Il ritorno – di Muriel Drazien

Si tratta di una escursione intorno all’idea del ritorno attraverso autori come Du Bellay, Omero, Joyce e molti altri.

di Muriel Drazien

Escursione informale intorno all’idea del ritorno attraverso testi o situazioni di alcuni autori. Tutti hanno l’esperienza di un ritorno, ma noi, essendo psicanalisti, siamo particolarmente attenti ad ogni manifestazione dell’inconscio che di per sé consideriamo un “ritorno” di ciò che è stato rimosso.
Strada facendo riconosceremo tra gli altri significanti quelli legati al ritorno e come quest’ultimo è reso dai vari autori; vedremo le situazioni paradossali in cui il ritorno non corrisponde affatto a ciò che sembra ardentemente desiderato dal soldato, dal viaggiatore, dall’esule o magari dal figlio prodigo; ma, poiché ogni ritorno è calcato su quello primario, il ritorno tanto desiderato quanto impossibile al grembo materno, esso si rivela piuttosto un incontro con la Cosa, quella terribile perduta per sempre. È da lì che in qualche modo scaturisce il sentimento d’Unheimlich.
Procediamo con ordine e iniziamo da un poeta che ha vissuto la sua permanenza tra di noi, a Roma in missione diplomatica, come un vero esilio e che ha cantato la sua straziante nostalgia di casa con questi versi famosi:
“Heureux qui, comme Ulysse, a fait un beau voyage,
Ou comme cestui-là qui conquit la toison,
Et puis est retourné, plein d’usage et raison,
Vivre entre ses parents le reste de son âge!”
“Quand reverrai-je, hélas! de mon petit village
Fumer la cheminée, et en quelle saison
Reverrai-je le clos de ma pauvre maison;
Qui m’est une province, et beaucoup davantage?”
“Plus me plaît le séjour qu’ont bâti mes aïeux
Que des palais romains le front audacieux;”
“Plus que le marbre dur me plaît l’ardoise fine,
Plus mon Loire gaulois que le Tibre latin,
Plus mon petit Liré que le mont Palatin,
Et plus que l’air marin la douceur angevine”.

Non sappiamo se il ritorno ha restituito a Du Bellay tutta o solo una parte di ciò che rimpiangeva nelle sue poesie, ma dobbiamo notare che il poeta non ha potuto evocare il ritorno in questo brano dei Regrets,I rimpianti, senza pronunciare il nome di colui che protagonista di questo ritorno lo è per antonomasia, Ulisse.
Quanto all’Odissea, il più celebre racconto di un viaggio di ritorno, continuamente rinviato a causa degli incidenti più incredibili e fascinosi, dovuti agli interventi di tutti gli dei dell’Olimpo, alcuni a favore altri contro, nessuno dubita che già allora questo racconto è servito a far sapere che l’uomo porta in sé qualcosa di estraneo al suo paese natale, al suo “mondo” di origine. Il ritorno è molto temuto si vede, proprio come una prova. Infatti, Ulisse, una volta tornato finalmente a casa, a Itaca, deve cambiare tutto per poterci stare; anche dopo questi cambiamenti, dopo aver ripreso possesso di tutto ciò che gli apparteneva del suo “mondo,” potrà vivere in pace solo dopo aver compiuto certi atti simbolici solenni per segnare la fine di questa “estraneità”.
Molti anni fa vidi un film di cui non so dire il titolo, un film americano o inglese, ambientato subito dopo la seconda guerra mondiale. Benché all’epoca fossi molto giovane, mi colpì una scena del film di cui ho un ricordo molto vivo. Si tratta di una coppia, marito e moglie, non giovani ma non vecchi, non belli ma non brutti, tutti i due piuttosto grigi d’aspetto (certamente il film era in bianco e nero); grigi come quando il desiderio è spento. Entrambi vengono chiamati sotto le armi e partono per la guerra. La scena in questione è il ritorno: si ritrovano, come per caso, nella stessa loro casa, ma sono completamente cambiati; sono più giovani, più belli, non si conoscono più, o piuttosto si guardano per la prima volta, e sanno che qualcosa è successo. In questa scena, non solo mi colpì il fatto che si trovassero due estranei l’una davanti all’altro, ma che ciascuno sapeva di essere estraneo a se stesso.
