letto io, perché vi assicuro mi sono “rotto la testa”, perché mi dicevo perché queste formule cosi enigmatiche.
Confesso che mi sono piaciute molto questa questione della riflessività perché è molto difficile uscirne di questa riflessività anche nella vita sociale. È molto difficile stabilire il dialogo, il dibattito, siamo in questa riflessività. Quindi mi è sembrato, per me stesso, un punto di grande interesse anche eticamente e come uscire. Il soggetto da sé stesso non può uscire, è riflessivo, in che senso? Lo vedremo subito. L’unica possibilità per uscire da questa riflessività, è l’intervento, l’introduzione costitutiva del terzo, di “il” . “Je jouit” seguito dalla terza persona, mi seguite?
B.S. Bresani: non è che ho afferrato bene questa questione.
- Cacho: in spagnolo, vediamo se possiamo, “ io penso, io è”, prima persona e terza persona, “yo pienso, yo es”. Ha una formula che grammaticalmente è erronea, però vedremo alla fine su una questione che mi sembra essenziale, sulla quale vorrei finire il mio intervento di oggi, è una critica radicale alla grammatica. I sogni sono gli esempi fondamentali della critica, la più diretta, della grammatica, perché appaiono alle volte delle formule, non ne parliamo nel campo delle psicosi, tu hai parlato ieri benissimo di Joyce, tutte quello modifiche che lui stabiliva non soltanto a livello di linguaggio, ma a livello della grammatica. Perché la grammatica è proprio la istituzione più contraria al discorso dell’inconscio. Insegniamo ai bambini a parlare grammaticalmente di una maniera giusta; è necessario, sono assolutamente d’accordo, però diventano un po’ scemi. I bambini quando ancora non sono sottomessi a questo insegnamento, in Francia per esempio sono ossessionati dalla grammatica, in Spagna, non so in Italia, c’è una grande accettazione delle lingue, per esempio, latinoamericane, che pur avendo una radice comune, hanno delle formule accettate nel dizionario della lingua spagnola, come forme perfettamente appartenenti alla lingua e che, da un punto di vista della grammatica spagnola, sono contrarie, ma invece sono state perfettamente assimilate. Nella clinica con i bambini, ci ho lavorato per dieci anni in una Istituzione, a Parigi, con i bambini. Ho visto dei bambini che dicevano delle cose sorprendenti, grammaticalmente erronee, tutto quello che voi volete, ma così intelligenti, così interessanti e poi, dopo tre o quattro anni, si erano impoveriti, e la cura serviva a che loro potessero esprimere quello che loro hanno veramente nella loro modalità. Quindi c’è questo su la problematica della riflessività.
Voglio fare un’altra osservazione sulla riflessività. In questa frase di Lacan “Je pense se jouis”, nella seconda declinazione, ebbene si tratta di “moi” , nel senso che il “moi” è un riflesso, si costituisce per la riflessività, nello stato dello specchio, come sapete benissimo. Quindi è anche un modo di ridurre lo statuto del soggetto allo statuto dell’io. Infatti, se siete attenti a come Lacan chiama questo testo “ Le stade du miroir comme formateur de la fonction du je”. Quindi distingue il moi dal je, già allora, cioè negli anni trentasei, immediatamente introducendo un legame come formatore della funzione del “je”. Quindi, da una parte un legame fra io e “je”, e il “je come funzione. Perché insisto su questa problematica che sembra lontana invece è del tutto attuale? Sapete come Lacan nel Seminario “ Ou pire” fa questo lavoro pesantissimo su la grammatica di Frege, è che per lui, in Frege, la frase è divisa in funzione e concetto. Quindi, immediatamente entriamo nel campo del soggetto come funzione. Qual è l’interesse? Il soggetto è una funzione, che non ha nessun senso, fin quando non si mette in rapporto con il concetto. Non mi metto a spiegare tutta questa teoria perché è un po’ complicata e non abbiamo il tempo, ma voglio sottolineare un punto essenziale. Frege chiama la funzione insaturata, cioè, che gli manca qualcosa, che non è completa, che gli manca la saturazione. La parola saturazione viene da “satis”, “abbastanza”, “abbondanza”. Quindi, il soggetto è qualcosa che non si basta a sè stesso, per costituirsi ha bisogno di quello che Frege chiama “concetto”, che ora non vi spiego perché è molto complesso. Se Lacan prende tutti questi testi, nel seminario “Ou pire”, che è pesantissimo e che vi assicuro non ho capito praticamente niente, perché sono negato per la matematica, però ci sono delle cose che appaiono e su cui Lacan insiste moltissimo, ed è questa problematica della insaturazione, cioè dell’insufficienza del soggetto isolato, che è un modo di capire, mi sembra, la riflessività; il soggetto della riflessività, come riflesso dell’altro, è un soggetto solo perché ha solo a che vedere con la sua immagine riprodotta, secondo lui, nell’altro. Sia per amarlo, sia per odiarlo, passando dall’uno all’altro con facilità, sappiamo che dall’amore all’odio il passaggio è facilissimo.