Ora un libro il cui titolo è, credo, La moglie di Martin Guerre che ha avuto anche un adattamento cinematografico. Siamo in Francia, nel Medioevo, un’epoca in cui le guerre sono interminabili; l’ ambiente è rurale. Dopo lunghi anni (forse quindici), ritorna il padrone del casale, si fa riconoscere dai parenti e poi dalla moglie, benché nei suoi modi si avvertano dei cambiamenti che vengono attribuiti al tempo passato, alle vicissitudini, all’età. Ogni dubbio circa la sua identità svanisce per i parenti davanti alla sua maggiore capacità nel lavoro e nella gestione delle questioni che riguardano la comunità.
Solo la moglie rimane nel dubbio, un dubbio che le viene rimproverato dai parenti e che lei stessa si rimprovera perché l’uomo che ha davanti, e che pretende essere il marito, è mille volte meglio del marito, della cui mancanza lei non soffriva affatto. «È possibile che le tribolazioni vissute – si chiede la moglie – che il contatto con il mondo di fuori possa cambiare un uomo al punto di renderlo irriconoscibile? O sarebbe forse la consapevolezza delle sofferenze altrui ad addolcire un carattere rozzo e limitato?».
È possibile non riconoscere ciò che è suo da ciò che è estraneo? Perché non ammettere questa possibilità, che sia tornato diverso; o, peggio ancora, che questo diverso in lui sia sempre esistito? È proprio questo che lei non riesce ad accettare; vuole la prova che costui è o non è lo stesso che è partito. È chiaro che non è lo stesso e così finisce con l’accusarlo pubblicamente di essere un impostore.
Rimbaud al contrario è l’esempio dell’intransigente non-ritorno; un vero mistero a sentire i biografi. Possiamo ipotizzare che si tratti di un soggetto che non ha mai accettato il sacrificio solenne della sua estraneità.
Freud invece non avrebbe mai voluto partire, lasciare Vienna, il suo mondo e le sue abitudini, malgrado il suo perpetuo vacillare tra amore e odio per la città d’adozione. Ancora nel 1934 scrisse a Arnold Zweig «E dove mai potrei andarmene, considerata la mia dipendenza e infermità fisica? L’estero è poi comunque inospitale. Soltanto quando un luogotenente di Hitler governerà a Vienna, mi sentirò costretto ad andarmene, non importa dove».
Una possibile spiegazione viene proposta, come sempre, dal Maestro stesso. Per i suoi 75 anni il sindaco di Pribor scoprì una targa di bronzo sul luogo natale di Freud che, nel ringraziare, scrisse: «Sepolto nel mio profondo vive ancora il bambino felice di Friburgo, primogenito di una madre giovane, che ha ricevuto le prime impronte indelebili da quest’aria, da questa terra».
In queste proposizioni Freud ricorda che la terra di cui parla, il vero Heim, è il luogo in cui era unito alla madre, ma che a tale luogo non c’è possibilità di ritorno. Accanto a questo ideale di terra primitiva, che evoca l’unione con la terra-madre, la seconda, dove il padre conduce i suoi per le necessità della vita, può effettivamente essere dovunque.
C’è un popolo, gli ebrei, che per 2000 anni sono vissuto nell’attesa del ritorno nella terra degli avi. Questo ritorno era entrato a far parte del loro credo, tramandato di generazione in generazione come una rete invisibile e forte che univa gli ebrei attraverso tutta la diaspora. Non c’è un ebreo sulla faccia della terra che non abbia recitato una volta nella vita, dopo le festività di Pesach, celebrazione dell’esodo dell’Egitto, L’anno prossimo a Gerusalemme.
Nel libro che ha per titolo Il male e l’esilio, scambi su temi scelti con Michael de Saint Cheron, Elie Wiesel dichiara che se «da piccolo, mi avessero predetto che un giorno sarebbe esistito lo Stato di Israele, non ci avrei creduto; ma se mi avessero detto che in quello Stato io non avrei abitato, lo avrei creduto ancor meno».