B.S. Bresani: dunque avrebbe bisogno d’una “concettualizzazione” d’un terzo?
- Cacho: Il concetto in Frege è un po’ complesso, non saprei bene spiegarlo, è complicatissimo, ma è qualcosa che ha a che vedere con la simbolizzazione, quindi con l’Altro. Dunque il soggetto è impossibile, la sua esistenza non è che funzionale, nella misura in cui è insaturato, salvo a passare per l’Altro, che lui chiama concetto. Per questo penso che Lacan consacri parecchi capitoli, facendo un lavoraccio enorme su questi concetti, perché aveva capito che lì c’era qualcosa, prima di tutto perché è una formula e quindi è trasmissibile. Era una passione di Lacan, cioè dare in quel periodo, fare dell’analisi una scienza, poi ha cambiato e ha detto che l’analisi era una etica. C’è tutto un momento dell’inizio di Lacan, in cui aveva questo compito, diciamo questo desiderio di fare dell’analisi una scienza, non come le altre scienze. Vi ricordate tutti gli sviluppi sulla matematica in Lacan sono enormi, Fibonacci, Cantor, Russel, Kepler, tutto un mondo delle matematica, che per noi è pesantissimo che porta alle volte a un rifiuto. Ho sentito un analista dei più conosciuti dei lacaniani, che ha un grande prestigio come analista, e con ragione a mio avviso, per lui questo non ha niente a che vedere con l’analisi, dice che è “un affare di Lacan” però che questo non ha nessun interesse per lo studio dell’analisi. Io penso che abbia un interesse.
- Drazien: anche i matematici dicono che non ha nessun interesse.
- Cacho: questo non mi sorprende, perché per i matematici non c’è che un interesse: la matematica, perché? Perché li fa girare in un cerchio, perché li libera della loro soggettività, sono delle formule che funzionano benissimo. Ho avuto pazienti matematici e presentano delle difficoltà per l’analisi molto particolari. Quindi la riflessività, anche nel senso che si tratta dell’io del corpo frantumato, perché faccio questo riferimento? Perché Lacan stesso distingue “il godimento animale” che è totale, dal godimento del corpo umano che non è totale, è riflessiva. Dunque ho tentato di trarne le conseguenze di questa parola riflessiva, che rinvia immediatamente alla questione dello specchio, e quindi alla questione del frazionamento del corpo; è un godimento frantumato/spezzato. È vero che ogni uno di noi trova il suo godimento in certi oggetti, non nella totalità del corpo, per esempio, ognuno ha le sue tendenze, i suoi gusti, quello che alimenta la sua libido.
- Drazien: ci fermiamo e riprendiamo più tardi? Perché è un testo complesso.
- Cacho: sì, e vorrei riprendere dopo con un paragrafo che mi sembra molto importante.
PAUSA
- Cacho: Vorrei ricominciare con un punto che mi sembra molto importante e poi passiamo al dibattito. Si trova a pagina 189, è un paragrafo, molto complesso, lungo, penso che non sia tanto utile leggerlo, però sapete dove si trova; e poi, essendo molto lungo e sentendolo non si capisce niente.
- Albarello: ci dici soltanto come comincia in francese?
- Cacho: “Lalangue n’est pas à dire vivante parce qu’elle est en usage”, cioè, non è perché sia in uso, che sia vivente, il che clinicamente è molto interessante. Con certe forme cliniche abbiamo a che fare con soggetti che sembrano vivi e invece sono morti, per esempio nella nevrosi ossessiva, è un caso tipico. Il fatto che ci sia qualcosa in uso non vuol dire che … la vita è un’altra cosa.
Bene, è su questo paragrafo così complesso che io tenterò di fare una lettura e poi voi mi direte. Questo paragrafo è il più complesso, in che senso? Nel senso che Lacan tenta di articolare, distinguendo differenti elementi costitutivi del fenomeno, come per esempio, il nodo, il corpo, lalangue, il godimento, l’inconscio, il sapere e il Reale. Tutti questi elementi sono collegati in modo molto complesso in questo paragrafo e poi li svilupperà a suo modo, perché Lacan non segue un filo, come nell’insegnamento classico, passa da una cosa all’altra, e non sai bene … però quello che è certo, a mio avviso, è che tutti questi elementi, che ho appena accennato, sono nominati, elaborati e collegati gli uni con gli altri e collegati in diversi modi; lo vedremo subito.
Ho tentato di dividere questo paragrafo in due parti, una prima parte che riguarda il rapporto del corpo, ma del corpo non come tutto, come vi ho già accennato, ma il corpo come costituito da pezzi, cioè il godimento parziale, differente dal godimento totale dell’animale, la differenza tra corpo umano e corpo animale, con tutta la questione della riflessività che abbiamo tentato di sviluppare. Quindi c’è questa prima parte del rapporto del corpo, non come tutto, che è annodato, e qui è il primo collegamento, il corpo annodato al Reale. E come è annodato al Reale? Perché non basta dire che il corpo è annodato al Reale, e dice Lacan che è annodato al Reale “dont il se jouit”, cioè, è annodato al Reale di cui il corpo “si gode”.