Il ritorno è legato alla terra e alla trasmissione simbolica, a sua volta legata al Nome-del-Padre e alla castrazione. Il birth-right, la primogenitura, è ciò che Giacobbe ottenne da Isacco per mezzo di un inganno, assistito in ciò dalla madre Rebecca, e per un piatto di lenticchie. (Avendo più tempo sarebbe interessante esplorare l’importanza dell’intromissione materna in questo episodio, nonché in altri momenti della storia biblica, all’interno di una cultura così fortemente centrata sul padre).
L’Esilio che Wiesel ha scelto per titolo del saggio è un significante diverso dall’esilio che Du Bellay, nei versi sopra evocati, sente come forte componente della bramosia di ritorno. Come abbiamo visto nel caso di Wiesel, l’esilio non viene compensato da un ritorno; l’Autore non ritorna a vivere in terra d’Israele, anzi dichiara che l’esilio è metafisico, che l’esilio rimarrà anche dopo l’avvento messianico. L’esilio non cessa con la possibilità di metterne fine materialmente: «la memoria dell’esilio rimarrà anche dopo l’avvento del Messia. L’esilio permane. Purché sia un esilio che redime, non che distrugge. L’esilio che la sofferenza simboleggia può avvilire l’uomo ma anche innalzarlo. Il termine esilio è un termine mistico: La Shekhinà in esilio, La Shekhina che si auto-esilia. Dio che abbandona se stesso. La Shekhina che abbandona Dio per tornare da noi. L’esilio della Shekhina è questo: dato che il mondo è stato creato, e gli uomini soffrono, allora Dio vuole soffrire insieme a noi. Per questo permette alla suaShekhinà di lasciarlo per soffrire in suo Nome, con lui e le sue creature. L’esilio della parola… riguarda il misticismo, che ha un legame stretto con l’esilio. In .quell’ordine di grandezza, nella dimensione del divino universale, cosmica, tutto è esilio. Anche la parola è in esilio. Ossia non traduce più il senso che spera di comunicare».
Qui si tocca la faglia radicale che viene aperta da un’esperienza del ritorno mancato, evitato, abbandonato perché realizzarlo non sarebbe stato sufficiente a cancellare la sofferenza dell’attesa. L’esilio coinvolge la parola stessa che serve ad esprimere questa sofferenza.
È l’interpretazione del termine esilio che fatta da un rappresentante degli “Hassidim”, cioè un setta mistica dell’ebraismo, che ci permetterà di avvicinare un altro “esilio”, per vari aspetti simile: uno meglio conosciuto dai lacaniani, quello descritto dall’Irlandese James Joyce.
Il 1912 è l’anno in cui si svolge l’azione dell’opera teatrale di Joyce, Exiles[i] che tradotto in italiano è Esuli, ma che, come ha fatto notare Lacan, può anche essere resoGli esiliati– è anche l’anno della morte della madre di Joyce nonché quello dell’ultimo visita di ritorno di Joyce all’Irlanda.
Ricordo brevemente la trama per chi non ha riletto di recente quest’opera; si tratta del ritorno in patria di uno scrittore dopo un esilio durato una decina di anni. Un suo amico di gioventù tenta di intervenire presso le autorità locali per fargli assegnare un posto e in quel modo rendere permanente il ritorno dell’uomo che è secondo lui, uno dei “figli più dotati della patria”, patria s’intende, l’Irlanda, sempre irredenta. Questo compagno è anche il suo antico rivale in amore nei confronti della donna che ha vissuto l’esilio con lo scrittore, dandogli un figlio, senza essere da Lui sposata, senza aver avuto da Lui il nome, né lei né il figlio. Dal canto suo, la donna, di nome Bertha, vede una sua propria rivale nel personaggio di una giovane donna indecisa, che ha tenuto una lunga e intensa (potrei aggiungere anche misteriosa quanto al contenuto) corrispondenza epistolare con lo scrittore.
L’amico a sua volta tenta di sedurre Bertha che, quanto a Lei, si fa guidare da ciò che pensa essere il desiderio dello Scrittore. A quest’ultimo poi rimane il dubbio: “Ha ceduto o non?” Ma non vuole chiedere conferma a Bertha, che aspetta invece solo che Lui glielo chieda. Insomma, le due donne fanno di tutto per conformarsi a ciò che lo scrittore sembra chiedere, sono strumenti, burattini.
Bertha si interroga, è vero, sul contenuto e la ragione della lunga corrispondenza tra lo scrittore e la ragazza inibita. Da qui viene chiaramente la sua sollecitazione a Lui, perché provochi le confessioni della ragazza: Lui potrebbe tentare di “aprirle la mente”.
Possiamo presumere che lo Scrittore vorrebbe capire qualcosa del godimento femminile, ossia: perché lei non vuole fare l’amore con lui pur essendone innamorata. Lui cerca LaDonna senza la barra, fuori dalla legge fallica, la donna “reale” che si nasconderebbe dietro gli orpelli presi in prestito dal buon costume. Non possiamo non avvicinare questa figura di donna “reale” alla Cosa di cui abbiamo finora parlato.
Sullo sfondo di questo quadro si evidenzia una situazione che per tutti è un “ritorno” e un confronto cruciale in cui tutto è in ballo, ma tutto è al tempo stesso bloccato in un’altra forma di esilio dal quale non c’è riparo o possibilità di fuga, quello del Sinthomo. Un esilio diverso dall’esilio della parola, espresso da Wiesel, è quello delle parole che girano intorno ad un vuoto di significazione.

Non possiamo evitare di leggere quest’opera in chiave autobiografica, essendo i riscontri con la vita di Joyce più che evidenti. Tutto ciò che abbiamo sopra individuato, e che tocca la problematica del ritorno, è ben presente sia nella vita dell’autore come in quest’opera.
A proposito del conformarsi delle due donne di Esuli alla volontà presunta del personaggio maschile, ricordiamo che Lacan in Il sinthomo dice che Nora, la moglie di Joyce stava a Joyce “come un guanto rivoltato”, completo di bottoncino, ed era per questo che c’era effettivamente un rapporto sessuale. C’è rapporto sessuale «nella misura in cui c’èsinthomo»[ii], dice Lacan.
Per l’Autore il ritorno prende anche la piega di assumere la veste del redentore del suo popolo, della sua terra. Immaginare di essere un redentore è il prototipo della père-versione, dice Lacan; che era effettivamente il fantasma di Joyce.
Abbiamo parlato del ritorno nel suo rapporto con la trasmissione simbolica e con il Nome-del-Padre. Adesso consideriamo la problematica del nome legandola ai due personaggi diEsuli. Qualcuno ha fatto notare che l’unico personaggio dell’opera senza nome, cioè senza cognome, è Bertha, la donna, ma anche il figlio loro è nameless, senza nome, come dichiara Bertha. Sappiamo qual è stato il problema del nome per Joyce stesso.
Egli doveva valorizzare il suo nome, al punto di lanciare quest’augurio: fare in modo che il mondo intero, il più possibile di gente si occupasse di Lui. Lacan dirà che questo sarebbe un compenso al fatto che suo padre non è mai stato per lui un padre, che Joyce voleva un compenso per la dimissione paterna, per la Verwerfung di fatto.
Possiamo allora fare l’ipotesi che l’intenzione di“redimere la sua terra” era un modo per riscattare il padre.
L’ultimo punto che vorrei rilevare è l’importanza della lettera, delle lettere per Joyce, anche in Esuli. Jean-Guy Godin dice che le lettere di cui abbiamo parlato ( la corrispondenza misteriosa) sarebbero come una mediazione tra l’uomo e la donna: il terzo. «Scrivere ciò che essendo escluso del simbolico ritorna nel reale è come rendere possibile l’Altra materna. Rendere possibile l’impossibile, fare sì che questo reale prenda piede nel simbolico».
[i] J. Joyce, Exiles, J. Cape, 1918.
[ii] J. Lacan, Il sinthomo (1975-1976), Roma, Astrolabio, 2006, p. 97.