- Drazien: però qui dice: “le corps est à comprendre au naturel comme dénoué de ce réel”.
- Cacho: perché la frase è più complessa. Riprendo quello su cui tu poni l’accento. Il corpo quindi, è grazie al Reale che può, il corpo “se jouit”, non gode direttamente, gioisce del suo legame al Reale. Detto in un altro modo, il corpo non può godere da solo, ha bisogno di questo collegamento con il Reale, non come essendo il Reale il godimento, ma il luogo dove il corpo “si gode”.
Il Reale non è la causa del godimento del corpo, è il luogo dove il corpo nel suo annodamento gioisce nel Reale. Detto in un altro modo, e vi ripeto, quindi il corpo non può gioire da solo, ha bisogno di questo passaggio diciamo, ma non è un passaggio, è un collegamento logico, siamo nella logica del nodo borromeo. Perché vedete immediatamente come il corpo appartiene al registro dell’Immaginario, il Reale è il Reale e poi c’è questo godimento che è legato al Reale, ma che non s’identifica con il Reale. Allora a quale categoria appartiene? A diverse, perché ci sono diversi godimenti, c’è il godimento dell’Altro e c’è il godimento del corpo e c’è un terzo, godimento, di cui in questo testo ne parla pochissimo, che è il godimento del senso, scritto cosi: “ jouissance – sense” . Quindi, abbiamo immediatamente a che vedere con una categoria legata al Reale, ma diversa dal Reale, e che si chiama godimento e che acquista diverse modalità e quindi diversi statuti nodali e lo vedrete alla pagina dove lui fa questo disegno, lo indica nella pagina 200, ecco.
- Drazien: c’è anche a pagina 190.
- Cacho: ma è più interessante a pagina 200 perché ci sono delle distinzioni nuove. Qui vedete benissimo come lui stabilisce da una parte la “ jouissance Autre” che è in rapporto fra il Reale e l’Immaginario, all’incrocio di queste due consistenze. Quindi, da una parte appartiene al reale, e in questo senso Lacan dice, in questo testo, che la “jouissance Autre est hors language”, ineffabile, quindi la esclude dal campo del simbolico, ed è questo che mi sembra un punto essenziale. Quest’articolazione così complessa, la quale sembra una sorta di teoria “fantasmatica”, ha una traduzione clinica molto precisa. Come certe forme di godimento e il problema che si presenta per la clinica immediatamente è che è fuori linguaggio. Come parlare con qualcuno la cui vita è legata o assolutamente assorta a questa “jouissance Autre”, da questo godimento totale e assoluto?
Abbiamo evocato all’inizio il problema delle dipendenze patologiche. Allora, ieri non so cosa hai pensato Muriel, non abbiamo avuto il tempo di discutere su questo punto, ma quest’autore del libro, Recalcati, ne ha parlato di questi casi e aveva assolutamente ragione, è un problema nella clinica molto grave. Allora, lui ha fatto un’osservazione che, a mio avviso, si prestava a una vera discussione; ha detto che nella sua pratica, in questi casi, poiché sono “fuori linguaggio”, tocca all’analista stabilire i limiti a questo godimento totale/Altro, per esempio impedendogli di continuare ad assumere la droga, cioè come un’alternativa:“Se lei vuole venire a trovarmi lasci la droga”. Questo mi sembra impossibile, perché se viene perché è preso da questo godimento, in nome di che cosa … e poi se è un godimento che non si presta allo scambio verbale, come si può fare? Salvo essere un generale dell’armata tedesca, non attuale, ma quella del passato o sei un poliziotto, cioè metti l’altro in questa posizione, sotto un ordine, ma in questi casi non ubbidiscono all’ordine e non rinunciano al loro godimento. Quindi pone un problema, come intervenire? Penso che questo modo d’intervento, prima di tutto, sia inutile, e secondo, non è quello che risponde alla posizione di un analista; però è vero che bisogna trovare il modo di ridurre questo godimento.
Lacan quando parla di questo godimento come sintomo, dice che il sintomo si tratta di ridurlo, non di farlo sparire perché è impossibile poiché fa parte della struttura. Allora come si riduce? Lui lo indica e lo vedremo. Si tratta di ridurlo per l’intervento dell’analista, nel momento in cui il paziente è già nella dialettica della parola, ma se ci troviamo davanti a un paziente che è fuori di questa dialettica, perché è in un godimento che è “fuori linguaggio”, non dobbiamo essere troppo idioti; bisogna prendere la misura della situazione nella quale si trova il paziente. Il paziente viene e, prima di tutto, non sappiamo perché viene; mi ricordo di casi che venivano per non essere condannati dai giudici. Non dico che questo non possa trasformarsi, pur se la domanda era nascosta e alle volte lo dicevano, e non penso che sia un ostacolo impossibile da superare, ma bisogna fare un lavoro preparatorio molto lungo e delicato; come far entrare qualcuno nel discorso? Quindi qui siamo in un tipo di collegamento col godimento che è fuori linguaggio e se è fuori linguaggio, è anche fuori dell’inconscio, perché l’inconscio è strutturato come un linguaggio, non è un linguaggio, ha che vedere col linguaggio; infatti, vedete che l’inconscio in questo schema di Lacan, si trova dal lato del Simbolico, questo si vede chiaramente, anche se Lacan farà delle osservazioni sulla “Lalangue” e il rapporto della “lalangue” all’inconscio, che modifica, a mio avviso, questa definizione dell’ “inconscio strutturato come un linguaggio”; è quello che penso e quello che vi proporrò alla fine.
Un’altra cosa che per me è inconcepibile e che mi sembra contraddittoria è che per Lacan questa “jouissance Autre” è il godimento della vita. Allora come ci possiamo spiegare questo?
- Drazien: è un mistero.
- Cacho: perché quello che abbiamo a che fare in questi casi di “jouissance Autre”, clinicamente è contrario alla vita, è quell’attrazione per la morte e, non soltanto come un’idea metafisica o come una tendenza stoica dell’ideale del “padrone”, no, no, è la morte nel corpo, e questo lo si vede, sono dei corpi completamente mortificati. Quindi perché Lacan parla del “godimento Altro” come “godimento della vita”?
- Gurnari: nella direzione del Reale, no? In quella contrapposizione col Simbolico che è il versante della pulsione di morte.
- Cacho: la sua risposta mi sembra una possibile lettura. È vero che il Simbolico presuppone la morte “della cosa”, il significante, è anche una definizione classica, anche dal libro di Foucault e Lacan ha insistito tanto dicendo che: “la parola uccide la cosa”. Allora è in questo senso che, dal fatto che è fuori linguaggio, non c’è questa dimensione mortale e mortifera delle parola, perché, se leggete bene, la morte in questo schema è dal lato del Simbolico. Quindi siamo qui davanti a una cosa …
- Drazien: paradossale, è paradossale.
- Cacho: ho pensato anche una cosa, Lacan conosceva benissimo, come sapete, in questo periodo era il genio dei geni, Heidegger e tutta la sua tematica dell’ ”essere per la morte”, dell’essere umano, di colui che parla. Vuol dire anche che Lacan avendo attribuito, pero non basandosi su Heidegger, ma seguendo una corrente, che era quella dello strutturalismo, della morte del soggetto, non della morte del soggetto nel senso lacaniano della psicosi, ma della morte del soggetto come destinato alla morte; il che è vero, la nostra vita la viviamo perché moriamo, questa è la verità. Allora è su questo versante il legame del fatto di esseri parlanti, viventi; siamo destinati alla morte, che la morte è il nostro destino, non soltanto come fine cronologico, ma come sostenitore della vita, nel senso che noi viviamo perché moriamo. Lacan dice nel Seminario sull’Angoscia, che l’angoscia, la più terribile, sarebbe la vita eterna, cioè, se la vita è vivibile è perché ha un limite, ha un momento in cui finisce; non nel senso cronologico – le persone oggi sono molto preoccupate perché s’allunga la vita, ci sarà un metodo di congelamento e tante fantasie e che a un certo punto saremo immortali. Già nel tempo di Lacan sicuramente circolava, con altre modalità scientifiche, quest’idea; è un desiderio umano, per le religioni è fondamentale, che questa vita qui è un passaggio e quindi la vera vita è quell’altra. Qui ci troviamo che la vita, cioè quello, che fa che ci sia un soggetto parlante, sia legato alla morte e invece quello che per noi clinicamente è l’immagine stessa della morte, invece è “la jouissance de la vie”. Questa la lascio come questione. Lei propone qualcosa che mi sembra …
- Gurnari: perché, riguardando quel testo di risposta a Jean Hippolite, fatto appunto sul commento alla negazione di Freud, in questo dice proprio così; però nell’ XI° Seminario, invece, mi sembra in quel capitolo sulla separazione/alienazione, sembra mettere la vita dall’altra parte e quindi non si capisce.
- Cacho: confesso che ho avuto tanta difficoltà, ho letto il testo diverse volte e penso che questa idea richiede un lavoro che non ho ancora fatto, ma vorrei farlo perché per me è una vera questione.
Bene abbiamo tentato di evocare alcune possibili non risposte, ma aprire questo che sembra troppo chiuso, mettere in opposizione due cose, anche in un modo di opposizione che sembra contraddittorio e assurdo, clinicamente assurdo, e invece Lacan lo dice, lui ha delle ragioni, è possibile, ma io non ricordo, che in alcuni seminari faccia dei chiarimenti a questo problema, perché lui pensa che il “godimento Altro” per esempio nei mistici, ma guardate come Lacan sulla questione dei mistici, non soltanto nel Seminario “Encore”, ma anche in altri seminari, è molto prudente, perché dice “sono in questa dimensione del godimento Altro, ma camminano mano a mano, hanno paura di andare fino in fondo”; e questo se voi leggete “Teresa D’Avila” – testi meravigliosi, ed è considerata dal punto di vista letterario una delle più grandi scrittrici della lingua spagnola – è interessantissimo, quando lei si avvicina a questa fase, che in tutta la tradizione mistica è conosciuta come la fase dell’unione, l’ultima fase del percorso, hanno vera paura che questo accada, perché c’è il rischio di sparire, di sparire veramente, e grazie al suo direttore spirituale, che era San Giovanni della Croce, un altro grandissimo mistico, la consigliava di non andare troppo lontano, e dunque lui aveva capito che …
- Drazien: che rischiava!
- Cacho: si, che rischiava, ma rischiava veramente! Quindi Lacan quando parla di questo “godimento Altro” nei mistici, non so se è nel Seminario “Encore”, dice che è una cosa molto complessa per i mistici stessi, che si preparano; prima c’è tutta una preparazione ascetica, dei metodi di trattamento di questi problemi, la necessità della direzione spirituale, di avere una guida, tutto questo è scritto. Quindi vedete come, pur coloro che hanno questa tendenza, questo desiderio, non so se è un desiderio, diciamo questo godimento, quest’appello a questa jouissance, procedono comunque con molta cautela.
Invece nel campo della patologia del “godimento Altro”si vede subito la differenza, concretamente quello che abbiamo evocato oggi della (?), loro vanno direttamente, senza cautela, allora perche? Perché sono fuori linguaggio? Che cosa fa sì che il rapporto sia immediato e non mediato dalla parola? Come quindi stabilire un rapporto con loro e la parola gradatamente, che gli permetta di assumersi la responsabilità dei loro atti così minacciosi? È vero che se si è presi dal fatto di voler farla finita il più presto e nel modo più gradevole cosa si può fare? Non lo so. In molti casi, non soltanto della (?), ma nei melanconici; c’è per esempio quel bellissimo caso, importante caso di … quella donna che era malinconica; era una donna che voleva ammazzare la gente, quindi l’avevano presa per una paranoica;lui, come tutti i grandi psichiatri, s’interessò molto, perché non vedeva altri segni di paranoia e quindi lo ha colpito e voleva sapere su cosa si basava questo desiderio di ammazzare gli altri, perché non era interpretativa, e finalmente dopo tanti incontri, e anche perché questo psichiatra era preso dalla passione di sapere cosa avesse questa donna; aveva una relazione transferale con questa paziente senz’altro, andava a trovarla tutti i giorni; finalmente cosa scopre? Riesce a sapere che lei voleva ammazzare qualcuno, per essere ammazzata, cioè per farla finita. E dunque si sviluppò immediatamente tutta la tematica malinconica di questa donna, la quale non osava, per motivi di sensi di colpa per essere molto religiosa, e dunque non poteva ammazzarsi da sé stessa e voleva fare qualcosa perché fosse un altro, in modo che così non entrava in conflitto con la legge divina.
Dal Pubblico: ma ammazzare un altro è permesso dalla legge divina?
- Cacho: questo è un ragionamento, ma qui siamo in un’altra logica, non siamo nella logica aristotelica della non contraddizione, qui siamo in una struttura di quello che abbiamo evocato ieri, di questo fenomeno, non dello specchio, ma precedente, cioè quello della teoria di Wallon, il transitivismo. Io do uno schiaffo a mio fratello ed è mio fratello che mi ha dato lo schiaffo. Anche questa donna si trovava nella regressione topica di cui abbiamo parlato ieri e cioè “nel versante mortale”, però essendo lei la vittima meritevole di essere ammazzata.
Noi siamo in un’altra logica che è la logica freudiana, dove la contraddizione è essenziale alla logica dell’inconscio. Tutti i nostri sogni sono le cose più assurde, le più contraddittorie, e nella nostra vita, non ne parliamo, perché è un sogno la nostra vita, e come dice Lacan, se ci svegliamo è per continuare a sognare.
Voglio finire con un altro aspetto di questo legame fra corpo, godimento e Reale; quest’altro aspetto è quello fra sapere inconscio e “Lalingua”, con il Reale come “opaco” e come “abisso”.
Dice a pagina 200, è l’ultimo paragrafo: “Il simbolico in quanto è “Lalangue” che lo supporta”, quindi, c’è un rapporto fra il simbolico e “Lalangue”, come supporto del simbolico, non come un fenomeno del simbolico, ma come quello che lo sostiene, che gli dà supporto nel senso logico, supporto nel senso strutturale; non come appoggio accidentale, occasionale, è un supporto strutturale.
“Lalingua” è supporto del simbolico. Quindi vediamo che qui la lega al simbolico, in un modo radicale, come supporto; non soltanto la lega al Reale, al godimento, ma al Simbolico in un modo particolare; continua: “che il sapere inscritto della lingua nella lalingua”, quindi nella lalangue, non soltanto c’è un rapporto al simbolico come supporto, ma anche c’è un sapere, ma un sapere inscritto, cioè dell’ ordine dell’inscrizione e quindi della lettera. Si tratta dello stesso sapere dell’inconscio, perché lo definiamo come sapere non saputo o si tratta di un altro sapere? Qui parliamo di un sapere inscritto, cioè dell’inscrizione letterale del sapere, non di un sapere discorsivo, ma letterale. È vero che nell’inconscio, quando noi raccontiamo all’analista un sogno, facciamo un discorso sul sogno, dove appaiono delle volte dei lapsus, che ci sfuggono, o l’analista insiste su una parola, per esempio, perché lì c’è qualcosa della literalità significante e proprio per questo fa problema; ed è una indicazione importante per l’analista, per questo l’analista insiste su un significante, non soltanto perché è un significante, ma perché è una literalità, è anche una literalità, cioè è una articolazione letterale che fa significante, ma che si fa intendere altrimenti, cioè equivocamente. Lacan ne dà molti esempi, almeno tre; dà un esempio di “non” la negazione, dividendola in “non” come negazione e “nom” come “nome” – la pronuncia in francese è la stessa; invece, se per esempio il paziente racconta e dice:“Io non ho sognato mia madre”, l’esempio di Freud, la negazione, negazione discordante, come la chiama Lacan, basandosi sulla grammatica di Pichón. Perché discordante? Perché la unisce con il desiderio; perché dice Freud, e torniamo al problema che tu ponevi della logica, se il paziente dice:“No, non è mia madre”, allora Freud dice:“Ecco, è proprio perché nega che è sua madre”. Quindi quello che sembra una contraddizione è la garanzia che siamo nella la verità, perché l’ha negato, cioè, che il suo desiderio è un desiderio edipico. È cosi, come Freud spiega questo primo esempio. Lacan riprende questo discorso con un’altra parola, con “pas”, che può essere una negazione equivalente al “no” oppure, in francese si pronuncia esattamente uguale, con “pas” come “passo, passaggio” in italiano. Ecco la “Lalingua”; sono foneticamente uguali, si pronunciano esattamente nella stessa maniera e invece la “signifiance”…
- Albarello: la significazione.
- Cacho: Lacan usa la parola “signifiance” e ha ragione, perché è molto più aperta, perché la significazione chiude la cosa; “signifiance” è dell’ordine della significazione, però non la chiude, lascia aperte altre possibilità di lettura, e che è molto importante per la cura; si deve aprire il significante, diciamo, però lasciando una tale apertura che permetta al paziente una possibilità di scelta.
- Gurnari: la significazione e non il significato, perché in italiano c’è anche il significato.
- Cacho: la significazione sì, certamente, nella linguistica di de Saussure evidentemente sono equivalenti il significato e la significazione. Lacan ne fa una differenza e poi evita la parola significazione e la cambia per “signifiance” e, non solo per un cambio arbitrario, perché Lacan inventava delle parole, invece perché ha una dimensione etica molto importante, che è quella della responsabilità del soggetto nel fare la scelta; l’analista propone, o interrompe la seduta su una parola e l’analizzante, e soprattutto se segue un insegnamento, è molto sensibile a questi interventi dell’analista, e si domanda perché ha interrotto la seduta, perché, se l’analista ha interrotto la seduta su di una parola, c’è una ragione analitica; però interrompe lasciando aperta la possibilità di una scelta di una “signifiance”, che implica un’etica dell’analizzante, l’analizzante deve essere responsabile di come lui legge quello che l’altro gli offre come possibilità; se per esempio il paziente dice … prenderò come esempio un sogno citato da Melman; un paziente gli racconta un sogno, nel quale lui si trovava in una regione piena di “neige”, di neve – si scrive così, però la si può tagliare in diversi modi: “ né” di nato e “je” di “io” soggetto – se l’analista ascolta e il paziente continua a raccontare, il paziente si perde nella “neige”, nella passeggiata, e allora ad un certo momento, l’analista, anziché lasciarlo allontanarsi da questa formula così interessante e anche poetica, interrompe la seduta, dicendogli:“curiosa parola “neige””. Che cos’è quest’intervento? E’ la “signifiance”, cioè gli fa intendere che lì c’è qualcosa, ma non gli dice:“Si tratta della sua nascita, si tratta di lei”; no, sta a lui di lavorarci sopra, e noi non sappiamo dove lo può portare, magari si tratta della sua nascita o della rivalità con un fratello, tante cose. Voglio dire che questa questione della significazione è molto delicata, perché ci porta subito a prendere una posizione di sapere, invece la “signifiance” ci mette anche a noi nel non sapere. Sta a lui di insegnarci quali sono le vie che lui intraprenderà, magari anche per sviarsi, ma sono le sue vie; sta a noi di ritornarci insieme, se lui non ha veramente preso la via che lo avvicinerebbe al suo desiderio, ritornerà in un altro sogno, in un altro racconto o qualcosa che riguarda questa problematica, sia del soggetto sia della nascita sia del freddo della neve, sia di un ricordo in campagna, con i suoi genitori d’inverno; non si sa, non si sa, però gli lasciamo la possibilità di un’apertura; la via che lui intraprenderà è di sua assoluta responsabilità.
Noi abbiamo una grossa responsabilità, la responsabilità di permettere al paziente di essere attenti e lavorarci su con le formazioni dell’inconscio; guardate che non è la stessa cosa, se questo paziente avesse raccontato per esempio: “sono andato sulla neve con i miei genitori, con mia moglie, i bambini …”, piuttosto che l’abbia raccontato in un sogno, perché un sogno è una formazione dell’inconscio e quindi è elaborato fondamentalmente attorno alla “literalità”. Non so se riesco a essere chiaro? Ma penso che sia un punto della nostra etica, prima di tutto perché la posizione dell’analista nel discorso analitico è la posizione dell’oggetto, non è la posizione né del soggetto, né di S1 e neanche di S2, è “a”. Quindi noi non siamo “mâitre”, né maestri, né guide del paziente; alle volte ci viene un po’ la voglia, perché ci sono dei pazienti che non ascoltano niente, e alle volte ci stanchiamo dei pazienti che scatenano l’aggressività e dobbiamo stare attenti, è quello che la tradizione psicoanalitica ha chiamato il “controtransfert”, nel senso della reazione del paziente su quello che si aspetta da noi, come per metterci alla prova, e qui dobbiamo fare molta attenzione. Perché se per esempio, a questo paziente lo fermo sulla parola “neve”, ci sono molti modi di fermare la seduta, come un “mâitre” dicendo: “questa parola vuol dire …”, questa è la verità, oppure “com’è curioso, lei ha detto “neige”, e come si scrive? Ci sono tanti modi di intervenire che dipende non da una tattica, da una tecnica, ma dalla posizione dell’analista, posizione difficile da mantenere.
Adesso vorrei fare un riferimento alla questione della “Lalangue” e il Simbolico. Si tratta della “Lalangue”, come supporto del Simbolico, non come sapere dell’inconscio, come S2, ma come supporto di S, inscritti, questo supporto e quindi “Lalangue”, nella lingua. Quindi, “Lalangue supporto del simbolico è una inscrizione, è dell’ordine della “literalità” inscritta nella lingua; non è separata dalla lingua, appare nella lingua, però non come un significante, ma come literalità; vedete che gli esempi “parlano”, perché li potremmo prendere come significanti, “non” come “nome”, “pas” come negazione o come “passo”, come significanti, ma il nostro intervento non agisce lì, il nostro intervento è, in questo modo linguistico di parlare del paziente, come supporto del simbolico. Quello che ci interessa è qual è la “literalità”: è “non” o “nom”? Su quale “literalità” interverremo?
- Drazien: non sappiamo su quale lettera interveniamo.
- Cacho: nel Seminario “Un discours que ne serait pas du semblant”, Lacan riprende il discorso di “Lituraterre”, e qui non parla della “lalingua” in una sola parola, però dice nella “Troisième” molte cose riguardanti “Lalangue” che riguardano la “lettera” in “Lituraterre”; molte metafore di cui Lacan parla in “Lituraterre”, le riprende qui applicate alla “Lalingua”.
Finisco veramente ritornando un momento alla questione della riflessività. Partendo sempre dall’esempio che Lacan ne dà della riflessività, “se jouit”, “si gode”, il soggetto, il corpo “si gode”. Ho pensato che si tratta di una riflessività, nel senso di cui Lacan ne parla nei “Quattro concetti” a proposito della pulsione, cioè questa “andata e ritorno” della pulsione, che fa questo giro permanente, quindi reale, ritornando sempre alla stesso posto, intorno all’oggetto; e se voi osservate questo schema, proprio nel centro dello schema cosa c’è? C’è l’oggetto e tutto gira intorno, tutto è organizzato intorno a questo oggetto, che è una lettera. Non è l’oggetto anale, né l’oggetto sguardo o voce, è una lettera, è una pura “letteralità” e intorno a questa literalità, c’è tutto l’insieme, non soltanto gira, ma è a partire da questo centro che si organizzano i diversi spazi costitutivi del nodo borromeo.
Vorrei aggiungere qualcosa sulla questione dell’opacità e dell’abisso, il carattere abissale del Reale per il corpo. Perché per il corpo, il Reale è opaco e abissale? Soprattutto la parola che mi colpisce è la parola abissale. Perché che il Reale sia opaco, forse è una idiozia, però mi sembra quasi naturale, perché il Reale, per ognuno di noi, per il fatto che è impossibile, è opaco, non si può sapere un gran ché; il Simbolico tenta di aprire dei buchi, così come può, ma arriva comunque un momento in cui si presenta qualcosa di sconosciuto e di impossibile da conoscere, anche in relazione alla fine dell’analisi, dove c’è un punto, malgrado gli anni, magari, dopo tutto il lavoro e quello che vogliamo, c’è un punto che rimane assolutamente opaco, perché così è la struttura, non a causa dell’analista, perché non sia stato in grado o perché l’analizzante sia un fannullone, niente a che vedere con questo, è perché c’è un’ostacolo al sapere, un ostacolo reale al sapere, che è essenziale alla struttura.
Però, quale opacità e soprattutto quale carattere abissale del Reale riguarda il corpo? Io me lo sono chiesto, mi sono fatto questa domanda. Penso che non si tratti di un abisso; questa parola “abisso” è una parola molto forte, anche se può avere un carattere poetico, i poeti amano molto questa metafora dell’abisso, comunque è una parola molto forte e clinicamente lo vediamo come tante volte l’angoscia del paziente è davanti a questo abisso e senza sostegno, come se fosse nel vuoto, non sapendo più su cosa appoggiarsi.
Di che cosa si tratta di questo abisso nel rapporto del Reale col corpo? Mi sembra che possiamo intenderlo nel senso che, se non c’è dell’abisso tra il corpo e il godimento, cioè se si riduce – perché Lacan dice che c’è per necessità, cioè che fa parte il rapporto del corpo al Reale, fa parte questa dimensione opaca e abissale – penso, che, se non c’è questa dimensione abissale fra il corpo e il godimento, è grazie a “Lalangue”; è lalangue che permette al soggetto di non sentirsi, nel rapporto al reale, al godimento del Reale, di non sentirsi in una posizione abissale, perché? Nel senso in cui il godimento, dice Lacan, “il godimento nel suo sviluppo” – quindi lui considera che il godimento non sia messo immediatamente lì, che il godimento sia sottoposto a uno sviluppo. Come possiamo intendere questo sviluppo? E perché questo sviluppo risparmierebbe il carattere angosciante, necessario e costitutivo del rapporto del corpo del soggetto con il Reale del godimento? Questo sviluppo del godimento è quello per il quale, dice Lacan:“il corpo gioisce degli oggetti come bagliore”, ma nel senso in cui l’oggetto “a”, quello che è centrale, l’organizzatore di tutto l’insieme, è “brisèe/rotto/spaccato”, non è un oggetto totale, non è una opacità assoluta, non è un abisso senza limiti. Sapete come Lacan fa la differenza tra limite e litorale, in “Lituraterre”. Si tratta quindi di un “eclat” che presuppone che l’oggetto “a” sia stato “brisèe/rotto/spaccato”. Mi chiedo se questo vuol dire che il corpo “si gioisce”, non dell’oggetto come tale, ma delle schegge introdotte dalla lingua, dal suo rapporto con la literalità, perché le lettere sussistono differentemente dal significante, sono identiche a sè stesse e non hanno nessun rapporto con l’altra lettera; non è come il significante che rinvia a un’altro significante, ma dal fatto della literalità, da questa spaccatura, cioè la lettera non fa catena e quindi introduce questo carattere abissale. Una lettera non sai cosa vuol dire; puoi riconoscere “a,b,c”, dipende dalle lingue; nelle lingue semitiche non puoi leggere le lettere, se non raggiungi un significato per poter saper cosa vuol dire. Noi, nelle nostre lingue greco-latine, la lettera la possiamo riconoscere, ma non sappiamo cosa vuol dire, possiamo dire che sia la prima dell’alfabeto, la seconda, la terza e ecc.. Ma non vuol dire assolutamente niente, è fuori senso e quindi è di questo carattere abissale, perché la lettera appartiene alla categoria del Reale e sappiamo come la lettera è una delle fonti più importanti del godimento; la prova sono tutti quelli che si dedicano e dedicano tutta la loro vita allo studio delle lettere, per esempio gli ermeneuti, specialmente gli ermeneuti di libri sacri. Passano tutta la vita a godere nello scrivere delle lettere, nell’interpretare le lettere, i numeri, ecc..
Dal pubblico: l’alfabeto ebraico si presta moltissimo a questo studio.
- Cacho: sì soprattutto. Quindi vediamo subito, anche clinicamente, come la lettera è una delle fonti più importanti di godimento.
Ci sarebbero molte cose da dire, ma penso che abbiamo lavorato troppo, è un testo difficile, ho presentato una possibile lettura, a voi di vedere cosa vi può interessare, quali punti riprendere e soprattutto vedere quali sono le conseguenze per la clinica.
Trascrizione a cura di Blanca Sofia Bresani
Non rivista dall’Autore
Revisione a cura di Paola Giovani